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Salute mentale giovanile: fragilità psicologiche e fattori sociali al centro del nuovo numero di Fondazioni

Salute mentale tra i giovani: fragilità psicologiche e fattori sociali nel nuovo numero di Fondazioni Immagine: Damilareadeyemi (via Wikimedia Commons) (CC BY-SA 4.0)

Circa 700.000 persone under 25 in Italia soffrono di ansia e depressione. È un dato che pesa, e che il nuovo numero della rivista Fondazioni — dedicato interamente al tema della salute mentale — mette al centro di un ragionamento che va oltre la clinica: la salute mentale giovani è anche, e forse prima di tutto, una questione sociale, relazionale ed economica. Un approfondimento che arriva in un momento in cui il dibattito pubblico su questo tema fatica ancora a tradursi in politiche strutturali e risorse adeguate.

Dati che non possono essere ignorati

I numeri disponibili restituiscono un quadro che non si presta a letture rassicuranti. Secondo l’AXA Mind Health Report, il 39% dei giovani tra i 18 e i 24 anni si dichiara depresso, ansioso o sotto stress cronico. Non si tratta di stati d’animo passeggeri, ma di condizioni che incidono sulla capacità di studiare, lavorare, costruire relazioni, progettare il futuro.

In Italia, i 700.000 under 25 con diagnosi di ansia e depressione rappresentano solo la parte visibile di un fenomeno più ampio. Molti giovani non accedono ai servizi di salute mentale — per mancanza di informazione, per il costo delle cure private, per l’insufficienza dell’offerta pubblica, o per il persistente stigma sociale che circonda questi disturbi. La distanza tra il bisogno e la risposta istituzionale è uno dei nodi irrisolti che la rivista Fondazioni porta all’attenzione del Terzo Settore e delle organizzazioni filantropiche.

Quando il disagio psicologico ha radici sociali

Ridurre la sofferenza psicologica giovanile a un problema individuale — di carattere, di resilienza, di famiglia — è un errore analitico prima ancora che culturale. Le condizioni sociali, relazionali ed economiche in cui i giovani crescono e cercano di costruirsi un posto nel mondo hanno un peso diretto sul loro benessere mentale. Questo è uno dei fili conduttori che attraversa il numero di Fondazioni.

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La mancanza di integrazione occupazionale e di autonomia economica non è soltanto una questione di reddito: incide sull’identità, sull’autostima, sul senso di appartenenza. Un giovane che non riesce a uscire di casa, che lavora con contratti precari o che non riesce ad accedere a un alloggio indipendente, vive in una condizione di limbo prolungato che la ricerca associa a livelli più elevati di ansia e depressione. La precarietà non è solo economica — è esistenziale.

Anche le relazioni sociali — o la loro assenza — giocano un ruolo determinante. L’isolamento, amplificato da dinamiche digitali che spesso sostituiscono senza rimpiazzare il contatto fisico, è uno dei fattori che più frequentemente compare nei percorsi di fragilità psicologica giovanile. Non è un caso che il disagio sia aumentato in modo significativo nel periodo successivo alla pandemia, quando le reti informali di supporto si sono assottigliate proprio mentre i bisogni crescevano.

Il volume FRAGILE e la mappa di una generazione

Il tema affrontato dalla rivista Fondazioni si inserisce in un dibattito culturale più ampio, di cui è espressione anche il volume FRAGILE, pubblicato nel febbraio 2026 dall’editore Erickson e curato da Mauro Magatti e Dario Pizzul. Il libro si propone come una mappatura della salute mentale di una nuova generazione, cercando di restituire complessità a un fenomeno che i media tendono spesso a semplificare o a spettacolarizzare.

L’approccio di FRAGILE è significativo perché non si limita a descrivere sintomi, ma cerca di comprendere le condizioni strutturali che li producono: le aspettative sociali eccessive, la pressione delle performance, la difficoltà di costruire identità stabili in un contesto di cambiamento accelerato. Sono le stesse domande che la rivista Fondazioni pone al proprio pubblico di riferimento — fondazioni, enti filantropici, organizzazioni del Terzo Settore — chiedendo implicitamente: quale responsabilità ci assumiamo?

Il ruolo delle fondazioni: tra supplenza e innovazione

Le fondazioni e le organizzazioni del Terzo Settore si trovano di fronte a una scelta non banale. Da un lato, c’è il rischio di svolgere una funzione di supplenza rispetto a un sistema pubblico che non riesce a rispondere adeguatamente alla domanda di salute mentale giovanile. Dall’altro, esiste la possibilità — quando le risorse e la visione lo consentono — di sperimentare modelli innovativi che il sistema pubblico potrebbe successivamente adottare e scalare.

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Alcune fondazioni hanno già avviato programmi di supporto psicologico nelle scuole, sportelli di ascolto nei quartieri, percorsi di formazione per educatori e insegnanti. Altre finanziano ricerca sul benessere giovanile o sostengono organizzazioni che lavorano sul campo. Il numero di Fondazioni dedica attenzione a questo spazio di azione, interrogandosi su come le risorse filantropiche possano essere orientate in modo efficace — non solo coprendo emergenze, ma contribuendo a costruire una risposta sistemica.

È una distinzione importante: finanziare uno sportello di ascolto è utile, ma non equivale automaticamente a produrre un cambiamento strutturale. La differenza tra output e impatto reale — quante persone raggiunte rispetto a quante effettivamente supportate in modo duraturo — è una delle domande metodologiche che il Terzo Settore più maturo si sta ponendo con crescente rigore.

Cosa manca ancora: servizi, formazione, destigmatizzazione

Qualunque ragionamento sulla salute mentale giovanile deve confrontarsi con tre nodi strutturali che restano irrisolti. Il primo è la scarsità di servizi pubblici dedicati: i tempi di attesa per accedere a uno psicologo o a uno psichiatra nel Servizio Sanitario Nazionale sono spesso incompatibili con l’urgenza del bisogno. Il secondo è la formazione degli adulti di riferimento — insegnanti, educatori, genitori — che spesso non dispongono degli strumenti per riconoscere e accompagnare il disagio. Il terzo è la destigmatizzazione: finché chiedere aiuto psicologico viene percepito come una debolezza, molti giovani preferiranno non farlo.

Su tutti e tre questi fronti, le fondazioni e le organizzazioni del Terzo Settore possono fare qualcosa di concreto. Non sostituendo lo Stato, ma lavorando nei margini, nelle scuole, nelle comunità — e, quando possibile, contribuendo a costruire evidenze e modelli che possano orientare le politiche pubbliche. È questa, probabilmente, la sfida più rilevante che il numero di Fondazioni pone al proprio lettore: non accontentarsi di rispondere al bisogno immediato, ma investire nella comprensione di come quel bisogno si forma e come si può prevenire.

La salute mentale dei giovani non è un tema che riguarda solo i clinici o le famiglie. Riguarda il tipo di società che stiamo costruendo — quanto spazio lasciamo all’errore, alla lentezza, alla vulnerabilità — e quanto siamo disposti a investire, collettivamente, perché nessuno debba affrontare da solo il peso di crescere.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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