Innovazione sociale

Milano, la rete di vicinato che sostiene gli anziani soli: il progetto Vicini in Città

Anziani soli a Milano: la rete di vicinato del progetto Vicini in Città Immagine generata con AI

La solitudine non è soltanto una condizione emotiva: è un fattore di rischio per la salute, un indicatore di fragilità sociale e, nelle grandi città, un problema strutturale che le politiche pubbliche faticano a intercettare con strumenti adeguati. A Milano, dove il fenomeno degli anziani soli assume proporzioni rilevanti, alcune esperienze di vicinato organizzato stanno dimostrando che è possibile costruire reti di prossimità capaci di ridurre l’isolamento, partendo dai quartieri e dalle relazioni quotidiane. Il progetto Vicini in Città, realizzato da Fondazione Amplifon nel quartiere Corvetto, è uno di questi tentativi: non un servizio calato dall’alto, ma un modello di coesione che prova a radicarsi nel tessuto urbano.

Anziani soli a Milano: un fenomeno che i numeri non esauriscono

Parlare di anziani soli a Milano significa confrontarsi con una realtà che attraversa ogni municipio della città, con intensità diverse ma con caratteristiche comuni. L’isolamento degli over 75 non è distribuito uniformemente: si concentra nei quartieri periferici, dove la densità di servizi è minore, le reti informali più fragili e il ricambio generazionale più rapido. Il Corvetto, zona nel quadrante sud-est della città, è uno di questi contesti: un quartiere con una storia industriale e operaia, oggi attraversato da processi di trasformazione demografica e sociale che rendono più difficile il mantenimento di legami stabili tra vicini.

Il problema non riguarda soltanto chi vive fisicamente da solo. L’isolamento sociale può colpire anche anziani che abitano con altri ma hanno perso le relazioni esterne: amici scomparsi, mobilità ridotta, difficoltà sensoriali non trattate, distanza dai figli. Quando questi fattori si sommano, il rischio di marginalizzazione cresce, e con esso quello di deterioramento della salute fisica e cognitiva. È in questo contesto che interventi come Vicini in Città trovano la loro ragione d’essere.

Il modello di vicinato strutturato: cosa fa concretamente il progetto

Vicini in Città è realizzato da Fondazione Amplifon nel quartiere Corvetto di Milano con l’obiettivo dichiarato di costruire una rete di legami per contrastare l’isolamento degli anziani. Non si tratta di un servizio di assistenza domiciliare in senso stretto, ma di un modello di prossimità organizzata: volontari che entrano in relazione con persone anziane, accompagnandole nelle attività quotidiane e riducendo la distanza tra chi ha bisogno e chi può offrire un supporto concreto.

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Un progetto parallelo e connesso, denominato Indovina chi viene a casa?, è stato promosso da Fondazione di Comunità Milano e Fondazione Amplifon in partnership con Fondazione Aquilone e La Bottega di Quartiere, con sede operativa nel Municipio 9. In quell’area, secondo i dati raccolti nell’ambito del progetto, vivono da soli circa 52.000 anziani, pari a quasi un terzo dei residenti del municipio: una quota che rende evidente la scala del fenomeno e la necessità di interventi sistematici, non episodici.

Entrambe le iniziative si rivolgono prioritariamente alle persone over 75 a rischio di isolamento sociale. I volontari coinvolti non si limitano a fare compagnia: supportano gli anziani nella gestione delle bollette, nell’accompagnamento a visite mediche, nelle piccole manutenzioni domestiche. Attività apparentemente ordinarie, ma che per chi non ha reti familiari attive possono diventare ostacoli insormontabili, con conseguenze dirette sulla qualità della vita e sulla capacità di restare autonomi il più a lungo possibile.

Perché il vicinato organizzato non è semplice volontariato

Esperienze come Vicini in Città sollevano una questione metodologica che vale la pena affrontare: qual è la differenza tra volontariato tradizionale e un modello di vicinato strutturato? La risposta non è banale. Il volontariato episodico, per quanto prezioso, tende a essere discontinuo, difficilmente scalabile e spesso dipendente dall’iniziativa individuale. Un modello di rete organizzata, invece, presuppone una regia, una selezione e formazione dei volontari, una mappatura dei bisogni, un sistema di coordinamento e — idealmente — una capacità di valutare gli esiti nel tempo.

Questo approccio si colloca in un terreno di confine tra il welfare formale e quello informale, che Franca Maino, docente associata al Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano, ha contribuito ad analizzare nel quadro del cosiddetto secondo welfare: quella fascia di protezione sociale che si sviluppa fuori dal perimetro pubblico, attraverso imprese, fondazioni, organizzazioni del Terzo Settore e comunità. Non un sostituto del welfare pubblico, ma un suo complemento, capace di raggiungere bisogni che i servizi istituzionali faticano a intercettare con la granularità necessaria.

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Il rischio, tuttavia, esiste: che queste esperienze rimangano isole di eccellenza non replicabili, o che vengano usate per giustificare una riduzione dell’investimento pubblico nei servizi agli anziani. La sostenibilità di un modello di vicinato organizzato dipende in larga misura dalla capacità delle fondazioni promotrici di garantire continuità, e dalla disponibilità delle istituzioni locali a riconoscere e integrare queste reti nei propri sistemi di welfare.

Cosa serve per passare dal progetto al sistema

Il nodo centrale, per chi si occupa di politiche sociali urbane, è la replicabilità. Un progetto come Vicini in Città può funzionare nel Corvetto: ha una fondazione solida alle spalle, partner radicati nel territorio, una rete di volontari motivati. Ma cosa succede quando si prova a trasferire lo stesso modello in un quartiere con caratteristiche diverse, senza le stesse risorse o senza la stessa rete di relazioni istituzionali?

Le condizioni che rendono possibile un intervento di questo tipo sono molteplici: la presenza di organizzazioni del Terzo Settore già attive sul territorio, la disponibilità di spazi fisici dove costruire relazioni, la capacità di mappare in modo sistematico la popolazione anziana a rischio, e un rapporto di fiducia con i servizi sociali comunali. Quando queste condizioni mancano, il rischio è che il progetto rimanga circoscritto a chi è già parzialmente incluso, escludendo proprio le persone più isolate e difficili da raggiungere.

Per questo, accanto alla valorizzazione di esperienze come quelle promosse da Fondazione Amplifon, sarebbe necessario un investimento pubblico più consistente nella mappatura della solitudine anziana a livello di quartiere, nella formazione di figure professionali dedicate al coordinamento delle reti di prossimità, e nella definizione di standard minimi che permettano di valutare l’efficacia di questi interventi nel tempo. Il Comune di Milano, che ha una lunga tradizione di collaborazione con il Terzo Settore attraverso strumenti come la coprogettazione, potrebbe svolgere un ruolo più attivo nell’istituzionalizzare queste esperienze senza burocratizzarle.

La solitudine degli anziani soli a Milano non si risolve con un singolo progetto, per quanto ben costruito. Ma esperienze come Vicini in Città dimostrano che esiste un modo concreto di ridurla, partendo dalla scala del quartiere e dalla qualità delle relazioni quotidiane. La domanda che resta aperta è se le istituzioni siano disposte a imparare da queste esperienze e a investire le risorse necessarie perché diventino sistema, e non restino eccezioni virtuose in un contesto di crescente fragilità sociale. Per approfondire il tema del welfare di prossimità e delle reti di vicinato, il Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare offre analisi e documentazione aggiornata sulle esperienze italiane più significative.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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