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Povertà minorile in Italia: il 12,5% dei bambini vive in condizioni di povertà assoluta

In Italia il 12,5% dei minori vive in povertà assoluta, un record storico dal 2014. La povertà minorile Italia colpisce oggi più i bambini che gli anziani.

Sono circa 1,14 milioni i bambini e gli adolescenti che in Italia vivono in condizioni di povertà assoluta: uno su otto, pari al 12,5% dei minori. È questo il dato che emerge dalle rilevazioni ISTAT relative al 2025, pubblicate nel corso di quest’anno, e che colloca la povertà minorile in Italia al livello più alto mai registrato dall’inizio della serie storica comparabile, avviata nel 2014. Un numero che non può essere letto come semplice statistica: dietro ogni punto percentuale ci sono famiglie che non riescono a garantire ai propri figli un’alimentazione adeguata, vestiti sufficienti, riscaldamento, materiale scolastico.

Un primato negativo: il livello più alto dal 2014

I dati ISTAT confermano che il 12,5% dei minori residenti in Italia si trova in condizione di povertà assoluta — quella forma di deprivazione che misura l’impossibilità di accedere a un paniere minimo di beni e servizi considerati essenziali per uno standard di vita dignitoso. Si tratta di una soglia oggettiva, distinta dalla povertà relativa, che misura invece la distanza dal tenore di vita medio della popolazione.

Secondo le elaborazioni di Openpolis sui dati ISTAT, questo 12,5% rappresenta il picco storico dall’avvio della misurazione sistematica. Non si tratta di un peggioramento improvviso, ma di una tendenza consolidata che non ha trovato inversioni significative nonostante gli interventi degli ultimi anni. Il dato colpisce anche per la sua stabilità: la povertà minorile in Italia non risponde in modo proporzionale alle fasi di ripresa economica generale.

Un segnale parzialmente positivo riguarda la fascia d’età tra i 7 e i 13 anni, per la quale l’incidenza è scesa dal 14,9% al 12%, un miglioramento che tuttavia non modifica il quadro complessivo, rimasto critico.

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L’inversione storica: oggi i bambini più a rischio degli anziani

Per comprendere la portata del cambiamento in atto, occorre guardare indietro di vent’anni. Due decenni fa, la categoria demografica più esposta al rischio di povertà in Italia erano gli anziani. Oggi la situazione è capovolta: sono i minori a registrare i tassi più elevati di povertà assoluta, mentre la condizione economica della popolazione anziana — sostenuta da un sistema pensionistico che, pur con le sue criticità, garantisce un reddito continuativo — è migliorata in termini relativi.

Questa inversione non è casuale. Riflette una combinazione di fattori strutturali: la precarizzazione del lavoro che colpisce le generazioni in età riproduttiva, il costo crescente degli affitti, la riduzione dei servizi per la prima infanzia in molte aree del Paese, e la difficoltà delle famiglie numerose — spesso con più figli a carico — di mantenere un tenore di vita adeguato. Le famiglie con tre o più figli minori, in particolare, presentano tassi di povertà assoluta sistematicamente superiori alla media.

Il dato sulla povertà minorile in Italia diventa ancora più preoccupante se si considera che la deprivazione vissuta nell’infanzia produce effetti duraturi: sulle traiettorie educative, sulle opportunità lavorative future, sulla salute fisica e mentale. Non si tratta soltanto di una questione di giustizia sociale nel presente, ma di un meccanismo che riproduce e consolida le disuguaglianze nel tempo.

Il Mezzogiorno: quasi un adolescente su cinque in povertà assoluta

La distribuzione territoriale del fenomeno è fortemente disomogenea. Nel Mezzogiorno, la povertà assoluta colpisce quasi un adolescente su cinque: un’incidenza che supera significativamente la media nazionale e che riflette le più ampie disuguaglianze tra Nord e Sud del Paese in termini di servizi, infrastrutture e opportunità economiche.

Le regioni meridionali concentrano non solo tassi più elevati di povertà minorile, ma anche maggiori carenze nei servizi di supporto alle famiglie: dagli asili nido — ancora insufficienti rispetto agli obiettivi europei — ai servizi sociali comunali, spesso sotto-finanziati. Questo significa che le famiglie con bambini nel Sud Italia si trovano a fronteggiare una doppia vulnerabilità: redditi più bassi e minore accesso a servizi che potrebbero compensare parzialmente la deprivazione economica.

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La povertà educativa si intreccia con quella materiale: la mancanza di risorse economiche limita l’accesso a opportunità formative, culturali e relazionali che non rientrano nel paniere ISTAT ma che sono decisive per lo sviluppo dei bambini. Libri, attività sportive, gite scolastiche, connessione internet adeguata: sono dimensioni che la sola misurazione della povertà assoluta non cattura pienamente.

Il richiamo europeo e il tema degli interventi strutturali

La gravità della situazione ha attirato l’attenzione delle istituzioni internazionali. Michael O’Flaherty, Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ha visitato l’Italia tra il 12 e il 16 gennaio 2026 e ha successivamente pubblicato un memorandum specificamente dedicato alla povertà infantile in Italia, un documento che raramente viene prodotto per un Paese dell’Europa occidentale e che segnala quanto il problema sia percepito come rilevante anche fuori dai confini nazionali.

Il dibattito sulle politiche da adottare ruota intorno a una distinzione fondamentale: quella tra misure temporanee e interventi strutturali. I bonus e i trasferimenti monetari una tantum possono alleviare situazioni di emergenza, ma da soli non modificano le condizioni di fondo che generano e riproducono la povertà. Gli esperti e le organizzazioni che monitorano il fenomeno — da Save the Children a Openpolis — segnalano da anni la necessità di agire su più livelli contemporaneamente: politiche attive del lavoro che aumentino la stabilità occupazionale dei genitori, espansione dei servizi per la prima infanzia, sostegno al reddito adeguato e continuativo per le famiglie con figli, contrasto alla dispersione scolastica.

La povertà minorile in Italia non è un problema che si risolve con singoli provvedimenti settoriali. Richiede una visione di sistema che connetta politiche del lavoro, welfare familiare, istruzione e servizi territoriali. I dati ISTAT del 2025 mostrano che, senza questo cambio di approccio, il rischio concreto è che il record negativo attuale non resti tale a lungo — e che venga superato al rialzo nei prossimi anni.

Un bambino su otto in povertà assoluta è una misura dell’Italia di oggi. È anche, se non si interviene con coerenza e continuità, una proiezione dell’Italia di domani: quella dei giovani adulti che avranno costruito la propria traiettoria di vita partendo da una condizione di svantaggio che il Paese non ha saputo o voluto correggere in tempo.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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