Portare la prevenzione della violenza di genere dentro i luoghi di lavoro non è un obiettivo secondario rispetto alle politiche aziendali di welfare: è, sempre più, una condizione necessaria per garantire ambienti professionali sicuri, produttivi e davvero inclusivi. Il Network Libellula, promosso da Fondazione Libellula, lo dimostra con i fatti: oltre 190 aziende hanno già aderito all’iniziativa, costruendo al proprio interno percorsi strutturati di formazione e figure dedicate all’ascolto. La questione della violenza di genere nelle aziende smette così di essere un tema affidato esclusivamente al dibattito pubblico e diventa materia di intervento organizzativo concreto.
Perché il luogo di lavoro è un nodo strategico
La violenza di genere non si esaurisce nelle mura domestiche. Si manifesta — spesso in forme meno visibili ma non meno gravi — anche negli ambienti professionali: attraverso molestie, discriminazioni, pressioni psicologiche, dinamiche di controllo che si intrecciano con le gerarchie lavorative. Il posto di lavoro, tuttavia, è anche uno spazio in cui le persone trascorrono una parte consistente della propria giornata, costruiscono relazioni di fiducia e hanno accesso a strutture organizzative capaci di rispondere in modo sistematico.
Questo rende le aziende interlocutori rilevanti nella prevenzione. Non sostituti del sistema pubblico di protezione — che rimane indispensabile — ma attori complementari, in grado di intercettare situazioni di rischio prima che degenerino e di offrire un primo punto di riferimento a chi ne ha bisogno. La sfida è trasformare questa potenzialità in prassi consolidata, e non in dichiarazioni di principio.
Il modello del Network: formazione e figure di prossimità
Il Network Libellula costruisce il proprio intervento su due assi principali. Il primo è la formazione mirata: le aziende aderenti attivano percorsi interni che aiutano dipendenti e manager a riconoscere i segnali della violenza di genere, a comprendere le dinamiche che la alimentano e a sapere come agire. Non si tratta di corsi obbligatori svolti per adempimento, ma di programmi pensati per modificare gradualmente la cultura organizzativa.
→ Leggi anche: Catalogna: il modello di governance femminista multilivello contro la violenza di genere
Il secondo asse è il percorso Ambassador: persone formate all’interno delle organizzazioni aderenti che diventano punti di riferimento per colleghe e colleghi che vivono situazioni di difficoltà. L’idea è semplice ma efficace: avere qualcuno di riconoscibile, vicino, raggiungibile — non un numero verde anonimo, ma una persona che lavora nello stesso edificio, che conosce il contesto, che può ascoltare senza giudicare.
Un esempio concreto viene da UNI — l’Ente Italiano di Normazione — che ha aderito al percorso Ambassador di Fondazione Libellula contro la violenza sulle donne e la discriminazione di genere. Sabrina Pucci è stata selezionata da UNI come Ambassador Libellula, diventando all’interno dell’ente un punto di ascolto sicuro per chi ne abbia bisogno. Questo modello, replicato in oltre 190 organizzazioni, mostra come sia possibile declinare la prevenzione in modo adattato a realtà molto diverse per dimensione e settore.
Violenza di genere nelle aziende: oltre il codice etico
Molte organizzazioni si sono dotate negli anni di codici etici, policy antidiscriminazione, procedure di segnalazione. Strumenti utili, ma spesso insufficienti da soli. La distanza tra una norma scritta e un comportamento reale dipende dalla cultura interna, dalla qualità delle relazioni, dalla disponibilità delle persone a riconoscere un problema e a esporsi per affrontarlo.
Il modello proposto da Fondazione Libellula lavora esattamente su questo scarto. La violenza di genere nelle aziende viene affrontata non solo come rischio legale o reputazionale — prospettiva legittima ma riduttiva — ma come questione di benessere collettivo che richiede un cambiamento culturale profondo. Questo significa formare non solo le funzioni HR o i responsabili della compliance, ma coinvolgere persone a tutti i livelli dell’organizzazione.
Il percorso Ambassador, in questo senso, è particolarmente significativo: distribuisce la responsabilità della prevenzione lungo tutta la struttura, evitando che il tema rimanga confinato a un ufficio specializzato. Ogni Ambassador è una persona che ha scelto di formarsi, di rendersi disponibile, di essere riconoscibile come punto di contatto. Non sostituisce il supporto professionale — psicologico, legale, sociale — ma può essere il primo passo che permette a qualcuno di chiederlo.
→ Leggi anche: Competenze digitali, 34 milioni di euro per donne e NEET
Cosa rende sostenibile questo tipo di intervento
Perché un programma come il Network Libellula funzioni nel tempo, è necessario che non si riduca a un’adesione formale. Alcune condizioni sembrano decisive. La prima è il coinvolgimento del vertice aziendale: quando la direzione considera la prevenzione della violenza di genere una priorità reale — e non solo una voce nel bilancio di sostenibilità — l’intera organizzazione lo percepisce. La seconda è la continuità della formazione: percorsi episodici producono effetti limitati; è la ripetizione nel tempo, con aggiornamenti e approfondimenti, a costruire competenze stabili.
La terza condizione è la tutela degli Ambassador stessi. Chi svolge questo ruolo si espone, ascolta situazioni difficili, gestisce emozioni intense. Senza un adeguato supporto — supervisione, formazione continua, chiari confini di mandato — il rischio è quello del burnout o della gestione improvvisata di situazioni che richiedono competenze specialistiche. Il percorso di Fondazione Libellula include elementi di accompagnamento per chi assume questo ruolo, proprio per evitare che la buona volontà si trasformi in carico insostenibile.
Un tassello nel sistema più ampio di protezione
Il Network Libellula non opera nel vuoto. Si inserisce in un contesto normativo e istituzionale che, negli ultimi anni, ha rafforzato gli strumenti di contrasto alla violenza di genere, pur con persistenti lacune nell’attuazione e nella copertura territoriale. Le aziende che aderiscono a iniziative come questa contribuiscono a costruire una rete di prossimità che può fare la differenza nei momenti critici: non perché sostituiscano i centri antiviolenza, le forze dell’ordine o i servizi sociali, ma perché ampliano il numero di luoghi in cui una persona può trovare ascolto e orientamento.
Per approfondire il percorso Ambassador di Fondazione Libellula è possibile consultare il sito ufficiale della fondazione, dove sono descritti i moduli formativi e le modalità di adesione per le organizzazioni interessate.
Il dato delle oltre 190 aziende aderenti al Network Libellula non è solo una misura della crescita dell’iniziativa: è un segnale che qualcosa sta cambiando nel modo in cui le organizzazioni guardano al proprio ruolo nella prevenzione della violenza di genere. Non tutte le realtà sono pronte, non tutti i contesti sono uguali, e i risultati dipendono dalla qualità dell’implementazione più che dall’adesione formale. Ma il fatto che imprese di settori e dimensioni molto diverse stiano scegliendo di investire in questo tipo di intervento indica che la prevenzione nei luoghi di lavoro ha smesso di essere una nicchia e sta diventando parte integrante di come le organizzazioni pensano al benessere delle proprie persone.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

