La Catalogna registra, nel primo trimestre del 2024, un tasso di vittime di violenza di genere pari a 13,8 ogni 10.000 abitanti, quasi quattro punti al di sotto della media nazionale spagnola di 17,9 — e in ottobre 2025, mentre la Spagna segnala un nuovo aumento dei casi, il dato catalano rimane stabile. Questi numeri non sono il risultato del caso: dietro di essi c’è un percorso di costruzione istituzionale lungo quasi trent’anni, che ha trasformato la violenza di genere in Catalogna da questione privata a priorità di governance pubblica, affrontata con strumenti legislativi, programmi multilivello e, più di recente, tecnologie innovative per il trattamento dei condannati.
Da politica settoriale a visione sistemica: le origini del modello catalano
La Generalitat de Catalunya ha cominciato a costruire politiche pubbliche sulla violenza di genere già dalla fine degli anni Novanta, con un approccio inizialmente focalizzato sulla violenza all’interno della coppia e in ambito familiare. Si trattava di interventi ancora frammentati, concentrati sull’emergenza e sulla protezione delle vittime, senza una cornice ideologica e normativa unitaria.
Il cambiamento profondo arriva dal 2004 in poi, quando la Catalogna inizia a ridisegnare la propria strategia secondo una logica di gender mainstreaming — ovvero l’integrazione della prospettiva di genere in tutte le politiche pubbliche, non solo in quelle esplicitamente dedicate alle donne. Non si tratta più di rispondere all’emergenza, ma di prevenire strutturalmente le condizioni che rendono possibile la violenza: disuguaglianze economiche, segregazione culturale, asimmetrie di potere nelle relazioni.
Il punto di svolta normativo è la Legge 5/2008 del 24 aprile 2008, intitolata esplicitamente al diritto delle donne all’eradicazione della violenza maschile. La legge è significativa non solo per i contenuti — che ampliano la definizione di violenza ben oltre le lesioni fisiche, includendo violenza psicologica, economica, sessuale e istituzionale — ma per il linguaggio che adotta. Parlare di violencia masclista, termine catalano che designa la violenza radicata nel machismo, significa riconoscere esplicitamente la natura strutturale e di genere del fenomeno, rifiutando la neutralità terminologica che spesso depoliticizza il problema.
Una governance articolata su più livelli istituzionali
Il concetto di governance femminista multilivello descrive un’architettura in cui la risposta alla violenza di genere non è affidata a un singolo ente o a un’unica linea d’azione, ma distribuita tra livello regionale, provinciale, comunale e locale, con meccanismi di coordinamento orizzontale tra settori — sanità, giustizia, servizi sociali, istruzione, lavoro.
Questo modello implica che una donna che subisce violenza non incontri una risposta isolata — il pronto soccorso, o il centro antiviolenza, o il tribunale — ma un sistema integrato in cui le informazioni circolano, i servizi si raccordano e la presa in carico è continuativa. In pratica, significa protocolli condivisi tra ospedali e forze dell’ordine, formazione obbligatoria per operatori sanitari e assistenti sociali, punti di accesso decentrati sul territorio, e risorse dedicate nei Comuni anche di piccole dimensioni.
La dimensione multilivello riguarda anche la prevenzione: campagne di sensibilizzazione nelle scuole, programmi di educazione affettiva e relazionale per adolescenti, interventi nei luoghi di lavoro. L’obiettivo è che la violenza di genere non venga trattata come un’eccezione patologica, ma come l’esito di dinamiche sociali modificabili attraverso politiche pubbliche consapevoli.
La realtà virtuale come strumento di riabilitazione nelle carceri
Uno degli interventi più innovativi — e discussi — del modello catalano riguarda il trattamento dei condannati per violenza di genere. La Catalogna ha introdotto tecnologie di realtà virtuale immersiva negli istituti penitenziari, con l’obiettivo di aumentare la partecipazione ai programmi di riabilitazione e di produrre un cambiamento più profondo nella percezione degli aggressori rispetto alle proprie azioni.
L’uso dei visori di realtà virtuale nei percorsi rieducativi risponde a una domanda precisa: come rendere più efficaci i programmi per chi ha commesso violenza, sapendo che la recidiva è uno dei nodi più critici dell’intero sistema di protezione? La tecnologia immersiva permette di simulare situazioni relazionali, di indurre una forma di prospettiva empatica che i percorsi tradizionali faticano a produrre, e di aumentare il coinvolgimento attivo dei partecipanti.
Questo approccio non sostituisce il lavoro psicologico e di gruppo, ma lo integra. E segnala una scelta strategica precisa: investire sul lato degli autori di violenza, non solo su quello delle vittime, come parte di una visione sistemica che punta alla riduzione strutturale del fenomeno nel lungo periodo.
I dati e il confronto con il resto della Spagna
Il confronto tra il tasso catalano e quello spagnolo non va letto come una gara tra regioni, ma come un indicatore dell’efficacia relativa di politiche differenti. Il fatto che nel primo trimestre del 2024 la Catalogna registri un tasso di 13,8 vittime ogni 10.000 abitanti contro una media nazionale di 17,9, e che questo dato rimanga stabile mentre il resto della Spagna vede un nuovo aumento, suggerisce che l’investimento istituzionale accumulato nel tempo produce effetti misurabili.
Va detto con chiarezza che i dati sulla violenza di genere dipendono anche dai tassi di denuncia, che a loro volta riflettono il livello di fiducia delle donne nelle istituzioni e la loro consapevolezza dei diritti. Un sistema che funziona bene può, paradossalmente, registrare più denunce — non perché ci sia più violenza, ma perché le donne si sentono più al sicuro nel segnalarla. Interpretare i dati richiede quindi cautela metodologica.
Ciò che i numeri confermano è che la violenza di genere in Catalogna è un fenomeno monitorato con continuità, affrontato con risorse dedicate e inserito in un quadro di valutazione pubblica. Non è scomparsa — e nessun sistema può garantire questo risultato nel breve termine — ma la traiettoria è diversa da quella del contesto nazionale.
Cosa può insegnare questo modello ad altri territori
La domanda su quanto il modello catalano sia replicabile in altri contesti — italiani, europei, extraeuropei — non ha una risposta semplice. Ogni sistema di governance è radicato in un contesto istituzionale, culturale e finanziario specifico. La Catalogna ha costruito il suo approccio nel corso di quasi tre decenni, con una continuità di investimento che non dipende da singoli governi ma da un consenso istituzionale più ampio.
Tuttavia, alcuni elementi del modello sono trasferibili come principi operativi: la scelta di definire la violenza di genere come problema strutturale e non individuale; l’integrazione della prospettiva di genere in tutte le politiche, non solo in quelle dedicate; il coordinamento tra livelli di governo e tra settori diversi; l’investimento sui programmi per gli autori di violenza accanto a quelli per le vittime; e la misurazione continua dei risultati come strumento di accountability pubblica.
Per l’Italia, dove le politiche antiviolenza restano spesso frammentate tra Comuni, Regioni e Stato senza una regia condivisa, e dove i centri antiviolenza operano frequentemente con risorse insufficienti e discontinue, il caso catalano offre un punto di riferimento concreto su cosa significhi costruire nel tempo un sistema coerente. Non un modello da copiare, ma un esempio da analizzare con rigore — chiedendosi, per ogni elemento, quali condizioni sarebbero necessarie per replicarlo e quali ostacoli strutturali andrebbero rimossi prima.
Quello che emerge con chiarezza è che la riduzione della violenza di genere non è una questione di singole misure o campagne di sensibilizzazione, ma di architettura istituzionale: chi decide, con quali risorse, con quale continuità, e con quale capacità di valutare i risultati nel tempo. Su questo piano, la Catalogna ha qualcosa da dire. Per approfondire l’analisi del modello, è utile consultare il contributo di Secondo Welfare sulla governance femminista multilivello catalana, che ricostruisce il percorso normativo e programmatico con dettaglio analitico.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






