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Napoli, bombe e minacce per far rinascere il clan Zagaria: otto fermi della Dda

Carabinieri davanti a un negozio con vetrata in frantumi e serranda danneggiata, area delimitata da nastro Carabinieri sul luogo di un’esplosione davanti a un’attività commerciale, in un contesto di indagini antimafia nel Casertano.

La Procura di Napoli – Direzione distrettuale antimafia ha disposto nelle scorse ore, tra Caserta e l’area dell’agro aversano, il fermo di otto persone ritenute legate al clan Zagaria, perché secondo gli inquirenti avrebbero tentato di riorganizzare la fazione dei Casalesi fondata da Michele Zagaria, puntando su intimidazioni, rapporti familiari e interessi economici nel territorio.

Clan Zagaria, otto fermi eseguiti dai carabinieri a Caserta

I provvedimenti, firmati dai pm Ranieri, Toscano e Gagliardi della Dda di Napoli, sono stati eseguiti dai carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta. Nel mirino degli investigatori ci sono presunti esponenti di spicco e gregari della vecchia struttura criminale, che avrebbe cercato di recuperare spazio nonostante l’assenza della forza armata di un tempo.

Secondo la ricostruzione contenuta nel decreto di fermo, la fazione riconducibile a Michele Zagaria, considerata per anni l’ala più imprenditoriale dei Casalesi, non avrebbe smesso di muoversi. Non più, almeno non solo, con il controllo militare delle piazze. Piuttosto attraverso reti familiari, imprenditoriali e finanziarie, relazioni consolidate e un presidio ancora avvertito nei comuni dove il clan ha costruito la propria influenza.

L’indagine, spiegano fonti investigative, restituisce una fotografia recente. Non un racconto di vecchie gerarchie, ma una trama aggiornata, con episodi collocati anche nello scorso inverno. Ed è proprio questo, per la Procura antimafia, il dato che pesa: la capacità dei superstiti del gruppo di incidere ancora sulla vita economica e sociale del territorio.

Gli attentati a Casapesenna e il tentativo di riaffermare il controllo

Tra gli episodi finiti al centro dell’inchiesta ci sono gli attentati dinamitardi che hanno colpito una cornetteria e una pizzeria a Casapesenna, comune del Casertano considerato da decenni una roccaforte del clan Zagaria. Esplosioni avvenute, secondo gli investigatori, in un contesto di pressione e intimidazione, con l’obiettivo di riaffermare il predominio criminale su attività commerciali e rapporti locali.

In quelle strade, dove il cognome Zagaria ha pesato a lungo, il segnale sarebbe stato chiaro. Far capire chi comandava ancora, o chi voleva tornare a farlo. Le indagini dei carabinieri hanno raccolto elementi su azioni violente, contatti e conversazioni che, nella lettura della Dda, mostrerebbero il tentativo di rimettere insieme pezzi dispersi della vecchia organizzazione.

Non si parla, almeno nella fase attuale, di una struttura identica a quella degli anni della latitanza di Michele Zagaria, arrestato nel 2011 dopo una lunga fuga. Il quadro delineato dagli inquirenti è diverso: meno armi, meno uomini, ma ancora capacità di condizionare scelte, attività economiche e rapporti tra privati. Una pressione più sottile, ma presente.

Il ruolo di Costantino Garofalo e i legami con le famiglie storiche

Figura centrale dell’inchiesta è Costantino Garofalo, 29 anni, indicato dalla Procura di Napoli come elemento in forte ascesa nella fazione Zagaria. Per gli inquirenti sarebbe stato il raccordo operativo tra diversi soggetti legati al gruppo, capace di tenere insieme vecchi riferimenti e nuove leve.

Nel provvedimento viene descritto come un camorrista “convinto”. Un passaggio riportato dagli investigatori riguarda la sua reazione alla notizia della collaborazione con la giustizia di Francesco “Sandokan” Schiavone, storico capo dei Casalesi. Garofalo, parlando con un interlocutore, avrebbe esclamato: “È finito il mondo”. Una frase breve, ma per chi indaga significativa del clima interno al clan dopo la scelta di Schiavone.

Accanto a Garofalo compaiono nomi considerati più esperti, come i fratelli Aldo e Raffaele Nobis, di 56 e 60 anni. Il primo viene ritenuto una figura carismatica nell’ambiente criminale, legata anche all’introduzione del business delle bische clandestine nella cosca. Il secondo, secondo la Dda, avrebbe storici rapporti con Carmine e Antonio Zagaria, fratelli di Michele, già coinvolti di recente in un’altra indagine anticamorra.

I due Nobis sono inoltre fratelli di Salvatore Nobis, detto “Scintilla”, indicato negli anni come uno dei luogotenenti dello stesso Zagaria. È attraverso queste parentele, spiegano gli investigatori, che il gruppo avrebbe provato a ricostruire una continuità interna. Non solo nomi, ma appartenenze, fiducia, memoria criminale.

Appalti, affari e “risoluzione” dei conflitti privati

Il fascicolo della Direzione distrettuale antimafia descrive anche l’interesse del clan per pubblici appalti, attività economiche e rapporti con ambienti amministrativi locali. Gli inquirenti parlano di contatti anche diretti, ancora da approfondire nelle prossime fasi dell’indagine, e di una strategia orientata a incidere sulle scelte del territorio senza esporsi sempre in prima linea.

Tra le attività contestate emerge anche una sorta di “servizio di risoluzione privata dei conflitti”. In un episodio ricostruito dagli investigatori, Costantino Garofalo si sarebbe fatto consegnare da due persone la somma di 15mila euro, denaro che queste avrebbero sottratto con una truffa a due suoi conoscenti. Sarebbero stati proprio questi ultimi a chiedergli di intervenire.

È un dettaglio che, nella lettura della Procura, racconta il metodo. Il clan non si limita a intimidire: si propone come autorità parallela, capace di dirimere controversie, recuperare soldi, imporre soluzioni. Una giustizia privata, fondata sulla paura e sul riconoscimento del potere criminale.

Gli otto fermati dovranno ora rispondere alle contestazioni davanti all’autorità giudiziaria. Le accuse saranno vagliate nelle sedi competenti, mentre i carabinieri proseguono gli accertamenti sui rapporti economici e sulle eventuali coperture. Per la Dda di Napoli, però, il segnale investigativo è netto: il clan Zagaria, pur indebolito, avrebbe cercato di restare nel gioco. E nel Casertano, ancora una volta, la partita passa da imprese, famiglie e paura.

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