Con un tasso di laureati tra i 25 e i 34 anni pari al 31,1%, l’Italia si colloca al penultimo posto nell’Unione Europea, superata solo dalla Romania. Il confronto tra laureati Italia Europa restituisce un quadro che non riguarda soltanto una statistica scolastica: dietro quel dato c’è la misura concreta di quante opportunità economiche, professionali e sociali vengono precluse ogni anno a decine di migliaia di giovani, spesso in ragione del reddito della famiglia in cui sono nati.
Un divario di quasi 14 punti rispetto alla media europea
L’obiettivo fissato dall’Unione Europea per il 2030 è che almeno il 45% dei giovani tra i 25 e i 34 anni consegua un titolo di istruzione terziaria. L’Italia, con il suo 31,1% rilevato nel 2025 — in lieve calo rispetto al 32% del 2024 — si trova a quasi 14 punti percentuali al di sotto della media europea. Non si tratta di un ritardo colmabile con aggiustamenti marginali: la distanza strutturale rispetto agli obiettivi comunitari richiede un cambio di rotta nelle politiche di accesso all’università e di sostegno al reddito degli studenti.
Il dato complessivo, già preoccupante, diventa più nitido se si considera il contesto comparativo. Paesi come la Lituania, l’Irlanda e il Lussemburgo hanno già superato abbondantemente la soglia del 45%, mentre la media UE si attesta intorno al 45%. L’Italia non solo è lontana dall’obiettivo, ma è la seconda peggiore in classifica, in compagnia di economie con traiettorie storiche molto diverse dalla propria. Questo rende il ritardo italiano ancora meno giustificabile sul piano strutturale.
Il peso del reddito familiare sull’accesso all’università
Il problema non è soltanto quantitativo. Tra i Paesi OCSE, l’Italia è uno di quelli con le disparità più marcate nell’accesso all’istruzione terziaria tra famiglie avvantaggiate e famiglie svantaggiate. In altri termini, la probabilità di laurearsi dipende in misura significativa dal contesto economico e culturale in cui si cresce, molto più che in altri Paesi europei comparabili.
Questo meccanismo produce una doppia esclusione. Da un lato, i giovani provenienti da famiglie con redditi bassi rinunciano all’università per ragioni economiche dirette: tasse, libri, trasporti, affitti nelle città universitarie. Dall’altro, subiscono anche lo svantaggio indiretto di percorsi scolastici precedenti spesso meno dotati di risorse, orientamento e supporto. Il risultato è che l’istruzione terziaria, anziché funzionare come ascensore sociale, tende a riprodurre le disuguaglianze di partenza.
Il diritto allo studio esiste formalmente nel sistema italiano — con borse di studio regionali, esoneri dalle tasse e residenze universitarie — ma la sua copertura effettiva rimane insufficiente rispetto alla domanda. Chi non riesce ad accedere ai benefici, o li ottiene in ritardo, spesso abbandona prima ancora di iscriversi. La povertà educativa non si misura solo negli anni della scuola dell’obbligo: si prolunga fino all’università e oltre.
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Il divario di genere e le disuguaglianze territoriali tra i laureati in Italia
All’interno del quadro generale, emergono due fratture particolarmente significative: quella di genere e quella geografica. Sul fronte del genere, le giovani donne italiane laureate superano i coetanei maschi di 13,5 punti percentuali. È un dato che rovescia lo stereotipo della donna esclusa dall’istruzione superiore, ma che al tempo stesso apre interrogativi sul perché i giovani uomini abbandonino o non accedano all’università in misura così superiore. Le cause sono probabilmente legate a dinamiche del mercato del lavoro — settori manifatturieri e artigianali che assorbono forza lavoro maschile giovane senza richiedere titoli di studio — ma anche a modelli culturali che sottovalutano il valore dell’istruzione per i ragazzi.
Sul piano territoriale, il dato è altrettanto eloquente: soltanto 6 regioni italiane superano la soglia del 30% di laureati nella fascia 25-34 anni. Le regioni del Sud e delle aree interne restano sistematicamente al di sotto, con un gap che riflette non solo la minore presenza di atenei, ma anche la minore capacità delle famiglie di sostenere economicamente un percorso universitario, spesso da fuori sede.
Questo squilibrio territoriale trasforma la questione dei laureati Italia Europa in una questione di coesione interna: non basta aumentare il numero complessivo di laureati se il divario tra Nord e Sud rimane invariato o si amplia. Le politiche di accesso devono essere differenziate per territorio, con interventi mirati nelle aree dove la combinazione di povertà economica e povertà educativa è più intensa.
Cosa serve per avvicinarsi all’obiettivo del 45%
Raggiungere il 45% entro il 2030 significherebbe aggiungere centinaia di migliaia di laureati rispetto ai livelli attuali, in meno di cinque anni. L’obiettivo appare difficilmente raggiungibile con le politiche attuali, ma questo non significa che sia inutile perseguirlo: ogni punto percentuale guadagnato rappresenta migliaia di persone in più con accesso a lavori meglio retribuiti, maggiore stabilità economica e migliore qualità della vita.
Le leve disponibili riguardano almeno tre ambiti. Il primo è il rafforzamento del diritto allo studio: borse più ampie, più rapide nell’erogazione e accessibili a una platea più vasta, con particolare attenzione agli studenti lavoratori e a quelli provenienti da famiglie con redditi medi — spesso esclusi dai benefici riservati ai redditi più bassi ma incapaci di sostenere autonomamente i costi universitari. Il secondo riguarda l’orientamento scolastico, che dovrebbe arrivare molto prima dell’esame di maturità: nelle scuole medie e nei primi anni delle superiori, soprattutto nelle aree dove la cultura universitaria è meno radicata. Il terzo è la qualità e la prossimità dell’offerta formativa: atenei e corsi di laurea distribuiti in modo più equilibrato sul territorio, con un’attenzione crescente alla formazione professionale terziaria — gli Istituti Tecnologici Superiori (ITS Academy) — che può intercettare fasce di popolazione oggi escluse dall’università tradizionale.
Secondo Openpolis, che ha elaborato i dati comparativi europei, il ritardo italiano è strutturale e non si riduce spontaneamente: richiede politiche attive, risorse adeguate e una visione di lungo periodo che consideri l’istruzione terziaria non come un costo, ma come un investimento collettivo nel benessere delle persone e nella competitività del Paese.
Il confronto tra laureati Italia Europa non è una gara di classifiche: è la fotografia di quante persone riescono a costruirsi una vita migliore grazie all’istruzione e quante, invece, restano indietro per ragioni che non dipendono dalla loro volontà o dalle loro capacità, ma dalla famiglia in cui sono nate e dalla regione in cui vivono. Finché questo nesso non verrà spezzato con interventi concreti e misurabili, il penultimo posto resterà una descrizione accurata di un’opportunità collettiva mancata.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell’AI e sottoposto a revisione editoriale.







