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Teheran si ferma per Khamenei: folla in strada e striscioni contro Trump

Corteo funebre a Teheran con bara coperta di nero portata tra la folla e bandiere nere davanti a una moschea La bara avanza tra una folla in lutto a Teheran, in un corteo funebre sorvegliato e segnato da bandiere nere.

A Teheran, nel terzo giorno di cerimonie funebri per Ali Khamenei, la guida suprema iraniana uccisa il 28 febbraio, migliaia di persone hanno accompagnato oggi la bara in processione dalla Grande Moschea attraverso le vie della capitale, mentre sul piano diplomatico si lavora al prossimo ciclo di colloqui tecnici tra Stati Uniti e Iran, previsto per l’11 luglio, con Islamabad indicata come possibile sede.

La bara di Ali Khamenei in processione a Teheran

Dopo due giorni di esposizione nella Grande Moschea di Teheran, luogo religioso ma anche simbolico per la vita politica iraniana, il feretro di Ali Khamenei è stato portato all’esterno nelle prime ore della giornata. La folla si è raccolta lungo le strade vicine, dietro transenne metalliche e cordoni di sicurezza, con bandiere nere, ritratti del leader defunto e cartelli con il volto del successore indicato, Mojtaba Khamenei.

La cerimonia, secondo le immagini diffuse dalle agenzie internazionali, si è svolta in un clima di forte mobilitazione popolare e istituzionale. Uomini in abiti scuri, donne con il chador, miliziani e funzionari religiosi hanno seguito il corteo, mentre dagli altoparlanti venivano trasmessi canti funebri e versetti coranici. A tratti, dalla folla si sono levati slogan già noti nelle manifestazioni ufficiali della Repubblica islamica: “Morte agli Stati Uniti” e “Morte a Israele”. Non solo lutto, dunque. Anche messaggio politico.

Slogan contro Stati Uniti e Israele, cresce la richiesta di vendetta

Nel cuore della capitale iraniana, la morte di Khamenei è stata presentata dalle autorità come un passaggio di continuità e, insieme, come una ferita da vendicare. Diversi partecipanti al funerale hanno mostrato striscioni con scritte contro Washington e Tel Aviv, invocando una risposta per l’uccisione della guida suprema. “Il sangue del leader non resterà senza risposta”, ha detto un uomo intervistato nei pressi del corteo, secondo quanto riferito dai media presenti sul posto.

Le autorità iraniane non hanno fornito nuovi dettagli pubblici sulle circostanze dell’uccisione del 28 febbraio. In base alle comunicazioni ufficiali diffuse nelle scorse settimane, la leadership di Teheran considera la morte di Khamenei un attacco diretto al vertice dello Stato e ha promesso una reazione “nei tempi e nei modi” ritenuti adeguati. Una formula già utilizzata in passato. Eppure, questa volta, il quadro politico è più delicato: il Paese affronta la transizione al nuovo vertice religioso e politico, con Mojtaba Khamenei al centro della scena pubblica, e deve gestire al tempo stesso la pressione internazionale.

Mojtaba Khamenei al centro dei riti e della successione

La presenza dell’immagine di Mojtaba Khamenei accanto a quella del padre ha dato alla processione un significato ulteriore. Nei cartelli sollevati dalla folla e negli striscioni sistemati lungo il percorso, il volto del successore compariva spesso in posizione di continuità con quello della guida suprema scomparsa. È un dettaglio non secondario, in un sistema politico nel quale i simboli — fotografie, parole d’ordine, disposizioni nelle cerimonie — pesano quasi quanto le dichiarazioni ufficiali.

Secondo osservatori diplomatici citati dai media regionali, le cerimonie di questi giorni servono anche a consolidare l’immagine della nuova leadership, dopo settimane di tensione interna e allarme sul fronte della sicurezza. La Grande Moschea, dove la bara è rimasta esposta per due giorni, è stata scelta proprio per il suo valore doppio: spazio di preghiera, ma anche luogo di legittimazione politica. “È un momento di lutto nazionale, ma anche di unità”, ha spiegato un funzionario religioso alla televisione di Stato iraniana, evitando però riferimenti diretti ai prossimi passaggi istituzionali.

Colloqui Usa-Iran, Islamabad possibile sede l’11 luglio

Mentre a Teheran proseguono le esequie, la diplomazia prova a tenere aperto un canale tra Stati Uniti e Iran. Secondo il quotidiano pakistano Dawn, che cita fonti diplomatiche, Islamabad starebbe emergendo come sede principale per il prossimo ciclo di negoziati tecnici, fissato per l’11 luglio. La decisione, però, non sarebbe ancora definitiva. Tra le opzioni al vaglio figurerebbe anche il resort svizzero di Bürgenstock, già utilizzato in passato per incontri riservati e conferenze internazionali.

Il nodo resta politico, prima ancora che logistico. I colloqui tecnici dovrebbero concentrarsi sui canali di de-escalation, sulle garanzie di sicurezza e sui dossier ancora aperti tra Washington e Teheran, ma l’uccisione di Ali Khamenei ha irrigidito il clima. Fonti diplomatiche citate da Dawn hanno spiegato che il Pakistan si sarebbe offerto come facilitatore, forte dei rapporti mantenuti con entrambe le parti. Nessun annuncio ufficiale è arrivato, per ora, né dalla Casa Bianca né dal ministero degli Esteri iraniano. Solo allora si capirà se il negoziato potrà ripartire davvero, mentre nelle strade di Teheran il funerale della guida suprema continua a parlare anche al resto del mondo.

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