Quasi un milione di famiglie italiane che vivono in affitto si trovano in condizioni di povertà assoluta. È questo il dato più urgente che emerge dall’analisi ISTAT 2024 sulla povertà abitativa in Italia, tornato al centro del dibattito pubblico in occasione del 17 ottobre, Giornata mondiale per l’eliminazione della povertà. Un numero che non è una statistica astratta: descrive famiglie che non riescono a garantirsi beni e servizi essenziali per condurre una vita dignitosa, e che si trovano in questa condizione anche perché il costo dell’abitare assorbe una quota insostenibile del loro reddito.
Il divario tra chi affitta e chi possiede casa
Il dato più significativo che emerge dall’analisi ISTAT riguarda il divario netto tra chi vive in affitto e chi abita in una casa di proprietà. Il 20,9% delle famiglie in locazione si trova in povertà assoluta: significa che circa 999.000 nuclei familiari che pagano un canone mensile non dispongono di risorse sufficienti per soddisfare i bisogni primari. A fronte di questo dato, solo il 4,5% delle famiglie proprietarie si trova nella stessa condizione.
La differenza — oltre sedici punti percentuali — non è una semplice variazione statistica. Racconta una struttura della vulnerabilità economica in cui il tipo di rapporto con l’abitazione determina in modo significativo il rischio di cadere in povertà assoluta. Chi affitta è esposto a una doppia pressione: da un lato, la spesa fissa mensile del canone che non può essere ridotta o dilazionata; dall’altro, la precarietà del contratto, che può trasformare una difficoltà temporanea in una crisi abitativa permanente.
La povertà assoluta, è bene ricordarlo, è distinta dalla povertà relativa e dal rischio di povertà: si intende la condizione di chi non riesce ad accedere a un paniere minimo di beni e servizi considerati essenziali per uno standard di vita accettabile nel contesto italiano. Non si tratta di una posizione relativa rispetto alla media, ma di una soglia sotto la quale i bisogni fondamentali non sono soddisfatti.
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La casa come confine dell’esercizio dei diritti
L’Alleanza contro la povertà in Italia — una rete che riunisce organizzazioni del Terzo Settore, sindacati, associazioni e realtà del volontariato — ha scelto il 17 ottobre per portare la questione abitativa al centro del confronto sulle politiche sociali. La richiesta è esplicita: la sicurezza abitativa deve essere riconosciuta come priorità strutturale nell’agenda del welfare, non come emergenza residuale da gestire con misure temporanee.
Questa posizione ha una logica precisa. L’abitazione non è soltanto un bene di consumo: è la condizione materiale che consente o impedisce l’esercizio di altri diritti. Senza una casa stabile è più difficile mantenere un lavoro, garantire la continuità scolastica dei figli, accedere ai servizi sanitari, costruire relazioni sociali. La precarietà abitativa si trasforma così in un moltiplicatore di vulnerabilità, che rende più difficile uscire dalla povertà anche quando cambiano le condizioni economiche individuali.
Il tema non riguarda solo le persone senza dimora — categoria a sé, con bisogni specifici — ma una fascia molto più ampia di famiglie che abitano in condizioni di instabilità: contratti a breve termine, canoni in crescita, incapacità di far fronte a aumenti improvvisi, rischio di sfratto in caso di perdita del reddito. Questa zona grigia tra il disagio abitativo e la povertà assoluta è quella che le politiche sociali faticano di più a intercettare.
Perché l’affitto amplifica la povertà
Il mercato della locazione italiano presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente gravoso per le famiglie a basso reddito. I canoni di mercato nelle aree urbane — dove si concentrano le opportunità di lavoro — hanno registrato aumenti significativi negli ultimi anni, non sempre accompagnati da una crescita proporzionale dei salari reali. Le famiglie in affitto devono quindi destinare una quota crescente del reddito disponibile alla spesa per l’abitazione, riducendo le risorse per tutto il resto.
L’edilizia residenziale pubblica (ERP) — che potrebbe offrire un’alternativa a prezzi accessibili — copre una quota molto limitata del fabbisogno abitativo nazionale. Le liste d’attesa per un alloggio popolare sono lunghe in molti Comuni, e il patrimonio di edilizia sociale non è cresciuto in misura sufficiente a rispondere alla domanda. Il risultato è che molte famiglie che avrebbero diritto a un alloggio a canone calmierato restano sul mercato privato, esposte a condizioni che non possono sostenere.
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A questo si aggiunge la scarsa diffusione di strumenti di sostegno alla locazione. Il Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione esiste, ma le risorse disponibili sono storicamente insufficienti rispetto alla platea dei potenziali beneficiari. Molti Comuni non riescono a erogare i contributi in tempi utili, e i requisiti di accesso non sempre intercettano le situazioni di maggiore urgenza.
Cosa chiedono le organizzazioni sociali
Le richieste che arrivano dall’Alleanza contro la povertà e dalle organizzazioni che lavorano sul disagio abitativo convergono su alcuni punti. Il primo è un investimento strutturale nell’edilizia sociale, non solo attraverso la costruzione di nuovi alloggi ma anche tramite il recupero del patrimonio pubblico esistente, spesso degradato o inutilizzato. Il secondo riguarda il rafforzamento dei contributi all’affitto, con meccanismi più rapidi e criteri che tengano conto della reale incidenza del canone sul reddito familiare.
Un terzo elemento riguarda la prevenzione degli sfratti per morosità incolpevole: situazioni in cui le famiglie non riescono a pagare l’affitto non per scelta ma per sopravvenuta difficoltà economica — perdita del lavoro, malattia, separazione. In questi casi, interventi tempestivi di mediazione e sostegno economico possono evitare che una crisi temporanea si trasformi in perdita dell’abitazione.
Infine, le organizzazioni chiedono che la povertà abitativa venga misurata e monitorata con continuità, integrandola nei sistemi di rilevazione del benessere — come il Benessere Equo e Sostenibile (BES) elaborato da ISTAT — per rendere visibile una condizione che spesso resta ai margini delle statistiche ufficiali sulla povertà. Per approfondire il quadro dei dati, l’analisi ISTAT rimane il riferimento più aggiornato disponibile.
Il divario tra il 20,9% di povertà assoluta tra le famiglie in affitto e il 4,5% tra quelle proprietarie misura qualcosa che le politiche sociali non possono continuare a trattare come dato di sfondo. La casa non è una variabile secondaria del benessere: è spesso la condizione che decide se una famiglia riesce a restare fuori dalla povertà o vi precipita dentro. Affrontare la povertà abitativa in Italia significa affrontare la povertà tout court, con strumenti adeguati alla scala del problema.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

