Con il Decreto Legislativo 62/2024, l’Italia ha introdotto uno strumento che cambia in modo sostanziale il modo in cui si pensa all’accompagnamento delle persone con disabilità: il progetto di vita disabilità, nella sua forma personalizzata e partecipata, diventa il fulcro attorno a cui si organizzano i sostegni, i servizi e le aspirazioni di ciascuna persona. In questo quadro, lo sport e l’attività fisica non sono più un’aggiunta opzionale o un’attività ricreativa secondaria, ma possono — e devono — essere considerati elementi concreti del percorso di vita, capaci di incidere sulla qualità dell’esistenza, sull’autonomia e sulla partecipazione sociale.
Cosa prevede il Progetto di Vita secondo il Decreto 62/2024
Il Progetto di Vita è definito dall’articolo 2, lettera n) del Decreto Legislativo 62/2024 come un progetto individuale, personalizzato e partecipato che, partendo dai desideri, dalle aspettative e dalle preferenze della persona con disabilità, è orientato a identificare i sostegni — formali e informali — necessari per migliorare la qualità della vita, sviluppare il potenziale individuale e garantire la partecipazione su base di uguaglianza con gli altri.
Questa definizione segna una discontinuità rispetto all’approccio assistenziale tradizionale. Non si parte dalla diagnosi o dalla limitazione, ma dalla persona: dai suoi obiettivi, dai suoi sogni, dal suo modo di intendere una vita buona. Il progetto non è redatto per la persona, ma costruito con essa, attraverso un processo che coinvolge la persona stessa, la sua famiglia e un’équipe multidisciplinare di valutatori.
Un manuale operativo sul Progetto di Vita e sul Decreto 62/2024 è stato elaborato su iniziativa della Ministra per le disabilità Alessandra Locatelli e compilato da Gianfranco de Robertis, con l’obiettivo di guidare professionisti, enti e famiglie nell’applicazione concreta della riforma. Il manuale rappresenta uno strumento di transizione importante in una fase in cui l’implementazione è ancora in corso su tutto il territorio nazionale.
Il diritto allo sport come diritto fondamentale: la base internazionale
Prima ancora di analizzare come lo sport entra nel progetto di vita individuale, è necessario ricordare che il diritto alla pratica sportiva per le persone con disabilità ha un fondamento giuridico solido a livello internazionale. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia, all’articolo 30 riconosce espressamente il diritto delle persone con disabilità a partecipare, su base di uguaglianza con gli altri, ad attività culturali, ricreative, di svago e sportive.
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Questo articolo non si limita a enunciare un principio generico: impegna gli Stati a garantire l’accesso a luoghi e strutture sportive, a promuovere la partecipazione a tutti i livelli — dalla pratica amatoriale allo sport agonistico — e a sostenere lo sviluppo di programmi specifici. Il framework internazionale, dunque, non tratta lo sport come un privilegio o un’opportunità accessoria, ma come un diritto che gli Stati devono rendere effettivo.
In Italia, la distanza tra il diritto enunciato e il diritto effettivamente accessibile rimane significativa. Barriere architettoniche, costi elevati, carenza di istruttori formati e assenza di trasporto adeguato continuano a limitare concretamente la partecipazione sportiva di molte persone con disabilità, in particolare nelle aree interne e nei piccoli Comuni.
Sport e progetto di vita: perché il collegamento è strutturale, non decorativo
Inserire lo sport nel progetto di vita disabilità non significa aggiungere una voce in un elenco di attività. Significa riconoscere che la pratica sportiva incide su dimensioni che il Decreto 62/2024 pone al centro del progetto: autonomia, relazioni sociali, benessere fisico e psicologico, partecipazione alla vita della comunità.
Un progetto di vita costruito attorno alle preferenze reali di una persona può includere, per esempio, il desiderio di nuotare, di praticare arti marziali adattate, di far parte di una squadra di bocce o di partecipare a un gruppo di cammino. Questi desideri non sono dettagli: sono indicatori di come la persona vuole stare nel mondo, di quali relazioni vuole costruire, di quale ritmo quotidiano desidera avere.
Il lavoro dell’équipe di valutazione — e dei professionisti che accompagnano la costruzione del progetto — consiste anche nell’identificare quali sostegni concreti rendono possibile quella pratica: un accompagnatore, un contributo economico per l’iscrizione a un’associazione sportiva, la ricerca di un impianto accessibile, la collaborazione con una cooperativa sociale che gestisce attività adattate. Il progetto, in questo senso, diventa uno strumento di connessione tra il desiderio della persona e le risorse del territorio.
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Le condizioni perché lo sport entri davvero nei progetti individuali
La riforma offre una cornice normativa favorevole, ma il rischio concreto è che lo sport rimanga ai margini dei progetti individuali per ragioni pratiche: mancanza di offerta sul territorio, scarsità di risorse economiche destinate ai sostegni non sanitari, scarsa formazione dei professionisti rispetto alle opportunità sportive adattate.
Perché il collegamento tra sport e progetto di vita sia effettivo, servono almeno tre condizioni. La prima è che i valutatori e i professionisti che costruiscono il progetto abbiano una conoscenza concreta delle opportunità sportive presenti nel territorio — associazioni, impianti accessibili, programmi adattati — e sappiano tradurre un desiderio espresso dalla persona in un sostegno identificabile. La seconda è che le risorse destinate ai progetti individuali siano sufficienti a coprire anche i costi legati alla pratica sportiva, senza che questa venga automaticamente esclusa in favore dei soli sostegni sanitari o assistenziali. La terza è che il sistema sportivo — federazioni, enti di promozione, associazioni dilettantistiche — si organizzi per essere un interlocutore reale dei servizi sociali e delle équipe che lavorano sui progetti di vita.
Su quest’ultimo punto, il Terzo Settore ha un ruolo che non è ancora pienamente esplorato: le cooperative sociali, le associazioni di promozione sociale e le organizzazioni di volontariato che operano nell’ambito sportivo possono diventare soggetti attivi nella costruzione e nell’attuazione dei progetti individuali, non semplici erogatori di servizi ma co-progettatori di percorsi.
Implementazione ancora in corso: cosa osservare nei prossimi mesi
La riforma della disabilità è operativa, ma la sua applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale è un processo che richiede tempo, risorse e coordinamento tra Stato, Regioni e Comuni. I progetti di vita personalizzati stanno entrando progressivamente nella pratica dei servizi, con differenze significative tra un territorio e l’altro.
Vale la pena monitorare, nei prossimi mesi, in che misura i progetti individuali includano effettivamente dimensioni legate al tempo libero, allo sport e alla partecipazione culturale — o se invece tendano a concentrarsi quasi esclusivamente sui sostegni sanitari e assistenziali. Questa scelta non è neutrale: riflette una concezione della disabilità e della qualità della vita che la riforma, nella sua impostazione, vuole superare.
Il progetto di vita è uno strumento potente proprio perché obbliga a partire dalla persona reale, con i suoi desideri reali. Lo sport, quando è un desiderio reale, non può essere trattato come un lusso che si aggiunge solo se avanzano risorse. Riconoscerlo come parte strutturale del progetto è, in fondo, il modo più concreto di prendere sul serio il principio da cui la riforma dice di voler partire: la vita che la persona vuole vivere, non quella che il sistema ritiene per lei sufficiente.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.



