La proposta della Commissione europea sul bilancio Ue 2028-2034, discussa a Bruxelles e già valutata da Parlamento europeo e Consiglio, rischia di ridimensionare le politiche di coesione proprio mentre le regioni più fragili dell’Unione chiedono investimenti per ridurre i divari territoriali. In Italia, osserva Gianfranco Viesti, economista dell’Università di Bari, il tema resta quasi fuori dal dibattito pubblico, nonostante l’approvazione finale richieda l’unanimità degli Stati membri e quindi anche il voto del governo italiano.
Bilancio Ue 2028-2034, una partita quasi assente dal dibattito italiano
Il bilancio europeo di lungo termine non pesa molto, in rapporto all’economia complessiva dell’Unione, ma indica con chiarezza dove Bruxelles intende mettere risorse e priorità. Per questo il quadro 2028-2034 è considerato un passaggio delicato: arriva dopo anni segnati da pandemia, guerra in Ucraina, crisi energetica, transizione digitale e nuove tensioni sulla sicurezza.
Secondo l’analisi di Gianfranco Viesti, pubblicata nel dibattito avviato sul tema, il problema non è solo tecnico. È politico. La proposta della Commissione, già al centro di valutazioni del Parlamento europeo e del Consiglio europeo del 18-19 giugno, introduce infatti un’architettura diversa, più concentrata sulle nuove priorità e meno sulle politiche tradizionali dell’Unione. Eppure, in Italia, se ne parla poco: nelle aule parlamentari, nei partiti, perfino nel confronto pubblico sul futuro del Mezzogiorno.
Viesti richiama anche il lavoro dell’Ufficio parlamentare di bilancio, la cui presidente ha illustrato in audizione diversi aspetti della proposta. Una materia complessa, certo. Ma non marginale, perché riguarda il modo in cui saranno distribuite le risorse europee per sette anni.
Competitività, difesa e allargamento: le nuove priorità di Bruxelles
La linea della Commissione europea, per come emerge dalle proposte finora note, punta a mantenere contenuta la dimensione complessiva del bilancio, già oggi limitata, e a finanziare tre nuovi assi: competitività, difesa e allargamento. Sono capitoli ritenuti centrali nel nuovo contesto geopolitico, ma la scelta apre una domanda secca: da dove arrivano i soldi?
Qui, secondo Viesti, si vede il nodo politico. Se non aumentano in modo significativo le entrate dell’Unione, le nuove priorità finiscono per essere finanziate riducendo le risorse destinate ad altri settori, a partire dalla politica di coesione. Una strada che l’economista giudica miope, perché colpirebbe proprio le aree dove la fiducia verso Bruxelles è già più fragile.
Il tema delle risorse proprie resta sullo sfondo. Aumentare i contributi dei grandi Paesi, a cominciare dalla Germania, è difficile in una fase in cui i governi devono fare i conti con pressioni interne e crescita dei partiti euroscettici. Ma, osserva Viesti, l’Unione avrebbe potuto lavorare prima a nuove fonti comuni di finanziamento, oppure a strumenti di debito legati a obiettivi condivisi, sul modello del Next Generation EU. Non farlo, sostiene, rivela la debolezza delle classi dirigenti europee davanti alle sfide dei prossimi anni.
Politiche di coesione, il rischio di un taglio e di una gestione più nazionale
Il punto più sensibile riguarda il ridimensionamento della coesione europea. Le comparazioni non sono semplici, perché cambiano contenitori, regole e modalità di spesa, ma l’analisi citata stima un taglio intorno a un settimo delle risorse. Non poco, specie per territori che dipendono da quei fondi per infrastrutture, servizi e investimenti pubblici.
La proposta, inoltre, modificherebbe l’impianto della politica di coesione, dando più peso agli esecutivi nazionali e maggiore flessibilità nell’uso delle risorse. Il riferimento implicito è al modello Pnrr, con una regia più centralizzata e meno spazio alla programmazione territoriale tradizionale. Per Viesti, però, questo approccio rischia di indebolire la dimensione comune europea e di andare nella direzione chiesta dai movimenti sovranisti: meno regole condivise, più gestione nazionale.
C’è anche un paradosso politico. A seguire il dossier c’è un commissario alla coesione italiano, in una fase in cui l’Italia è tra i Paesi più esposti agli effetti di un eventuale ridimensionamento. Non solo per il Sud, ma anche per alcune aree del Centro-Nord che negli ultimi anni hanno mostrato segnali di difficoltà industriale e demografica.
Mezzogiorno e divari territoriali, perché la quantità delle risorse conta
Una delle obiezioni più frequenti è che, per le regioni più deboli, conti più la qualità della spesa che la quantità dei fondi. Viesti non nega il problema dell’efficacia, ma contesta l’alternativa: servono entrambe. La qualità senza risorse adeguate resta promessa; le risorse senza buona programmazione si disperdono. Il punto, per il Mezzogiorno, è che i fabbisogni restano enormi.
Basta guardare ad alcuni capitoli: reti ferroviarie, scuole senza palestre o mense, sistemi idrici, gestione dei rifiuti, periferie urbane. Sono settori nei quali gli investimenti europei hanno spesso sostituito, più che affiancato, quelli nazionali. E con il ritorno delle regole del Patto di stabilità, nel dopo Pnrr, il timore è una nuova stretta sugli investimenti pubblici, simile a quella vissuta negli anni Dieci.
Negli ultimi anni il Sud ha mostrato segnali di crescita anche grazie alla spinta degli investimenti pubblici, con effetti positivi che non si fermano ai confini meridionali. Se quella leva si indebolisce, avverte l’analisi, il rischio è un aumento delle disparità territoriali e una percezione ancora più netta di distanza tra cittadini e istituzioni europee. Una questione che riguarda Bruxelles, certo. Ma anche Roma, e il modo in cui il Paese decide di stare nella prossima trattativa sul bilancio dell’Unione.
