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Caritas e Migrantes propongono permesso di soggiorno per radicamento sociale

Permesso di soggiorno per 'radicamento sociale': la proposta di Caritas e Migrantes Immagine generata con AI

Caritas Italiana e Fondazione Migrantes hanno presentato a Roma, nell’ottobre 2026, una proposta concreta per introdurre in Italia un permesso di soggiorno per radicamento sociale: uno strumento giuridico pensato per riconoscere il legame effettivo che milioni di cittadini stranieri hanno già costruito con il territorio, le comunità e il mercato del lavoro italiani. La proposta è contenuta in un documento di dieci impegni urgenti rivolti alla politica, presentato in occasione del lancio del XXXV Rapporto Immigrazione, e fotografa un divario che da anni caratterizza il sistema normativo italiano: quello tra la stabilità di fatto di chi vive e lavora nel Paese e la precarietà giuridica che ne consegue.

Il radicamento sociale come criterio giuridico: cosa prevede la proposta

Il cuore della proposta di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes è l’introduzione di un percorso di regolarizzazione per le persone prive di documenti che siano in grado di dimostrare un radicamento effettivo nel territorio. I criteri valutati includono la durata della presenza in Italia, i legami familiari, la conoscenza della lingua italiana, e il livello di integrazione sociale e lavorativa. Non si tratta, quindi, di una sanatoria indifferenziata, ma di uno strumento selettivo fondato su elementi verificabili e graduabili.

La proposta è stata illustrata da don Pierpaolo Felicolo, direttore generale di Fondazione Migrantes, nel corso della presentazione del XXXV Rapporto Immigrazione a Roma. Il documento di cui fa parte rientra in un pacchetto di dieci richieste urgenti per «una politica migratoria basata su legalità, integrazione e partecipazione». Il collegamento esplicito tra regolarizzazione e legalità è significativo: la proposta non si posiziona come alternativa alla norma, ma come strumento per estendere la copertura normativa a chi già opera, di fatto, all’interno del sistema.

Chi sono i 5,6 milioni di stranieri in Italia e cosa chiedono

I dati raccolti da Caritas e Migrantes restituiscono un quadro preciso. In Italia vivono oggi 5,6 milioni di cittadini stranieri. Tra quelli intervistati per il Rapporto, il 67,4% dichiara di voler rimanere nel Paese. Non è una percentuale marginale: rappresenta la maggioranza assoluta di chi ha già scelto l’Italia come luogo di vita, non come tappa temporanea.

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Questa aspirazione alla stabilità si scontra però con un sistema di permessi di soggiorno che, nella sua configurazione attuale, non riconosce il radicamento come categoria autonoma. Chi non ha un contratto di lavoro attivo, chi è in situazione di irregolarità dopo la scadenza di un permesso, chi non rientra nelle quote dei flussi annuali, si trova in una zona grigia che non corrisponde né alla realtà della propria vita quotidiana né agli interessi del sistema economico e sociale che lo circonda.

Il contributo economico dei lavoratori stranieri: 9,7% del PIL

I numeri economici rendono ancora più evidente la contraddizione. I 2,6 milioni di lavoratori stranieri occupati in Italia generano il 9,7% del PIL nazionale. È una quota rilevante, che colloca il contributo della forza lavoro straniera ben al di là di una funzione residuale o complementare: è parte strutturale del sistema produttivo italiano, nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica, dell’assistenza alle persone.

A fronte di questo apporto, la retribuzione media annua dei lavoratori stranieri si ferma a 17.000 euro, contro i quasi 27.000 euro percepiti in media dai lavoratori nati in Italia. Un divario di circa 10.000 euro annui che non si spiega solo con differenze di settore o qualifica, ma riflette anche la posizione di vulnerabilità contrattuale e giuridica in cui molti lavoratori stranieri si trovano, spesso impossibilitati a negoziare condizioni migliori proprio per la precarietà del loro status amministrativo.

Il nodo normativo: tra irregolarità strutturale e assenza di strumenti

L’Italia non dispone attualmente di uno strumento che consenta di regolarizzare la posizione di chi ha costruito un radicamento reale nel territorio senza aver mai avuto accesso a un permesso di soggiorno, o dopo averlo perso. Le sanatorie straordinarie, come quelle del 2002 e del 2020, hanno risposto a emergenze contingenti senza costruire un meccanismo ordinario e trasparente. Il risultato è una irregolarità strutturale che alimenta lavoro sommerso, sfruttamento e marginalità sociale, con costi che ricadono sull’intero sistema di welfare.

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La proposta del permesso di soggiorno per radicamento sociale si inserisce in questo vuoto con una logica diversa: non l’emergenza, ma la continuità; non la tolleranza, ma il riconoscimento. Valutare la durata della presenza, i legami familiari, la lingua, l’integrazione lavorativa significa costruire un profilo di cittadinanza sostanziale che precede quella formale, e che merita una risposta giuridica adeguata.

Le dieci richieste urgenti alla politica

Il permesso per radicamento sociale è solo una delle dieci misure urgenti che Caritas e Migrantes chiedono alla politica italiana. Il documento nel suo complesso delinea una visione organica della politica migratoria che intreccia legalità, integrazione e partecipazione civica. Tra le aree tematiche implicate figurano l’accesso al mercato del lavoro regolare, il ricongiungimento familiare, l’accesso ai servizi di welfare, e la partecipazione alla vita delle comunità locali.

La scelta di presentare le proposte in forma di «impegni urgenti» è essa stessa significativa: non si tratta di un documento programmatico di lungo periodo, ma di una richiesta concreta all’agenda politica attuale. Il riferimento alla legalità come valore fondante — non come strumento di esclusione — è il punto di equilibrio che le due organizzazioni cercano di imporre al dibattito pubblico, spesso polarizzato tra posizioni inconciliabili.

La proposta di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes arriva in un momento in cui il tema della gestione dei flussi migratori continua a occupare il centro del dibattito politico europeo e nazionale. Tradurre il radicamento in un diritto riconoscibile — con criteri chiari, percorsi verificabili e garanzie per tutti i soggetti coinvolti — è la scommessa concreta che le due organizzazioni mettono sul tavolo. Se e come la politica italiana risponderà a questa proposta determinerà, nei prossimi mesi, se il XXXV Rapporto Immigrazione sarà ricordato come un documento di analisi o come l’avvio di un cambiamento reale.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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