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Formazione in intelligenza artificiale e cybersicurezza: il 78% degli italiani segnala carenze educative

Formazione in IA e cybersicurezza: il 78% degli italiani rileva un vuoto formativo La ricerca 'Governare le competenze' rivela che il 78% degli italiani percepisce un grave vuoto nella formazione intelligenza artificiale cybersicurezza. Analisi del disa

Quasi otto italiani su dieci percepiscono un vuoto significativo nelle proprie competenze digitali, con un’attenzione particolare ai domini dell’intelligenza artificiale e della cybersicurezza. È quanto emerge dalla ricerca Governare le competenze – il punto di vista degli italiani sulla formazione, commissionata da Fastweb Digital Academy e realizzata con il contributo di Youtrend, presentata a Roma il 27 ottobre 2026. Il quadro che ne risulta interroga tanto le politiche pubbliche quanto le imprese private sul tema della formazione in intelligenza artificiale e cybersicurezza, un nodo che non riguarda solo la competitività economica ma anche la capacità dei cittadini di muoversi con sicurezza in ambienti digitali sempre più pervasivi.

Il 78% degli italiani riconosce un gap: cosa significa davvero

La cifra centrale della ricerca — il 78% degli italiani che percepisce un gap nelle competenze digitali — non è un dato astratto. Significa che quasi quattro persone su cinque, nel momento in cui si confrontano con strumenti di intelligenza artificiale o con le pratiche di base della sicurezza informatica, avvertono di non avere gli strumenti concettuali o tecnici per affrontarli in modo consapevole. Non si tratta di una percezione irrazionale: corrisponde a una lacuna strutturale nell’offerta formativa italiana, che fatica a tenere il passo con la velocità di diffusione delle tecnologie digitali nei luoghi di lavoro, nei servizi pubblici e nella vita quotidiana.

La ricerca si concentra in modo specifico su due aree: l’intelligenza artificiale e la cybersicurezza. Sono ambiti che hanno caratteristiche diverse — l’IA è percepita come opportunità e rischio insieme, la cybersicurezza come protezione da minacce esterne — ma che condividono una stessa carenza di base: la formazione adeguata è ancora un privilegio, non un diritto diffuso.

Solo il 44% dichiara una conoscenza adeguata dell’intelligenza artificiale

Uno dei dati più rilevanti riguarda la formazione in intelligenza artificiale e cybersicurezza in termini di auto-valutazione: soltanto il 44% dei rispondenti dichiara di avere una conoscenza adeguata dell’intelligenza artificiale. Questo significa che oltre la metà degli italiani si sente impreparata di fronte a tecnologie che, nel frattempo, vengono già integrate in strumenti di lavoro, piattaforme di servizi pubblici e sistemi sanitari.

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Il problema non è solo individuale. Quando i cittadini non comprendono come funziona un sistema basato su algoritmi, non riescono a valutarne i rischi, a contestarne le decisioni o a sfruttarne le potenzialità. Questo genera una forma di digital divide qualitativo, che non dipende dall’accesso alla connessione ma dalla capacità di interpretare e governare gli strumenti digitali. Una lacuna che, se non affrontata con politiche formative sistematiche, tende ad amplificarsi nel tempo, accentuando le disuguaglianze già esistenti tra chi ha titoli di studio elevati e chi ne è privo.

Le aziende italiane e il nodo irrisolto della cybersicurezza

Sul versante delle imprese, il quadro è altrettanto preoccupante. Secondo i dati disponibili, il 76% delle aziende italiane non ha mai erogato formazione in cybersicurezza ai propri dipendenti. Un dato che assume un peso specifico considerando l’aumento degli attacchi informatici agli enti pubblici, alle infrastrutture critiche e alle piccole e medie imprese registrato negli ultimi anni.

La formazione in cybersicurezza non riguarda solo i reparti IT: riguarda ogni lavoratore che gestisce dati, accede a sistemi aziendali o comunica attraverso strumenti digitali. Un dipendente che non sa riconoscere un tentativo di phishing o che usa password deboli per accedere a sistemi sensibili rappresenta un punto di vulnerabilità reale, indipendentemente dal settore in cui opera. Eppure, la maggioranza delle imprese italiane non ha ancora tradotto questa consapevolezza in programmi formativi strutturati.

Questo disallineamento tra domanda di competenze — espressa dal mercato del lavoro — e offerta formativa disponibile è uno dei nodi centrali che la ricerca Governare le competenze mette a fuoco. Non si tratta di un problema tecnico ma di una scelta di priorità: la formazione digitale viene ancora trattata come un costo discrezionale, non come un investimento necessario.

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Chi si forma di più: il paradosso dei laureati

Un aspetto che emerge dalla ricerca riguarda la distribuzione della domanda formativa per livello di istruzione. Sono i laureati a richiedere più formazione sulle competenze digitali, non chi ha titoli di studio inferiori. Si tratta di un paradosso apparente: chi già dispone di maggiori risorse culturali e professionali è anche chi si mostra più consapevole della propria necessità di aggiornamento.

Questo dato suggerisce che la formazione in intelligenza artificiale e cybersicurezza rischia di riprodurre le stesse disuguaglianze che caratterizzano il sistema formativo italiano nel suo complesso. Chi ha già accesso a reti professionali, a programmi aziendali di upskilling o a percorsi universitari avanzati riesce a intercettare le opportunità formative disponibili. Chi invece lavora in settori a bassa digitalizzazione, con contratti precari o in aree geografiche con servizi formativi carenti, tende a restare escluso.

Questa dinamica richiama direttamente le dimensioni del Benessere Equo e Sostenibile elaborate da ISTAT: l’istruzione e la qualità del lavoro sono dimensioni interconnesse, e un sistema formativo che amplia i divari anziché ridurli produce effetti negativi sull’intera coesione sociale.

Cosa serve: dalla percezione alle politiche

Riconoscere un gap formativo è il primo passo, ma non è sufficiente. La ricerca di Fastweb Digital Academy e Youtrend offre una fotografia utile della percezione degli italiani, ma la risposta concreta richiede interventi su più livelli: aggiornamento dei curricula scolastici, programmi di formazione continua accessibili anche a chi non è laureato, incentivi alle imprese per investire nella formazione in intelligenza artificiale e cybersicurezza dei propri dipendenti, e un ruolo più attivo delle istituzioni pubbliche nel garantire che questi percorsi non restino appannaggio esclusivo di chi può già permetterseli.

L’Agenzia per l’Italia Digitale coordina a livello nazionale alcune iniziative in questo senso, ma la distanza tra gli obiettivi dichiarati e la percezione diffusa di inadeguatezza — documentata dall’78% rilevato dalla ricerca — indica che il percorso da compiere è ancora lungo. Il nodo non è soltanto tecnologico: è un nodo di equità, di accesso e di capacità collettiva di partecipare a trasformazioni che stanno già ridisegnando il lavoro, i servizi e i diritti delle persone.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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