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Iran, Gramegna avverte: con nuove tensioni inflazione possibile al 5%

Tavolo di riunione con report economici, grafici su laptop e bandiere UE sullo sfondo Documenti e grafici di mercato in una sala istituzionale europea, a illustrare rischi su inflazione e tensioni geopolitiche.

Il direttore generale del Meccanismo europeo di stabilità, Pierre Gramegna, ha avvertito al termine dell’Eurogruppo che, in caso di nuova escalation in Medio Oriente legata all’Iran e di forte rivalutazione degli asset statunitensi, l’area euro potrebbe scivolare entro fine anno in una lieve contrazione, con l’inflazione vicina al 5%, secondo le simulazioni elaborate dal Mes per valutare l’impatto dei due shock sull’economia europea.

Gramegna avverte l’Eurogruppo: rischio inflazione quasi al 5%

Il messaggio arrivato da Pierre Gramegna è stato netto, pur nei toni misurati della riunione dei ministri delle Finanze dell’area euro. «Qualora entrambi i rischi della ripresa delle tensioni in Medio Oriente e di una potenziale forte rivalutazione degli asset statunitensi si concretizzassero, l’area euro registrerebbe una crescita più debole e un’inflazione più elevata», ha detto il direttore generale del Mes al termine dell’Eurogruppo.

Secondo le simulazioni citate da Gramegna, nello scenario più severo, quello in cui i due shock si manifestano nello stesso momento, il prodotto dell’area euro potrebbe entrare in territorio «leggermente negativo». Tradotto: una frenata dell’attività economica, non una recessione profonda nelle stime indicate, ma sufficiente a riaprire un fronte delicato per governi, imprese e famiglie.

Il punto più sensibile resta il livello dei prezzi. L’inflazione, ha spiegato Gramegna, potrebbe salire «quasi al 5% entro la fine dell’anno», una soglia che riporterebbe la discussione europea su un terreno conosciuto ma ancora fragile, dopo la lunga fase di caro energia e rialzi dei tassi. Un ritorno sopra i livelli compatibili con la stabilità dei prezzi complicherebbe il percorso della Banca centrale europea, già chiamata a bilanciare crescita debole e pressioni sui prezzi.

Iran, energia e mercati: perché il Medio Oriente pesa sull’Europa

Il primo fattore di rischio indicato dal Mes riguarda la possibile ripresa delle tensioni in Medio Oriente, con l’Iran al centro degli scenari di instabilità. Per l’Europa il canale più immediato resta quello dell’energia: petrolio, gas, trasporti marittimi, costi assicurativi. Basta un aumento prolungato delle quotazioni del greggio per riflettersi sui carburanti, sulla logistica e, con qualche settimana di ritardo, sui prezzi al consumo.

Non è solo una questione di barili. In caso di tensioni più acute nello Stretto di Hormuz o lungo le rotte commerciali regionali, i mercati tendono a prezzare un premio al rischio più alto, con effetti che si trasmettono anche alle imprese europee. Alcuni settori — chimica, trasporti, manifattura energivora — lo sentono prima degli altri.

Gramegna non ha fornito dettagli tecnici completi sulle ipotesi usate nelle simulazioni del Meccanismo europeo di stabilità, ma il riferimento a uno scenario «così grave» indica una combinazione di shock esterni rara e pesante. Non uno scenario base, dunque. Piuttosto una prova di stress, di quelle che servono a capire fin dove può reggere l’economia dell’area euro se più rischi si materializzano insieme.

Il secondo shock: la rivalutazione degli asset statunitensi

Accanto al rischio geopolitico, il direttore generale del Mes ha citato una «potenziale forte rivalutazione degli asset statunitensi». Il riferimento riguarda i movimenti dei mercati finanziari Usa e il loro possibile impatto sui capitali internazionali, sui tassi e sui cambi. Quando Wall Street e il mercato obbligazionario americano attirano flussi consistenti, l’Europa può subire effetti indiretti: condizioni finanziarie più tese, maggiore volatilità, pressione sulle valute.

In concreto, una rivalutazione degli asset Usa può rendere più costoso il finanziamento per famiglie, imprese e Stati europei, specie se si accompagna a un dollaro più forte. E un dollaro forte, in genere, aumenta il prezzo in euro delle materie prime quotate nella valuta americana, a cominciare da petrolio e gas. È qui che i due rischi si saldano: geopolitica ed economia finanziaria, nello stesso momento.

Per i ministri riuniti nell’Eurogruppo, il tema non è solo previsionale. La domanda politica, dentro le capitali europee, è come proteggere la crescita senza alimentare nuova inflazione. Margini di bilancio più stretti, debito ancora elevato in diversi Paesi e investimenti necessari su difesa, energia e industria rendono l’equazione meno semplice rispetto ad altre fasi.

Crescita debole e prezzi alti: il nodo per l’area euro

Le parole di Pierre Gramegna arrivano in una fase in cui l’area euro cerca di consolidare una ripresa ancora disomogenea. Alcuni Paesi mostrano segnali migliori sul fronte dei servizi e dell’occupazione, altri restano frenati dalla manifattura e dalla domanda estera. Una nuova fiammata dell’inflazione al 5% riaprirebbe tensioni sui salari, sui consumi e sulle decisioni di investimento.

Il rischio evocato dal Mes è quello di una combinazione scomoda: crescita più debole e prezzi più alti. Non una semplice frenata ciclica, ma uno scenario in cui famiglie e imprese vedono ridursi il potere d’acquisto mentre il credito resta selettivo. «Crescita più debole e inflazione più elevata», ha riassunto Gramegna, usando una formula breve ma pesante.

Resta da capire se questi rischi si concretizzeranno davvero. Per ora, ha lasciato intendere il Mes, si tratta di simulazioni, non di una previsione centrale. Ma il richiamo dell’istituzione europea serve anche a preparare i governi: in caso di nuovo shock sull’energia o sui mercati finanziari, le risposte dovranno essere mirate, rapide e coordinate. Solo allora, se la pressione dovesse salire, l’Europa potrà evitare che l’instabilità esterna diventi una nuova crisi interna.

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