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Insulti a Liliana Segre, condannati gli hater: quattro mesi e 1.500 euro di risarcimento

Smartphone sfocato in primo piano davanti all’ingresso di un tribunale, con persone che entrano e escono All’esterno del tribunale, uno smartphone richiama gli insulti sui social al centro della condanna.

A Milano, oggi, il Tribunale ha emesso la prima condanna nei confronti di un hater di Liliana Segre, imputato per gli insulti rivolti sui social alla senatrice a vita e sopravvissuta alla Shoah, dopo le denunce presentate dalla stessa Segre e l’inchiesta aperta dalla Procura di Milano per diffamazione aggravata dall’odio razziale.

Prima condanna per gli insulti social a Liliana Segre

La decisione è arrivata al termine del procedimento con rito abbreviato, scelto da uno degli imputati finiti nell’inchiesta milanese. Il giudice ha disposto una pena di quattro mesi di reclusione, sospesa, e un risarcimento di 1.500 euro in favore della senatrice. Una cifra contenuta, sul piano economico, ma dal peso simbolico evidente in un fascicolo che riguarda parole d’odio, offese e riferimenti antisemiti diffusi online.

L’uomo era l’unico, tra gli imputati, ad aver chiesto di essere giudicato con questa formula. La contestazione, secondo quanto emerso dagli atti, riguarda la diffamazione aggravata dall’odio razziale, legata a messaggi pubblicati sui social contro Liliana Segre, oggi 95 anni, testimone della deportazione ad Auschwitz e da anni bersaglio di campagne d’odio in rete. In aula, il caso è stato trattato senza clamore, ma con un’attenzione forte al valore delle parole. Anche quelle scritte da una tastiera, spesso di notte, magari credendo di restare invisibili.

L’inchiesta della Procura di Milano e gli otto imputati

Il procedimento nasce dalle denunce presentate dalla senatrice, assistita come parte civile dall’avvocato Vincenzo Saponara, dopo una lunga serie di attacchi comparsi su piattaforme social. Da quelle segnalazioni è partita una maxi inchiesta della Procura di Milano, che ha ricostruito una scia di insulti, frasi antisemite e commenti violenti indirizzati a Segre. Non un episodio isolato, dunque, ma una sequenza di messaggi che gli investigatori hanno poi collegato a diversi profili.

In totale, il fascicolo vedeva coinvolte otto persone. Alcune di loro, una volta identificate e raggiunte dagli atti, hanno scelto una strada diversa: lettere di scuse, ammissioni parziali, disponibilità a versare somme al Memoriale della Shoah. In quei casi, le somme indicate sono state comprese tra 500 e 2mila euro, secondo quanto riferito nel corso del procedimento, e la remissione delle querele ha portato a sentenze di non doversi procedere. Una chiusura giudiziaria, certo. Ma non una cancellazione del fatto.

Messa alla prova e risarcimento al Memoriale della Shoah

Per un altro imputato il giudice ha disposto la messa alla prova, con lo svolgimento di lavori di pubblica utilità e un risarcimento da versare alla Fondazione Memoriale della Shoah. È una soluzione prevista dall’ordinamento, che consente di sospendere il procedimento e verificare, attraverso un percorso concreto, la condotta della persona coinvolta. Solo al termine, se l’esito sarà positivo, il reato potrà essere dichiarato estinto.

La scelta del Memoriale come destinatario del risarcimento non è casuale. La Fondazione, che ha sede alla Stazione Centrale di Milano, nel luogo da cui partirono i convogli della deportazione, rappresenta uno dei punti più riconoscibili della memoria civile italiana. È lì che la storia personale di Liliana Segre, deportata da bambina e sopravvissuta ad Auschwitz, incontra la memoria collettiva. E in questo passaggio, il procedimento giudiziario esce dal perimetro tecnico del reato: diventa anche una risposta pubblica alla banalizzazione dell’odio.

Il nodo dell’odio online contro la senatrice

Da anni Liliana Segre riceve minacce, insulti e messaggi antisemiti, al punto da vivere sotto tutela. La senatrice ha denunciato più volte il clima generato dalla rete, dove l’anonimato apparente e la distanza fisica trasformano l’offesa in abitudine. “Le parole possono ferire”, ha ripetuto in diverse occasioni pubbliche, parlando soprattutto ai ragazzi nelle scuole e nei luoghi della memoria. Una frase semplice, ma dentro questa vicenda torna con forza.

La sentenza di Milano segna il primo esito di condanna dentro un procedimento più ampio, nato per dare un nome e un volto agli autori degli attacchi. Non tutti i casi si sono chiusi allo stesso modo: alcuni imputati hanno risarcito, altri hanno ottenuto la remissione della querela, uno è stato condannato. La linea, però, appare chiara: gli insulti razzisti pubblicati online non restano confinati nello spazio virtuale. Producono conseguenze. Anche davanti a un giudice.

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