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Tutto l’amore che resta, la serie Rai che cambia lo sguardo sulla disabilità

Gruppo di studenti in un corridoio scolastico: un ragazzo in sedia a rotelle e un compagno con cuffie mentre studia Studenti in una scuola superiore inclusiva, tra studio e relazioni quotidiane: un’immagine in linea con i temi della serie Rai.

La nuova serie Rai “Tutto l’amore che resta”, prodotta da Fabula Pictures e tratta dalla produzione francese “Lycée Toulouse-Lautrec”, è stata presentata oggi, 9 luglio 2026, in anteprima all’Italian Global Series Festival di Riccione, con Raoul Bova nel ruolo del preside di una scuola inclusiva, per raccontare attraverso una storia di adolescenti e famiglie il tema della disabilità e della neurodivergenza senza trasformarlo in etichetta.

“Tutto l’amore che resta”, la nuova serie Rai presentata a Riccione

Al centro di “Tutto l’amore che resta” c’è Vittoria, diciassettenne cresciuta in un ambiente privilegiato della Capitale, costretta a rivedere abitudini, amicizie e certezze dopo la scelta della madre di iscrivere il fratello Matteo, ragazzo autistico, al Liceo Hellen Keller. La scuola, pensata per accompagnare studenti con disabilità e neurodivergenze insieme alle loro famiglie, diventa così il luogo di una frattura e, solo dopo, di un possibile nuovo equilibrio.

L’anteprima al festival romagnolo, davanti a pubblico e addetti ai lavori, ha mostrato l’impianto della serie: una storia corale, ambientata in un istituto dove i ragazzi non sono raccontati come casi, ma come persone alle prese con compiti, corpi che cambiano, paure e relazioni. Raoul Bova, nei panni del preside, interpreta una figura adulta chiamata a tenere insieme regole, fragilità e risorse limitate. Non un eroe, piuttosto un dirigente scolastico che prova a far funzionare le cose.

Vittoria, Matteo e una scuola inclusiva: la trama della serie

All’inizio Vittoria guarda il Liceo Hellen Keller con distanza, quasi con fastidio. Non sente quel mondo come suo, fatica a riconoscersi nei nuovi compagni e nei loro codici, eppure proprio lì viene spinta a misurarsi con i propri pregiudizi. La presenza di Matteo, il fratello con autismo, non è soltanto un elemento narrativo: diventa il punto da cui interrogare cosa significhi vivere accanto a una neurodivergenza in famiglia, a scuola, nella quotidianità.

La serie segue poi un gruppo di adolescenti alle prese con amicizie, desideri e inciampi personali. Ciascuno porta una fragilità, ma nessuno viene ridotto a quella. È questo, secondo quanto emerso durante la presentazione di Riccione, il cuore dell’adattamento italiano: raccontare l’inclusione attraverso situazioni riconoscibili, senza costruire una barriera tra “normale” e “diverso”. Una scelta di tono. E di sguardo.

Federica Pagliaroli e Chiara Bordi: “Niente pietà, serve sincerità”

A spiegare il percorso dei personaggi è stata anche Federica Pagliaroli, che nella serie interpreta Gaia, giovane insegnante al primo incarico. “Dal punto di vista di Gaia, mi sono ritrovata un po’ come Vittoria, la protagonista, che viene catapultata lì e non si trova nel suo ambiente, non si trova a suo agio, come se fosse un po’ un’outsider”, ha raccontato l’attrice. Poi ha aggiunto che Gaia, appena uscita dall’università, arriva in una scuola complessa e “non si sente all’altezza”. Una paura concreta, molto riconoscibile per chi entra in classe per la prima volta.

Accanto a lei c’è Chiara Bordi, interprete di Barbara, insegnante di educazione fisica con una disabilità. Il suo personaggio, ha spiegato l’attrice, “essendo in primis l’unica professoressa con una disabilità, poteva empatizzare con gli alunni e le alunne, capirli e soprattutto aiutare il corpo docenti”. Bordi ha richiamato una scena chiave con Gaia: “Barbara dice: ‘Sii onesta, sii sincera, non devi compatirli, non devi provare pietà’. Secondo me in quella scena si racchiude un po’ il nostro messaggio”. Poche parole, ma nette. La disabilità non chiede commiserazione, chiede relazione.

Andrea Rebuzzi: “Abbiamo raccontato una scuola pubblica”

Per il regista Andrea Rebuzzi, una delle scelte centrali dell’adattamento riguarda l’identità dell’istituto. “Una differenza importante rispetto alla serie francese è che noi abbiamo raccontato una scuola pubblica, mentre nella serie francese la scuola è privata”, ha spiegato. Una modifica che sposta il racconto su un terreno più vicino al dibattito italiano, perché mette in campo anche il tema dei budget, delle risorse, degli strumenti necessari per superare ostacoli che non dipendono solo dalla buona volontà.

Rebuzzi ha insistito su un punto: la protagonista non ha una disabilità, ma ha un fratello con neurodivergenza. “Cosa significa avere un fratello così? Cosa significa avere un compagno di scuola così?”, si è chiesto il regista. La risposta, nella serie, sembra cercare una normalità non semplificata: probabilmente non significa nulla di più, o di meno, rispetto ad altre relazioni tra fratelli e compagni. “L’obiettivo era mostrare proprio questo: non rendere la disabilità uno stigma, ma semplicemente una caratteristica di questi ragazzi”, ha concluso Rebuzzi. A Riccione, il messaggio è arrivato senza proclami: guardare meglio, prima di giudicare.

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