Responsabilità sociale

Povertà alimentare negli adolescenti: oltre la fame, il benessere nutrizionale nei paesi ricchi

Secondi piatti estivi da fare in anticipo: frittata arrotolata fredda e mattonella allo yogurt Immagine generata con AI

Quando si parla di povertà alimentare negli adolescenti in un paese ad alto reddito come l’Italia, il rischio più comune è ridurre il problema a una questione di calorie mancanti. Ma chi ha quindici anni e non può permettersi di condividere una pizza con i compagni dopo scuola non sta soltanto saltando un pasto: sta perdendo un pezzo di vita sociale, di identità, di fiducia in sé stesso. È questa la prospettiva che il progetto DisPARI — realizzato dall’Università degli studi di Milano e da ActionAid in collaborazione con Percorsi di Secondo Welfare — ha messo al centro di due anni di ricerca, arrivando a sfidare le categorie con cui misuriamo e combattiamo la deprivazione alimentare tra i più giovani.

Dalla fame al benessere: una definizione che cambia tutto

La ricerca DisPARI parte da una constatazione metodologica precisa: le definizioni tradizionali di povertà alimentare sono costruite principalmente attorno alla food security, cioè all’accesso fisico ed economico a cibo sufficiente e nutriente. Questa misura è indispensabile, ma non esaurisce ciò che la deprivazione alimentare significa nella vita di un adolescente che cresce in un contesto urbano europeo.

Il progetto propone invece un approccio basato sul benessere alimentare (food wellbeing), che riconosce la povertà alimentare come un fenomeno multidimensionale. Accanto alle dimensioni materiali — quantità e qualità del cibo disponibile — esistono dimensioni immateriali altrettanto rilevanti: il piacere del cibo, le relazioni sociali che si costruiscono intorno alla tavola, la sfera emotiva, il senso complessivo di benessere. Ignorare queste componenti significa misurare male il problema e, di conseguenza, intervenire in modo insufficiente.

Per molti adolescenti, la povertà alimentare si manifesta concretamente nel rinunciare a momenti di socialità, nel sentirsi esclusi dai riti quotidiani del gruppo dei pari — la merenda condivisa, la gita scolastica con il pranzo al sacco, il fast food del sabato pomeriggio — e nel subire una progressiva erosione dell’autostima. Non è fame nel senso letterale del termine, ma è privazione reale con conseguenze reali.

Adolescenza e cibo: un intreccio che la ricerca non può ignorare

L’adolescenza è una fase dello sviluppo in cui il cibo assume significati che vanno ben oltre la nutrizione. È un linguaggio identitario, un marcatore di appartenenza sociale, uno strumento di negoziazione con i pari e con il mondo adulto. Rifiutare certi cibi, scegliere certi locali, partecipare a certi rituali alimentari: tutto questo contribuisce a definire chi si è e a quale gruppo si appartiene.

→ Leggi anche: Una famiglia su tre in Italia non può permettersi la vacanza: il diritto al riposo e la socialità minorile

Quando una famiglia non può permettersi di sostenere questi consumi — anche modesti in termini assoluti — l’adolescente si trova in una posizione di svantaggio che non è soltanto economico. Il rischio di esclusione sociale è concreto, e con esso quello di sviluppare un rapporto distorto con il cibo, con il proprio corpo e con le relazioni. La povertà alimentare negli adolescenti si intreccia così con la povertà educativa, con il disagio psicologico e con le disuguaglianze di opportunità che segnano i percorsi di vita futuri.

Questo intreccio rende particolarmente urgente disporre di strumenti di rilevazione adeguati. Se si misura solo l’accesso calorico, si rischia di non vedere la quota più ampia e meno visibile della deprivazione. Il progetto DisPARI ha lavorato esattamente su questo punto: costruire categorie analitiche più accurate per rilevare la povertà alimentare nella sua complessità, con specifico riferimento alla fascia adolescenziale.

Il progetto DisPARI: metodo, finanziamento e autori

DisPARI è stato finanziato dalla Fondazione Cariplo nell’ambito del bando Inequalities Research — Generare conoscenza per ridurre le disuguaglianze del 2023. Il bando stesso segnala un orientamento preciso: non basta descrivere le disuguaglianze, occorre produrre conoscenza che possa orientare politiche e pratiche concrete di riduzione.

I risultati della ricerca sono stati presentati il 31 marzo 2026 in un evento intitolato Comprendere, misurare e contrastare la povertà alimentare in adolescenza: strumenti, pratiche e politiche. Il titolo stesso restituisce la triplice ambizione del progetto: non fermarsi alla comprensione del fenomeno, ma arrivare a proporre strumenti operativi e indirizzi di policy.

Tra gli autori della ricerca figurano Monica Palladino, Carlo Cafiero e Roberto Sensi. La collaborazione tra un ateneo pubblico come l’Università degli studi di Milano, un’organizzazione della società civile come ActionAid e una realtà di ricerca applicata come Percorsi di Secondo Welfare riflette un approccio ormai consolidato nell’economia sociale italiana: mettere insieme rigore scientifico, conoscenza del territorio e capacità di advocacy per produrre risultati che abbiano effettiva ricaduta sociale.

→ Leggi anche: Tecnologie e salute mentale degli adolescenti: tra allarmi infondati e rischi reali

Cosa cambia nelle politiche di contrasto alla povertà alimentare

Adottare una definizione multidimensionale della povertà alimentare degli adolescenti non è soltanto un aggiornamento teorico: ha implicazioni dirette su come si progettano gli interventi. Un approccio centrato esclusivamente sulla distribuzione di cibo — buono pasto, banco alimentare, mensa scolastica gratuita — risponde alla dimensione materiale ma non necessariamente a quella relazionale e emotiva.

Questo non significa che la dimensione materiale sia secondaria: accedere a cibo sufficiente e di qualità resta una priorità assoluta. Ma significa che un intervento efficace deve essere progettato tenendo conto anche di come il cibo circola nelle relazioni sociali degli adolescenti. Mense scolastiche inclusive, spazi di socialità alimentare nelle scuole, programmi che coinvolgano i pari e non solo le famiglie: sono tutte direzioni che una lettura multidimensionale del problema può suggerire.

Esiste poi una questione di stigma. Molti strumenti di sostegno alimentare — dalla tessera mensa agevolata al pacco alimentare — possono essere percepiti dagli adolescenti come marcatori di differenza, amplificando il senso di esclusione anziché ridurlo. Progettare interventi che minimizzino la visibilità dello svantaggio e massimizzino la partecipazione sociale è una competenza che richiede conoscenza approfondita del target. È anche questa una delle eredità pratiche che una ricerca come DisPARI può lasciare al sistema di welfare italiano.

La conoscenza come strumento di equità

Il progetto DisPARI si inserisce in un filone di ricerca applicata che considera la produzione di conoscenza come atto politico. Misurare bene un fenomeno significa renderlo visibile, e renderlo visibile significa creare le condizioni perché le istituzioni debbano rispondervi. In un paese in cui le disuguaglianze nell’accesso al cibo restano strutturali — e in cui la componente adolescenziale è spesso meno presidiata rispetto a quella dell’infanzia o degli anziani — disporre di dati più accurati e di categorie analitiche più ricche è il primo passo per politiche più efficaci.

La documentazione del progetto è disponibile su Percorsi di Secondo Welfare, che ha contribuito alla ricerca e ne ha seguito la diffusione pubblica. Che i risultati trovino effettiva traduzione in strumenti di policy — a livello nazionale, regionale e locale — dipenderà dalla capacità del sistema di recepire una visione della povertà alimentare che finalmente mette al centro non solo il piatto, ma la persona che ci siede davanti.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Change privacy settings
×