Dei circa 22 miliardi di euro che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha destinato alle aree interne italiane, il 70% dei progetti risulta già concluso. Un dato che, a prima vista, potrebbe sembrare incoraggiante. Ma l’analisi condotta da Fondazione Openpolis restituisce un quadro più complesso e, per certi versi, preoccupante: sono proprio i comuni più fragili — quelli che avrebbero più bisogno di recuperare terreno — a registrare i ritardi maggiori. Il rischio concreto è che il PNRR nelle aree interne finisca per ampliare le disuguaglianze territoriali invece di ridurle, contraddicendo una delle sue priorità trasversali dichiarate.
Oltre 3.800 comuni e 13 milioni di persone: chi abita le aree interne
Le aree interne non sono una categoria marginale della geografia italiana. Sono più di 3.800 comuni, oltre la metà del totale nazionale, che ospitano circa 13 milioni di persone, vale a dire quasi un quinto della popolazione italiana. Si tratta di territori caratterizzati da distanza dai principali centri di servizio — scuole superiori, ospedali, stazioni ferroviarie — e da una progressiva perdita demografica che si autoalimenta: meno servizi, meno residenti; meno residenti, meno risorse per i servizi.
Proprio per invertire questa spirale, la riduzione dei divari territoriali è stata inserita tra le priorità trasversali del PNRR fin dalla sua approvazione. L’idea era che i fondi europei potessero funzionare da leva per riequilibrare un paese profondamente squilibrato al proprio interno, non soltanto tra Nord e Sud, ma anche tra centri e periferie, tra città e montagna, tra coste e entroterra.
175.000 progetti finanziati: cosa dicono davvero i numeri
I dati aggregati sembrano positivi: su circa 175.000 progetti finanziati nelle aree interne, il 70% risulta concluso. Investimenti concentrati soprattutto su istruzione, efficienza energetica e digitalizzazione hanno prodotto risultati misurabili, almeno in termini di cantieri chiusi e interventi completati.
Il problema emerge quando si disaggregano i dati per tipologia di progetto. Le opere pubbliche — che rappresentano appena il 5,6% del numero totale di progetti — assorbono quasi il 44% delle risorse, pari a circa 9 miliardi di euro. Sono gli interventi più complessi, più costosi, più dipendenti dalla capacità amministrativa dei comuni attuatori: strade, edifici scolastici, infrastrutture idriche, presidi sanitari. Ed è proprio qui che si concentra il ritardo più grave: solo il 39% delle opere pubbliche risulta completato o in fase di collaudo.
In altri termini, la parte numericamente più consistente dei progetti — quella composta da interventi più leggeri, come acquisti di attrezzature o attività formative — avanza speditamente. Ma la parte che vale quasi la metà delle risorse, quella che incide maggiormente sulla qualità della vita quotidiana delle comunità, è ancora largamente incompiuta.
I comuni più fragili rimangono indietro: il paradosso del PNRR nelle aree interne
L’aspetto più critico rilevato dall’analisi di Openpolis riguarda la distribuzione dei ritardi all’interno delle stesse aree interne. Non tutti i comuni periferici si trovano nella stessa condizione: esistono graduazioni di fragilità, legate alla dimensione demografica, alla dotazione di personale tecnico, alla disponibilità di risorse proprie per la progettazione e la rendicontazione.
I comuni più fragili — quelli con popolazione ridotta, bilanci esigui e uffici tecnici sottodimensionati — sono esattamente quelli che accusano i ritardi più significativi nell’attuazione dei progetti PNRR. Non perché manchino di volontà, ma perché la macchina amministrativa richiesta per gestire fondi europei è complessa, esige competenze specifiche e produce un carico burocratico che strutture piccole faticano a sostenere.
Il risultato è paradossale: i comuni che avrebbero più bisogno degli investimenti sono quelli meno attrezzati per realizzarli nei tempi previsti. E poiché il PNRR è strutturato su milestone e target con scadenze rigide, il rischio concreto è che le risorse non spese vengano redistribuite verso territori più capaci di assorbirle rapidamente — ovvero quelli già meno svantaggiati.
Perché la capacità amministrativa è il nodo irrisolto
Il tema della capacità amministrativa dei piccoli comuni non è nuovo nel dibattito sulle politiche di coesione. Ogni ciclo di fondi strutturali europei ha riproposto la stessa questione: come garantire che i territori con maggiori bisogni riescano effettivamente ad accedere alle risorse disponibili?
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Le risposte tentate nel tempo — affiancamento tecnico, centralizzazione delle stazioni appaltanti, supporto delle regioni e delle prefetture — hanno prodotto risultati parziali. Il PNRR ha introdotto strumenti di assistenza tecnica, ma la loro distribuzione e la loro efficacia sul territorio non sono uniformi. In alcune regioni, come la Sicilia e la Sardegna, le criticità nei comuni più piccoli risultano particolarmente evidenti, con cantieri fermi e difficoltà di rendicontazione che rischiano di compromettere la spesa entro le scadenze europee.
Un elemento strutturale aggrava ulteriormente il quadro: molti comuni delle aree interne hanno perso negli anni personale tecnico qualificato, sia per i blocchi del turn-over sia per la concorrenza salariale del settore privato. Ricostruire questa capacità richiede tempo, e il tempo è esattamente la risorsa più scarsa nel contesto del PNRR.
Cosa serve per non sprecare un’occasione storica
Il PNRR rappresenta, per le aree interne italiane, un’occasione difficilmente replicabile nel breve periodo. 22 miliardi di euro concentrati su territori che storicamente ricevono meno investimenti pubblici pro capite sono una dotazione straordinaria. Ma le risorse non si trasformano automaticamente in benessere: richiedono progettazione, attuazione, monitoraggio e — soprattutto — radicamento nelle esigenze reali delle comunità.
Alcune indicazioni emergono con chiarezza dall’analisi della situazione attuale. Primo, è necessario rafforzare in modo mirato e continuativo il supporto tecnico ai comuni più piccoli, non soltanto nella fase di candidatura ma lungo tutto il ciclo di vita dei progetti. Secondo, occorre ripensare i meccanismi di redistribuzione delle risorse non spese, evitando che finiscano automaticamente verso i territori già più forti. Terzo, la valutazione dei risultati del PNRR nelle aree interne non può fermarsi al numero di progetti conclusi: deve misurare l’impatto reale sulla qualità dei servizi e sulla vita delle persone che abitano quei territori.
I dati elaborati da Fondazione Openpolis offrono una base di analisi preziosa per orientare le scelte nei mesi che restano prima della chiusura del Piano. Ignorarli significherebbe trasformare un’opportunità storica in un’occasione mancata — e farlo proprio a spese di chi poteva permetterselo di meno.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
