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Il Pnrr nelle aree interne rischia di accentuare le disuguaglianze: il 70% dei progetti concluso, ma i comuni più fragili restano indietro

Il Pnrr nelle aree interne rischia di accentuare le disuguaglianze: il 70% dei progetti concluso, ma i comuni più fragil Immagine generata con AI

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza destina circa 22 miliardi di euro alle aree interne italiane, con l’obiettivo dichiarato di ridurre le disuguaglianze territoriali. Ma i dati sull’attuazione, analizzati da Fondazione Openpolis nell’agosto 2026, raccontano una storia più complicata: il 70% dei progetti finanziati risulta già concluso, mentre le opere pubbliche — quelle che assorbono la quota maggiore di risorse — segnano un ritardo significativo. Il rischio concreto è che il PNRR nelle aree interne finisca per premiare i territori già più attrezzati, lasciando indietro proprio i comuni più fragili.

175.000 progetti, ma la distribuzione non è uniforme

Secondo l’analisi di Fondazione Openpolis, nelle aree interne del Paese risultano finanziati attraverso il PNRR circa 175.000 progetti. Gli investimenti si concentrano prevalentemente su tre ambiti: istruzione, efficienza energetica e digitalizzazione. Si tratta di settori in cui le procedure sono relativamente standardizzate e i soggetti attuatori — spesso scuole, enti locali di dimensioni medie, istituti pubblici — dispongono di una struttura amministrativa sufficiente per gestire i fondi.

È proprio questa concentrazione tematica a spiegare, almeno in parte, l’elevata percentuale di progetti conclusi. Interventi su edifici scolastici, installazione di impianti fotovoltaici, acquisto di dotazioni digitali: sono misure che richiedono tempi di realizzazione relativamente brevi e iter burocratici più lineari rispetto alle grandi infrastrutture. Il dato del 70% di progetti conclusi, letto in isolamento, sembrerebbe positivo. Ma nasconde una frattura interna che merita attenzione.

Le opere pubbliche: il 5,6% dei progetti assorbe il 44% delle risorse

Il nodo più critico riguarda le opere pubbliche. Pur rappresentando soltanto il 5,6% del totale dei progetti finanziati nelle aree interne, esse assorbono circa il 44% delle risorse destinate a questi territori, pari a quasi 9 miliardi di euro. Si tratta di interventi strutturali — strade, ponti, sistemi idrici, infrastrutture per la mobilità — che avrebbero un impatto diretto e duraturo sulla qualità della vita delle comunità periferiche.

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Ebbene, di queste opere pubbliche soltanto il 39% risulta completato o in fase di collaudo. Più della metà è ancora in corso o in ritardo. Questo significa che la parte del piano con il maggiore potenziale trasformativo per le aree interne è anche quella che avanza più lentamente. Luca Del Poggetto di Fondazione Openpolis ha sottolineato come questa asimmetria non sia casuale: le opere pubbliche richiedono capacità progettuale, competenze tecniche e strutture amministrative che i comuni più piccoli e più fragili spesso non possiedono in misura adeguata.

Perché i comuni più fragili restano indietro

Le aree interne italiane non sono un insieme omogeneo. Comprendono realtà molto diverse per dimensione demografica, dotazione di servizi, capacità fiscale e struttura amministrativa. Alcuni comuni dispongono di uffici tecnici attrezzati, personale qualificato per la gestione dei fondi europei, relazioni consolidate con soggetti attuatori privati. Altri — spesso quelli con le maggiori fragilità sociali ed economiche — si trovano a gestire procedimenti complessi con risorse umane ridottissime.

Il PNRR, come ogni strumento basato su project financing e rendicontazione per obiettivi, tende strutturalmente a favorire chi ha già le capacità per rispondere ai requisiti burocratici. Non perché le regole siano scritte con questo intento, ma perché la velocità di attuazione dipende dalla capacità amministrativa preesistente. Un comune di tremila abitanti con un solo geometra a tempo parziale non è nella stessa posizione di un capoluogo di provincia con un ufficio PNRR dedicato.

Valerio Lucciarini De Vincenzi, segretario generale di ALI – Autonomie Locali Italiane, ha posto l’accento su un aspetto spesso trascurato nel dibattito sull’attuazione: non basta concludere i cantieri. Le opere devono funzionare nel tempo, devono essere gestite, manutenute, integrate nei servizi esistenti. Il rischio del post-PNRR è che infrastrutture costruite con i fondi del piano restino inutilizzate o sottoutilizzate perché i comuni non hanno le risorse correnti per gestirle.

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La riduzione delle disuguaglianze era un obiettivo trasversale

Va ricordato che la riduzione delle disuguaglianze territoriali era una priorità trasversale del PNRR italiano, non un obiettivo secondario. Il piano nacque anche come strumento per correggere squilibri storici tra Nord e Sud, tra centri urbani e periferie, tra aree costiere e territori interni. La scelta di destinare una quota rilevante delle risorse alle aree interne rifletteva questa ambizione.

I dati sull’attuazione suggeriscono che l’ambizione non si è tradotta automaticamente in risultati equi. Quando uno strumento di politica pubblica distribuisce risorse senza tenere conto delle differenze di capacità tra i destinatari, rischia di amplificare le disuguaglianze che intende ridurre. I territori già più forti riescono a intercettare e spendere i fondi; quelli più deboli accumulano ritardi, rinvii, progetti bloccati in fase istruttoria.

  • Istruzione, efficienza energetica e digitalizzazione concentrano la maggior parte dei progetti conclusi, con procedure più standardizzate.
  • Le opere pubbliche — strade, infrastrutture idriche, mobilità — segnano il ritardo più marcato proprio dove l’impatto sarebbe maggiore.
  • La capacità amministrativa locale è la variabile che più di ogni altra determina la velocità di attuazione.
  • Il post-PNRR pone il problema della gestione ordinaria delle opere realizzate, che richiede risorse correnti spesso indisponibili nei comuni più piccoli.

Cosa serve per non sprecare l’occasione

Riconoscere il problema non equivale a dichiarare il fallimento del piano. Significa piuttosto identificare dove è necessario intervenire con strumenti complementari. Alcune direzioni sono già emerse nel dibattito tra amministratori e ricercatori: il rafforzamento della capacità amministrativa dei comuni piccoli, attraverso forme di associazionismo obbligatorio o unioni di comuni con uffici tecnici condivisi; il supporto alle stazioni appaltanti nelle procedure più complesse; la possibilità di prorogare o rinegoziare le scadenze per i progetti in ritardo giustificato da carenza di personale.

C’è poi la questione della continuità finanziaria. Costruire una scuola o riqualificare un acquedotto con fondi straordinari non risolve il problema se poi mancano le risorse ordinarie per mantenerli. La fase post-PNRR richiede una riflessione seria su come garantire che gli investimenti producano servizi stabili e accessibili nel tempo, non solo opere inaugurate e poi abbandonate.

I prossimi mesi saranno decisivi per capire se le aree interne riusciranno a recuperare il terreno perduto sulle opere pubbliche o se il divario si consoliderà. La domanda che dovrebbero porsi le istituzioni — a livello nazionale, regionale e locale — non è quanti progetti sono stati chiusi, ma quante comunità hanno effettivamente visto migliorare la propria qualità della vita. Sono due misure molto diverse, e confonderle sarebbe un errore che il Paese non può permettersi.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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