Economia 

Il clima riscrive il carrello: così i brand reinventano prodotti e filiere

Cliente al supermercato guarda i prezzi nel reparto ortofrutta, con carrello e borsa riutilizzabile Una cliente valuta l’ortofrutta e i cartellini prezzo in supermercato, tra scaffali meno pieni e attenzione ai costi legati al clima.

Il cambiamento climatico sta modificando la spesa delle famiglie e le strategie delle imprese nel 2026, tra prezzi alimentari, filiere sotto pressione e nuove campagne dei marchi, perché siccità, caldo e scarsità d’acqua incidono ormai sui costi di produzione e sulle scelte quotidiane dei consumatori, come indicano le stime della Bce e le iniziative lanciate negli ultimi mesi da aziende globali.

Il clima entra nel carrello della spesa

La parola chiave, nei report economici e nelle riunioni dei grandi gruppi, è climateflation: l’aumento dei prezzi legato agli effetti del cambiamento climatico. Non riguarda più solo le materie prime agricole o l’energia, ma arriva fino agli scaffali dei supermercati, alle assicurazioni, ai viaggi, ai prodotti per la casa. In modo concreto. Un raccolto ridotto, una stagione troppo secca, un’alluvione in un’area produttiva: tutto può riflettersi sul prezzo finale.

Secondo uno studio citato dalla Banca centrale europea, realizzato con il Potsdam Institute for Climate Impact Research, entro il 2035 gli effetti del clima potrebbero aggiungere ogni anno 1,18 punti percentuali all’inflazione complessiva e fino a 3,2 punti all’inflazione alimentare. Numeri che spiegano perché il tema sia uscito dai convegni ambientali ed entrato nei piani industriali. Gli shock agricoli, segnala la Bce, pesano già per circa il 30% della volatilità dell’inflazione di medio periodo nell’Eurozona.

Le imprese, in questa fase, non parlano più soltanto di “salvare il pianeta”. Parlano di continuità delle forniture, protezione degli impianti, gestione dell’acqua, aumento dei costi. E parlano anche ai clienti, che il problema lo vedono nella bolletta, nel prezzo dell’olio, nella frutta più cara, nelle vacanze segnate da caldo e restrizioni idriche.

Get Blue e il marketing dell’acqua

In questo contesto si inserisce Get Blue, piattaforma internazionale che prova a trasformare la crisi dell’acqua in una mobilitazione condivisa tra aziende e consumatori. L’idea, presentata nell’orbita del World Economic Forum e lanciata operativamente nei giorni scorsi, richiama il modello della campagna Red promossa da Bono negli anni Duemila: una parte del ricavato di prodotti o servizi aderenti finanzia progetti sociali.

Il volto della campagna è Matt Damon, attore e cofondatore di Water.org, organizzazione impegnata sull’accesso all’acqua potabile. L’obiettivo dichiarato è sostenere comunità che non dispongono di servizi idrici sicuri: secondo le stime delle Nazioni Unite e delle principali agenzie internazionali, circa 2 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso stabile ad acqua potabile gestita in sicurezza. Una cifra che dà misura del problema, senza bisogno di slogan.

Il meccanismo è semplice: il blu diventa un segno di appartenenza, un codice visivo per riconoscere marchi e prodotti collegati alla causa. Non si chiede al consumatore soltanto attenzione, ma una partecipazione attraverso gesti ordinari, l’acquisto di una bevanda, di un capo, di un servizio digitale. È il punto su cui insistono i promotori: non competere per un frammento di tempo sullo schermo, ma costruire un’alleanza intorno all’accesso all’acqua e alla resilienza climatica.

Dalla comunicazione verde alla sopravvivenza delle filiere

Il passaggio, per molte aziende, è delicato. Per anni la sostenibilità è stata raccontata come un valore reputazionale, spesso affidato a campagne pubblicitarie patinate e a messaggi generici. Ora la questione si è fatta più concreta: se manca l’acqua, se il caldo riduce le rese, se una filiera agricola diventa fragile, il problema non è solo di immagine. È di produzione.

Lo spiega il sociologo Francesco Morace, coautore del libro “Ma quale GenZ?” per Egea, che da tempo studia il rapporto tra consumi e trasformazioni sociali. «Il tema non riguarda più la nicchia degli ecologisti militanti», ha affermato Morace, ma una platea più ampia di consumatori che ha sperimentato «sulla propria pelle» gli effetti dello squilibrio ambientale nella vita quotidiana. Solo allora, osserva, il climate change ha smesso di essere percepito come argomento ideologico ed è diventato una criticità concreta, avvertita soprattutto dalle generazioni più giovani.

La formula che Morace richiama è one health, una salute unica che tiene insieme ambiente, persone, benessere e sicurezza. Non è più soltanto una categoria scientifica. Sta diventando, lentamente, anche una categoria commerciale: i consumatori chiedono prodotti meno esposti agli shock, servizi più affidabili, marchi capaci di dimostrare cosa fanno davvero. E le aziende, almeno le più grandi, iniziano a ripensare materiali, fornitori, logistica e messaggi.

Dalle assicurazioni alla moda, le marche cambiano passo

Il movimento attraversa settori diversi. Axa ha scelto di concentrare parte della propria comunicazione sulla resilienza climatica, spostando l’attenzione dalla tutela astratta del pianeta alla protezione di case, imprese e persone davanti a eventi estremi. È un cambio di linguaggio, ma anche di prodotto: polizze, valutazione dei rischi, strumenti di prevenzione.

Nel largo consumo e nell’industria, Heineken racconta gli investimenti per proteggere le filiere agricole minacciate da siccità e stress idrico. Lego lavora da anni su materiali alternativi per ridurre la dipendenza dalla plastica di origine fossile, mentre Interface, gruppo statunitense delle pavimentazioni, propone prodotti pensati per ridurre l’impronta climatica lungo il ciclo di vita. Anche il turismo si muove: la catena spagnola Iberostar ha legato la protezione degli oceani e delle praterie marine alla propria offerta alberghiera, trasformando la tutela ambientale in parte dell’esperienza per i clienti.

La moda, poi, ha intercettato il cambiamento con linee e campagne riconoscibili. The North Face ha sviluppato Renewed, programma dedicato ai prodotti rigenerati; Timberland ha puntato su riforestazione e design urbano con Nature Needs Heroes; Nike, con Move to Zero, comunica scarpe e capi realizzati con materiali riciclati e processi a minore impatto. Non tutto, in questo campo, è esente da rischi di greenwashing. Ma la direzione è chiara: il clima non è più un tema laterale del marketing. È entrato nei prezzi, nelle filiere e, ormai, anche nelle decisioni di acquisto.

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