Normative

Caregiver familiari: il riconoscimento nel Ddl e la sfida delle tutele concrete

Caregiver familiari: il riconoscimento nel Ddl e la sfida delle tutele concrete Immagine generata con AI

Oltre 7 milioni di italiani prestano assistenza regolare a un familiare malato, anziano o con disabilità senza ricevere alcuna retribuzione, alcuna copertura previdenziale specifica, alcun riconoscimento giuridico formale. Per queste persone — il caregiver familiare nella sua accezione più ampia — il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri nel 2025 e attualmente in esame presso l’Aula della Camera rappresenta un passaggio atteso da oltre un decennio. Ma tra il riconoscimento simbolico e le tutele concrete, la distanza è ancora significativa.

Trent’anni di proposte, un solo comma in legge di bilancio

La storia legislativa italiana sul tema è, a suo modo, emblematica. Dal 2013 al 2025 si sono succedute circa 30 proposte di legge dedicate ai caregiver familiari, nessuna delle quali è arrivata all’approvazione definitiva. L’unico risultato concreto di quel lungo percorso è stato l’inserimento di una definizione di caregiver nel comma 255 della legge di bilancio 2018, recepita dalla proposta Bignami del 2015: un riconoscimento lessicale, privo di effetti operativi immediati.

Questo vuoto normativo ha prodotto conseguenze reali e misurabili. Chi si prende cura di un familiare non autosufficiente spesso riduce o interrompe l’attività lavorativa, accumula lacune contributive, non ha accesso a strumenti di sollievo strutturati. Il carico di cura ricade in modo sproporzionato sulle donne, sulle famiglie a reddito medio-basso e sulle aree geografiche con servizi domiciliari insufficienti. Non romanticizzare questo impegno significa riconoscere che si tratta di lavoro — non retribuito, non tutelato, spesso invisibile.

Cosa prevede il Ddl: categorie, tutele e graduazione dell’impegno

Il disegno di legge oggi in discussione alla Camera introduce per la prima volta un sistema articolato di riconoscimento, che distingue i caregiver familiari in base all’intensità dell’impegno di cura e alla convivenza con la persona assistita. Non si tratta di una categoria unica: il testo prevede quattro profili distinti.

→ Leggi anche: Il Consiglio dell'Ue adotta la raccomandazione per contrastare l'esclusione abitativa

  • Caregiver convivente con carico assistenziale pari o superiore a 91 ore settimanali: il profilo più gravoso, che corrisponde a una presenza quasi continua.
  • Caregiver convivente con carico tra 30 e 90 ore settimanali: una fascia intermedia che descrive la situazione di molte famiglie con un familiare con disabilità grave o demenza in fase avanzata.
  • Caregiver convivente con carico tra 10 e 29 ore settimanali: un impegno comunque rilevante, che può incidere sull’organizzazione lavorativa e sulla vita sociale.
  • Caregiver non convivente con carico di almeno 30 ore settimanali: una categoria che riconosce la realtà di chi assiste un familiare che vive in un’abitazione separata.

Questa graduazione è importante perché le tutele previste dal Ddl sono differenziate in funzione del profilo. Al centro del sistema si colloca il caregiver convivente prevalente, che ha il carico più elevato e che il testo intende tutelare con maggiore intensità. Le misure includono contributi economici, tutele nell’ambito del progetto di vita individuale della persona assistita — coerentemente con il quadro aperto dalla riforma della disabilità — e un sistema di coordinamento nazionale per uniformare l’applicazione su tutto il territorio.

Il riconoscimento giuridico e il suo significato concreto

Riconoscere giuridicamente la figura del caregiver familiare non è un atto puramente simbolico. Significa, anzitutto, che quella persona esiste per l’ordinamento: può essere destinataria di diritti, può accedere a misure dedicate, può essere inclusa nei piani di assistenza. Finché la figura non è definita dalla legge, qualsiasi intervento di sostegno resta discrezionale, frammentato, esposto alle variazioni di bilancio annuale.

Il Ddl in discussione segna dunque un salto qualitativo rispetto al solo comma 255 del 2018. Non si limita a nominare i caregiver: prova a costruire un’architettura di tutele, per quanto ancora in fase di definizione nei dettagli attuativi. La scelta di articolare le categorie in base alle ore di cura è coerente con un approccio che vuole proporzionare le risorse all’effettivo bisogno, evitando sia l’eccesso di genericità sia l’esclusione di chi non raggiunge soglie troppo elevate.

Rimangono però questioni aperte che le organizzazioni del Terzo Settore e le associazioni di rappresentanza delle persone con disabilità sollevano da tempo. La prima riguarda le risorse finanziarie effettivamente stanziate: un impianto normativo ben costruito rischia di restare inapplicato se i fondi non sono adeguati e certi nel tempo. La seconda riguarda il coordinamento con i servizi territoriali: il caregiver familiare non può essere pensato come sostituto del sistema di welfare pubblico, ma come figura complementare che opera in sinergia con i servizi domiciliari, i centri diurni, le équipe multiprofessionali. Se questa sinergia non viene costruita, il riconoscimento formale rischia di scaricare ulteriore responsabilità sulle famiglie invece di alleggerirla.

→ Leggi anche: Una famiglia su tre in Italia non può permettersi la vacanza: il diritto al riposo e la socialità minorile

Il percorso parlamentare e le incognite dell’iter

Il disegno di legge è stato presentato al Senato come DDL S. 24 a prima firma di Simona Flavia Malpezzi del gruppo PD-IDP, con la cofirma di Andrea Martella, Michele Fina, Sandra Zampa, Beatrice Lorenzin, Susanna Lina Giulia Camusso e Annamaria Furlan. L’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri nel 2025 ha segnato un passaggio rilevante, ma l’iter parlamentare alla Camera è ancora in corso e il testo può subire modifiche significative prima dell’eventuale approvazione definitiva.

La storia delle proposte precedenti insegna che il rischio di un nuovo rinvio o di un’approvazione parziale è concreto. Le 30 proposte naufragate in poco più di un decennio non sono fallite per mancanza di consenso sul principio, ma spesso per difficoltà a trovare accordo sulle coperture finanziarie e sui meccanismi attuativi. Questo Ddl affronta le stesse tensioni strutturali, in un contesto di bilancio pubblico che lascia poco spazio a nuove voci di spesa non compensate.

Per approfondire il contenuto della proposta è possibile consultare la documentazione ufficiale pubblicata dal Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità.

Il Ddl Caregiver arriva in un momento in cui la riforma della disabilità sta ridisegnando il sistema di valutazione e di presa in carico delle persone non autosufficienti. Inserire il riconoscimento del caregiver familiare in questo quadro più ampio è la scelta più coerente: chi assiste non può essere tutelato in modo isolato rispetto alla persona che assiste. Se l’iter parlamentare arriverà a conclusione mantenendo l’impianto attuale, l’Italia colmerà un ritardo strutturale rispetto ad altri Paesi europei che hanno già normato questa figura. Ma la vera misura del cambiamento non sarà il testo della legge: sarà la capacità del sistema di tradurlo in servizi accessibili, risorse stabili e diritti effettivamente esigibili per chi ogni giorno sceglie — spesso senza alternative — di prendersi cura di qualcuno.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Change privacy settings
×