Circa 18 milioni di contribuenti italiani destinano ogni anno una quota della propria imposta sul reddito al Terzo Settore attraverso il meccanismo del 5 per mille, convinti che quella scelta arrivi integralmente all’organizzazione indicata. Non è così: un tetto di spesa fissato per legge blocca la distribuzione completa delle somme designate, e la 5 per mille riforma di questo meccanismo è oggi al centro di una campagna collettiva che punta a entrare nella Legge di Bilancio 2027.
Un meccanismo nato nel 2006, ancora incompiuto
Il 5 per mille esiste dal 2006: consente ai contribuenti di destinare cinque millesimi dell’IRPEF a enti del Terzo Settore, associazioni di promozione sociale, organizzazioni di volontariato, enti di ricerca scientifica e altri soggetti qualificati. Lo strumento ha rappresentato un’innovazione significativa nel rapporto tra cittadini, fisco e organizzazioni non profit, introducendo un principio di scelta individuale nella destinazione di risorse pubbliche.
Il problema strutturale, tuttavia, è rimasto invariato per vent’anni: il tetto di spesa, attualmente fissato a 525 milioni di euro, impedisce che le somme effettivamente designate dai contribuenti vengano distribuite per intero. Quando le preferenze espresse dai cittadini superano quella soglia — e accade sistematicamente — la differenza non viene erogata. Gli enti ricevono meno di quanto i propri sostenitori abbiano indicato, senza che questi ultimi lo sappiano e senza che le risorse “bloccate” vengano reindirizzate ad altri scopi sociali: semplicemente restano nel bilancio dello Stato.
La campagna: chi la promuove e cosa chiede
Per rispondere a questa distorsione, la rivista VITA ha promosso insieme a un gruppo di organizzazioni del Terzo Settore la campagna «5 per mille, ma per davvero», che conta oggi l’adesione di oltre sessanta soggetti, tra cui Fondazione Umberto Veronesi, WWF Italia e ACLI, oltre a Casa della Carità e numerose altre realtà del panorama non profit italiano.
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La richiesta centrale è netta: eliminare il tetto di spesa, rendendo il 5 per mille uno strumento davvero corrispondente alle scelte dei cittadini. Se un contribuente indica un’organizzazione, quella quota deve arrivare integralmente a destinazione. Qualunque altra soluzione, secondo i promotori, tradisce il patto implicito tra chi compila la dichiarazione dei redditi e l’ente che ha scelto di sostenere.
La campagna si trova attualmente nella sua seconda fase, avviata nell’ottobre 2026, e punta a inserire le proprie proposte di riforma nel pacchetto della Legge di Bilancio 2027, il provvedimento che il Governo presenterà al Parlamento nelle prossime settimane. Il sito ufficiale della campagna è consultabile su vita.it/5permillemaperdavvero.
Il precedente della Legge di Bilancio 2026 e le aspettative per il 2027
La traiettoria politica del dossier offre elementi concreti su cui ragionare. Nel primo testo della Legge di Bilancio 2026, il tetto era stato innalzato da 525 a 610 milioni di euro: un segnale che la pressione del Terzo Settore ha prodotto un effetto, ma non sufficiente a soddisfare la richiesta di abolizione totale del limite. Alzare il tetto, sostengono i promotori della campagna, non risolve il problema di principio: finché esiste una soglia, esiste la possibilità che le scelte dei contribuenti vengano disattese.
Con la Legge di Bilancio 2027 ora all’ordine del giorno politico, le organizzazioni aderenti alla campagna chiedono al Governo e al Parlamento di compiere il passo definitivo. La seconda fase della mobilitazione prevede un’interlocuzione diretta con le istituzioni, portando il pacchetto di proposte nei luoghi dove le decisioni vengono prese.
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Perché il tetto è un problema per il benessere delle comunità
La questione non è soltanto tecnica. Il 5 per mille rappresenta per molte organizzazioni non profit una fonte di finanziamento stabile e prevedibile, legata alla fiducia che i cittadini ripongono nel loro operato. Associazioni che lavorano su ricerca oncologica, tutela ambientale, inclusione sociale, assistenza alle persone vulnerabili costruiscono parte dei propri bilanci su quella voce. Quando il tetto comprime le erogazioni, le risorse mancanti devono essere recuperate altrove — spesso con costi organizzativi aggiuntivi o riducendo la portata dei servizi erogati.
Per i 18 milioni di contribuenti che ogni anno compilano la casella del 5 per mille, il meccanismo attuale crea inoltre un’asimmetria informativa: credono di stare destinando una quota certa, mentre in realtà non sanno quanta parte di essa raggiungerà l’ente scelto. Questa opacità erode la fiducia nello strumento e, nel tempo, può scoraggiare la partecipazione.
Una 5 per mille riforma che elimini il tetto non è solo una misura a favore del Terzo Settore: è una misura di coerenza tra la volontà espressa dai cittadini e le risorse effettivamente messe a disposizione delle organizzazioni che operano nel welfare, nella ricerca, nella cultura e nell’ambiente. Il Parlamento ha ora l’occasione di colmare uno scarto che dura da vent’anni.
Se la Legge di Bilancio 2027 recepirà le richieste della campagna, decine di organizzazioni potranno pianificare le proprie attività con maggiore certezza. Se invece si sceglierà ancora una volta di alzare il tetto senza abolirlo, il problema rimarrà strutturalmente irrisolto — e i cittadini continueranno a credere di scegliere liberamente, senza saperlo davvero.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






