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Coprogrammazione e coprogettazione: allargare il tavolo non basta

Coprogrammazione e coprogettazione: allargare il tavolo non basta La coprogrammazione e coprogettazione richiedono di allargare il tavolo oltre le organizzazioni strutturate. Analisi del Sesto Rapporto sul secondo welfare e esperienze c

Quando un’amministrazione comunale apre un tavolo con le organizzazioni del Terzo Settore per ridefinire i servizi di welfare, la domanda che raramente si pone è: chi non è seduto lì? La coprogrammazione e coprogettazione sono oggi al centro del dibattito sul rinnovamento del welfare locale, presentate come strumenti capaci di superare i limiti della gestione unilaterale dei servizi pubblici. Ma l’apertura formale del tavolo non coincide automaticamente con una governance più efficace. Il Sesto Rapporto sul secondo welfare, curato dalla professoressa Franca Maino e prodotto da Percorsi di Secondo Welfare e dal LAB dell’Università degli Studi di Milano, porta questa domanda al centro dell’analisi con un titolo che è già un programma: Agire insieme. Coprogettazione e coprogrammazione per cambiare il welfare.

Due strumenti distinti, spesso confusi

Nel linguaggio delle politiche sociali italiane, coprogrammazione e coprogettazione vengono spesso usate come sinonimi o come un’unica formula retorica. Sono invece istituti giuridici e pratiche operative distinte, con funzioni differenti all’interno del ciclo di welfare.

La coprogrammazione è la fase in cui ente pubblico e organizzazioni della società civile si confrontano per identificare i bisogni della comunità, le priorità di intervento e le risorse disponibili. È il momento in cui si definisce il problema prima di cercare la soluzione. La coprogettazione viene dopo: è la collaborazione sinergica tra enti pubblici, associazioni e altre organizzazioni per costruire insieme la risposta operativa, progettare il servizio, distribuire compiti e responsabilità.

Questa distinzione non è solo accademica. Confondere le due fasi significa rischiare di progettare soluzioni per problemi mal definiti — o, peggio, di definire i problemi in base alle soluzioni che si è già in grado di offrire. Come strumenti di governance condivisa, coprogrammazione e coprogettazione funzionano solo se la sequenza è rispettata: prima si legge il territorio, poi si costruisce la risposta.

Chi siede al tavolo quando si definisce il problema

Il nodo più critico riguarda proprio la fase di coprogrammazione. Aprire un tavolo di confronto è relativamente semplice; garantire che vi partecipino le voci più rilevanti — incluse quelle delle persone che vivono direttamente i bisogni — è molto più complesso.

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Nelle pratiche correnti, i tavoli di coprogrammazione tendono a includere soggetti già strutturati: cooperative sociali consolidate, associazioni di promozione sociale con sede e personale, organizzazioni con capacità amministrativa sufficiente a partecipare a processi formali. Restano fuori, spesso, le realtà informali, i gruppi di auto-aiuto, i comitati di quartiere, le reti di prossimità che pure intercettano bisogni reali. Il risultato è che il problema viene definito da chi ha già una risposta pronta, non necessariamente da chi conosce meglio la domanda.

Questo non è un difetto di malafede: è una conseguenza strutturale dei meccanismi di partecipazione formale. Le amministrazioni pubbliche devono interfacciarsi con soggetti riconoscibili, dotati di personalità giuridica, in grado di firmare accordi e rendicontare spese. Ma questa necessità amministrativa tende a escludere proprio le forme di organizzazione comunitaria più vicine ai bisogni emergenti.

I Poli Educativi Territoriali di Bolzano: un caso da osservare

Tra le esperienze concrete che alimentano la riflessione sulla coprogrammazione e coprogettazione nel welfare italiano, i Poli Educativi Territoriali di Bolzano rappresentano un caso di interesse. L’esperienza bolzanina ha puntato a costruire un sistema integrato di offerta educativa sul territorio attraverso la collaborazione tra ente pubblico e soggetti del Terzo Settore, con una logica che non si limita all’erogazione di servizi ma prova a costruire comunità intorno all’educazione.

Ciò che rende significativa questa esperienza non è tanto il modello organizzativo in sé, quanto il tentativo di ancorare la coprogettazione a una lettura condivisa del territorio — cioè di non saltare la fase di coprogrammazione per arrivare direttamente alla progettazione operativa. Il rischio di questa accelerazione è frequente: le amministrazioni, sotto pressione di scadenze e risorse limitate, tendono a passare rapidamente dalla fase di analisi a quella di produzione dei servizi, comprimendo lo spazio in cui si definiscono le priorità.

L’approccio dei Poli Educativi suggerisce che investire tempo nella fase di lettura dei bisogni — anche quando sembra rallentare il processo — produce una progettazione più aderente alla realtà e più sostenibile nel tempo.

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La norma esiste: il problema è l’attuazione

Dal punto di vista giuridico, coprogrammazione e coprogettazione hanno trovato una cornice normativa nel Codice del Terzo Settore (decreto legislativo 117 del 2017), in particolare nell’articolo 55. La norma riconosce questi istituti come forme di amministrazione condivisa, distinte dall’appalto e dalla convenzione, e apre la possibilità a enti pubblici e organizzazioni di Terzo Settore di collaborare nella definizione e nella realizzazione di interventi di interesse generale.

La Corte Costituzionale, con la sentenza 131 del 2020, ha confermato la legittimità di questi strumenti, chiarendo che non si tratta di affidamenti di servizi ma di una forma diversa di costruzione delle politiche pubbliche. Questo ha dato impulso alla diffusione delle pratiche, ma ha anche aperto una zona grigia: molte amministrazioni usano il linguaggio della coprogettazione per procedure che nella sostanza rimangono affidamenti tradizionali, con un soggetto che commissiona e uno che esegue.

La distinzione non è solo formale. Un affidamento travestito da coprogettazione non produce i benefici attesi in termini di conoscenza del territorio, innovazione dei servizi e responsabilità condivisa. Produce semmai un appesantimento procedurale senza i vantaggi della vera collaborazione.

Cosa serve perché funzioni davvero

Dalle esperienze più mature emergono alcune condizioni che rendono la coprogrammazione e coprogettazione efficaci, al di là della forma procedurale.

  • Asimmetria riconosciuta e gestita. Il rapporto tra pubblica amministrazione e Terzo Settore non è tra pari: l’ente pubblico ha potere regolativo, risorse e responsabilità politica che le organizzazioni non hanno. Fingere una parità che non esiste non aiuta; riconoscere l’asimmetria e gestirla consapevolmente sì.
  • Tempo dedicato alla fase di analisi. La coprogrammazione non è una formalità da sbrigare prima di arrivare alla progettazione. È il momento in cui si costruisce la conoscenza condivisa del problema. Comprimerla significa progettare al buio.
  • Inclusione attiva delle persone con esperienza diretta. I beneficiari dei servizi non sono solo destinatari: sono portatori di una conoscenza che nessun operatore o funzionario può sostituire. Trovare le forme per includerli — non simbolicamente, ma con peso reale nelle decisioni — è uno degli investimenti più produttivi.
  • Valutazione in itinere. Coprogrammazione e coprogettazione non sono processi che si chiudono con la firma di un accordo. Richiedono meccanismi di monitoraggio e revisione continua, capaci di adattare la risposta quando il bisogno cambia.

Il welfare locale ha bisogno di metodo, non solo di buona volontà

Il Sesto Rapporto sul secondo welfare di Percorsi di Secondo Welfare e del LAB dell’Università degli Studi di Milano pone al centro una questione che il dibattito istituzionale tende a eludere: partecipare a un processo non equivale a trasformarlo. Allargare il tavolo è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Ciò che conta è la qualità della partecipazione — chi porta quale conoscenza, con quale potere di incidere sulle decisioni, con quale responsabilità sui risultati.

Il sito di Percorsi di Secondo Welfare raccoglie analisi e approfondimenti su queste pratiche che permettono di seguire l’evoluzione del dibattito con continuità. Il tema non è destinato a esaurirsi: con la crescita della complessità dei bisogni sociali e la pressione sulle risorse pubbliche, la capacità di costruire risposte davvero condivise diventa una competenza strutturale del sistema di welfare, non un’opzione aggiuntiva. La differenza tra un tavolo che funziona e uno che produce solo carta sta tutta lì: nel metodo con cui si entra, nel coraggio di ridefinire il problema anche quando costa, e nella disponibilità a misurare i risultati senza accontentarsi delle intenzioni.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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