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Attentato a Ranucci, perquisita la casa dell’uomo legato a Lavitola

Due agenti in divisa scura fuori da un portone: uno entra nell’abitazione, l’altro tiene documenti e una busta sigillata Agenti delle forze dell’ordine durante una perquisizione in un’abitazione, nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria.

Gli investigatori della Procura di Roma hanno perquisito nei giorni scorsi, in un comune del Napoletano, l’abitazione di Gomes Clesio Tavares, ritenuto dagli inquirenti l’intermediario con il gruppo che il 16 ottobre 2025 avrebbe piazzato una bomba davanti alla casa di Sigfrido Ranucci a Campo Ascolano, frazione di Pomezia, nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato al conduttore di Report. Secondo le prime ricostruzioni, Tavares — faccendiere vicino a Valter Lavitola — si troverebbe ora in Camerun, mentre la compagna, residente nell’abitazione perquisita, è stata ascoltata dai carabinieri come persona informata sui fatti. Sullo sfondo resta la decisione della Rai di sospendere le repliche estive di Report, una scelta che ha irritato il giornalista e acceso il confronto politico.

Perquisita la casa di Gomes Clesio Tavares nel Napoletano

La perquisizione nell’abitazione di Gomes Clesio Tavares è uno dei passaggi più delicati dell’indagine sull’attentato a Sigfrido Ranucci, perché gli investigatori lo considerano il possibile anello di collegamento tra Valter Lavitola e la banda che avrebbe materialmente collocato l’ordigno. L’uomo, secondo quanto filtra dagli ambienti investigativi, non sarebbe in Italia: si troverebbe in Camerun, Paese nel quale — ha poi sostenuto Lavitola — si reca spesso per ragioni personali e di lavoro.

Nel comune del Napoletano, dove Tavares vive con la compagna, i carabinieri hanno cercato documenti, dispositivi e tracce utili a ricostruire contatti, spostamenti e rapporti nelle settimane precedenti e successive al 16 ottobre 2025. La donna è stata sentita come persona informata sui fatti. Un passaggio ordinario, ma pesante nel contesto di un fascicolo che ipotizza il reato di strage e che ruota attorno a un episodio rimasto per mesi sotto osservazione: l’esplosione davanti alla casa del giornalista di Report, a pochi chilometri da Roma.

Lavitola e il biglietto per l’Africa: la perquisizione del 4 luglio

Secondo quanto si apprende, Valter Lavitola era pronto a lasciare l’Italia in direzione dell’Africa quando, la sera del 4 luglio, è scattata la perquisizione nei suoi confronti. Gli investigatori lo avrebbero visto uscire dall’abitazione con un trolley; da qui l’intervento, dopo aver accertato che l’imprenditore aveva già acquistato un biglietto aereo.

La Procura di Roma lo accusa di essere il mandante dell’attacco dinamitardo contro Sigfrido Ranucci, ma Lavitola ha respinto ogni addebito durante le dichiarazioni spontanee rese ai pubblici ministeri. “Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente”, ha detto, prima di avvalersi della facoltà di non rispondere. Ai magistrati si è detto “sconcertato”, richiamando i rapporti di “fraternità” con il giornalista e negando di aver fatto partire Tavares per sottrarlo agli accertamenti: “Non l’ho mandato in Camerun, sta spesso lì, è riscontrabile dal passaporto. Ora si trova nel suo Paese di origine per un affare sul carbon credit”.

La difesa pubblica: “Io e Ranucci due stupidi a farci un attentato da soli”

Nelle stesse ore, Valter Lavitola ha scelto anche la televisione per ribadire la propria versione. Al Tg1 ha detto: “Io e Ranucci saremmo stati due stupidi a farci da soli l’attentato. E io altrettanto a farglielo come atto d’amicizia a ottobre per poi fare un sondaggio a giugno su di lui come candidato del campo largo”. Una frase ruvida, nel suo stile, usata per contestare l’ipotesi accusatoria e per collegare la vicenda al tema, emerso nelle ultime settimane, di un possibile sondaggio sul conduttore di Report come figura politica.

Lavitola ha raccontato di aver parlato con Ranucci di una candidatura nell’area della sinistra dopo aver visto, a suo dire, un sondaggio circolato in ambienti “internazionali e democratici socialisti”. “L’ho invitato a pranzo, gli ho raccontato questa cosa, lui mi ha mandato a quel paese”, ha spiegato, aggiungendo di aver insistito e di aver scambiato con lui diversi messaggi, ora presumibilmente acquisiti dalla Procura di Roma. Quanto a Gomes Clesio Tavares, l’imprenditore ha ammesso che “è ancora in Camerun” e ha aggiunto: “Non so se sperare che torni o non torni, ma mi ha scritto che tornerà”. Poi la promessa, secca: “Porterò alla procura gli elementi che spiegano tutto”.

Ranucci: “Sono convinto della sua innocenza, ma mi affido alla Procura”

Sigfrido Ranucci, commentando l’inchiesta, ha detto di essere rimasto colpito dalla notizia e di continuare, allo stato, a credere nell’innocenza di Valter Lavitola. “È una notizia che mi ha lasciato un senso di stordimento”, ha spiegato il giornalista, ricordando che con l’imprenditore era nato nel tempo un rapporto di amicizia, dopo alcune inchieste di Report che lo avevano riguardato. “È stata anche una fonte importante per alcune nostre inchieste. Sono convinto, finché non vedo le prove, della sua innocenza. Tuttavia, anche se dovessero emergere responsabilità, non avrebbe mai fatto del male a me e alla mia famiglia”.

Il conduttore ha però ribadito di affidarsi “completamente” alla Procura di Roma, mentre ha espresso forte preoccupazione per la sospensione delle repliche estive di Report decisa dalla Rai. In una nota diffusa dall’avvocato De Vita, Ranucci ha parlato di “sconcerto” e di “preoccupazione per l’informazione tutta”, sostenendo che la Rai avrebbe usato il pretesto di “vergognose congetture” circolate nelle ultime ore per fermare puntate d’inchiesta già trasmesse. Per il giornalista, la scelta rappresenta una “delegittimazione” non solo della sua persona, ma anche del lavoro dei cronisti che hanno realizzato inchieste “in modo autonomo e indipendente”. La partita giudiziaria, intanto, resta aperta. E passa ora da telefoni, viaggi, messaggi e riscontri.

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