In Sardegna, nel 2024, una parte rilevante della ricchezza delle famiglie è rimasta nei depositi bancari e nel risparmio liquido invece di trasformarsi in investimenti per le imprese, secondo il report del Centro studi di Confindustria Sardegna diffuso a Cagliari per spiegare uno dei freni alla crescita dell’isola. Il punto, nelle parole degli industriali, non è la mancanza di patrimonio. È il passaggio successivo, quello che porta il risparmio a diventare capitale produttivo, innovazione, lavoro.
Il risparmio fermo nei conti correnti
Il rapporto, intitolato “Il risparmio che non diventa capitale: ricchezza finanziaria e deficit di investimento in Sardegna”, mette a fuoco un nodo che da anni attraversa l’economia regionale: molta liquidità resta parcheggiata, poca viene indirizzata verso strumenti capaci di sostenere accumulazione, innovazione e crescita. Non riguarda soltanto le scelte delle singole famiglie, si legge nello studio, ma la “profondità finanziaria” del territorio, cioè la capacità del sistema locale di alimentare investimenti e sviluppo.
Andrea Porcu, direttore del Centro studi di Confindustria Sardegna, lo ha spiegato con una formula netta: “Abbiamo analizzato il fenomeno, rilevante sul territorio regionale, del monte depositi bancari che non si trasformano in investimenti”. Poi ha aggiunto un passaggio più sociale, quasi generazionale: oggi, ha osservato, molte famiglie non investono più per creare un lavoro autonomo ai figli, ma accumulano risparmi che spesso finanziano permanenze all’estero o percorsi lontani dall’intrapresa. Un cambio di mentalità. E pesa.
Il divario finanziario con il resto d’Italia
Secondo il report, il ritardo della Sardegna rispetto ad altre regioni italiane non si misura solo con infrastrutture, demografia, capitale umano o ampiezza del mercato interno. C’è anche una componente patrimoniale e finanziaria che incide sulla capacità delle famiglie di accumulare ricchezza e, allo stesso tempo, sulla possibilità delle imprese di trovare risorse per investire, innovare e competere.
Il dato più rilevante non riguarda il patrimonio reale. Anzi, lo studio segnala che il patrimonio immobiliare e reale delle famiglie sarde non appare inferiore alla media nazionale; in termini pro capite, risulta persino più alto. La distanza emerge quando si guarda alla ricchezza finanziaria: in Sardegna ammonta a poco più di 53 mila euro pro capite, mentre la media italiana supera i 100 mila euro. Il divario, dunque, sfiora i 49 mila euro per abitante. In termini relativi, la dotazione finanziaria pro capite dell’isola è poco più della metà di quella nazionale.
Attività finanziarie per 83,3 miliardi
Nel 2024, secondo il Centro studi di Confindustria Sardegna, le attività finanziarie complessive delle famiglie sarde hanno raggiunto gli 83,3 miliardi di euro. Dentro questa cifra, però, la composizione racconta molto: 32,3 miliardi erano detenuti sotto forma di biglietti, monete, depositi bancari e risparmio postale, pari al 38,8% del totale. Una quota alta, prudente, in parte comprensibile dopo anni segnati da incertezza e rincari.
Altri 33,7 miliardi erano invece investiti in titoli, azioni, partecipazioni, quote di fondi comuni e prestiti alle cooperative, per un peso pari al 40,5%. I restanti 17,3 miliardi rientravano nelle altre attività finanziarie, comprese riserve assicurative e previdenziali, crediti commerciali e altri conti attivi. È proprio l’equilibrio tra queste voci, secondo Confindustria, a mostrare il problema: non basta avere risparmio, se quel risparmio resta lontano dai circuiti che finanziano impresa, capitale di rischio e crescita produttiva.
Imprese, giovani e cultura dell’investimento
Il tema, per gli industriali sardi, non è solo contabile. Tocca la cultura d’impresa, la fiducia nel rischio, il rapporto tra famiglie e futuro dei figli. “È un freno all’economia che abbiamo il dovere di attenuare potenziando la cultura d’impresa tra i giovani”, ha detto Porcu. Una frase che richiama scuole, università, formazione finanziaria, ma anche banche e istituzioni locali.
Il report suggerisce quindi una lettura più ampia del deficit di investimento in Sardegna: il capitale esiste, ma una parte rimane inattiva o comunque poco collegata al tessuto produttivo. Per le imprese, soprattutto quelle piccole e medie, questo significa minore accesso a risorse stabili, minore capacità di programmare e più difficoltà nel competere fuori dall’isola. Il risparmio fermo protegge, certo. Ma non costruisce fabbriche, non finanzia brevetti, non apre mercati. E in una regione che cerca da anni nuove traiettorie di sviluppo, anche questa distanza può diventare un limite concreto.


