Nel 2025 l’Italia ha raggiunto un traguardo che fino a pochi anni fa sembrava difficile da centrare in anticipo: il tasso di abbandono scolastico in Italia è sceso all’8,2%, allineandosi all’obiettivo fissato dall’Unione Europea per il 2030. Un risultato statisticamente rilevante, che fotografa un cambiamento reale nel sistema educativo nazionale, ma che non autorizza letture trionfalistiche. Dietro la media nazionale si nascondono divari profondi — tra territori, tra città e periferie, tra studenti italiani e stranieri — che rendono il dato complessivo ancora fragile e parziale.
Dal 12,7% all’8,2%: un decennio di progressi misurabili
Per capire il significato del dato attuale occorre partire da dove eravamo. Nel 2022 il tasso di abbandono scolastico in Italia era all’11,5%, già in calo rispetto alla rilevazione precedente che segnava il 12,7%. In meno di un decennio, quindi, la quota di giovani che lascia la scuola prima di ottenere un diploma si è ridotta di oltre quattro punti percentuali. Non si tratta di un movimento casuale: riflette investimenti, politiche scolastiche, interventi di contrasto alla povertà educativa e una maggiore attenzione istituzionale al fenomeno.
L’obiettivo europeo dell’8% — fissato nell’ambito del quadro strategico Education and Training 2030 — era stato considerato ambizioso per un paese come l’Italia, storicamente penalizzato da divari strutturali tra Nord e Sud e da un sistema formativo non sempre capace di trattenere i giovani più vulnerabili. Raggiungere la soglia dell’8,2% nel 2025, con cinque anni di anticipo rispetto alla scadenza, è un segnale che qualcosa nel sistema sta funzionando meglio di prima. Ma la domanda che conta è: per chi?
Le disparità che il dato nazionale non racconta
La media nazionale dell’8,2% è un numero che aggrega situazioni molto diverse. Le fonti che monitorano il fenomeno segnalano con chiarezza che le grandi città e i contesti urbani più fragili restano i punti critici del sistema. Nelle aree metropolitane, in particolare nelle periferie segnate da disagio socioeconomico, il rischio di abbandono rimane sensibilmente più alto rispetto alla media. Non è un problema di singole regioni, ma di geografie sociali: quartieri dove la scuola compete con la necessità di lavorare, con la mancanza di reti familiari stabili, con servizi educativi insufficienti.
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Un secondo asse di disuguaglianza riguarda i giovani con cittadinanza non italiana. Anche in questo caso, i dati disponibili confermano che il tasso di abbandono tra questa fascia di popolazione è significativamente più elevato rispetto alla media. Le ragioni sono molteplici e si intrecciano: barriere linguistiche, difficoltà di inserimento, condizioni economiche familiari più precarie, discontinuità nei percorsi scolastici legata ai movimenti migratori. Ignorare questo dato significa accettare che il miglioramento complessivo avvenga lasciando indietro una parte rilevante della popolazione giovanile.
Cosa misura davvero il tasso di abbandono scolastico
Vale la pena ricordare cosa si intende per early school leaving, la definizione eurostat che sta alla base di questa misurazione. Sono considerati early leavers i giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno conseguito al massimo la licenza media e non partecipano ad alcun percorso di istruzione o formazione. Non si tratta quindi solo di chi lascia la scuola superiore a metà strada, ma di chi esce dal sistema formativo senza una qualifica riconosciuta e senza essere impegnato in un percorso alternativo.
Questa definizione ha implicazioni importanti per le politiche. Significa che il contrasto all’abbandono non può limitarsi alla scuola secondaria, ma deve includere i percorsi di istruzione e formazione professionale (IeFP), i programmi di reinserimento per chi ha già abbandonato, e le misure di sostegno economico alle famiglie che permettano ai ragazzi di studiare senza dover scegliere tra scuola e lavoro. Significa anche che la povertà educativa — intesa non solo come scarso rendimento scolastico, ma come mancanza di accesso a opportunità culturali, relazionali e formative — è una causa strutturale che nessun intervento scolastico da solo può risolvere.
Il rischio di fermarsi al traguardo raggiunto
Raggiungere un obiettivo europeo con cinque anni di anticipo è una buona notizia. Ma nella storia delle politiche educative italiane ci sono precedenti che invitano alla cautela: miglioramenti statistici che si sono poi rivelati fragili, non sostenuti da cambiamenti strutturali duraturi, e che hanno ceduto di fronte a crisi economiche o tagli alle risorse.
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Il rischio concreto è che il dato dell’8,2% venga letto come un punto di arrivo invece che come una tappa. Le disparità territoriali che persistono — tra grandi città e aree interne, tra Nord e Sud, tra studenti italiani e stranieri — indicano che il sistema non è ancora equo nella sua capacità di trattenere tutti i giovani dentro percorsi formativi. Un sistema educativo che funziona bene in media ma male per le fasce più vulnerabili non è un sistema che ha risolto il problema: lo ha spostato.
Per questo motivo, le politiche di contrasto all’abbandono scolastico in Italia dovrebbero continuare a concentrarsi su chi resta più esposto: i giovani nelle periferie urbane, i figli di famiglie in povertà assoluta o relativa, i ragazzi con background migratorio, chi vive in territori dove l’offerta formativa è scarsa o di bassa qualità. Il monitoraggio disaggregato — per territorio, per origine, per condizione economica — è lo strumento indispensabile per non perdere di vista queste sacche di vulnerabilità.
Il ruolo del Terzo Settore e delle politiche integrate
Accanto alle politiche scolastiche in senso stretto, un contributo rilevante al miglioramento del dato viene dal lavoro delle organizzazioni del Terzo Settore impegnate nel contrasto alla povertà educativa. Cooperative sociali, associazioni di promozione sociale e fondazioni operano spesso nei contesti più difficili — periferie urbane, quartieri ad alta concentrazione di disagio — offrendo doposcuola, tutoraggio, attività extrascolastiche e sostegno alle famiglie. Questo lavoro non appare nelle statistiche sull’abbandono scolastico, ma ne è parte integrante.
Allo stesso modo, le politiche di welfare che sostengono i redditi familiari hanno un effetto diretto sulla permanenza dei giovani nel sistema formativo. Quando una famiglia è in difficoltà economica, la pressione sul figlio adolescente affinché contribuisca al reddito familiare aumenta. Misure di sostegno al reddito, accesso garantito a mensa scolastica, trasporti e materiali didattici sono condizioni che rendono possibile o impossibile la continuità scolastica per molti ragazzi. Per approfondire il quadro europeo di riferimento, il rapporto Education and Training Monitor della Commissione europea offre un’analisi comparativa aggiornata della situazione italiana nel contesto continentale.
Il dato dell’8,2% è dunque il risultato di molte forze che hanno agito contemporaneamente: scuola, welfare, Terzo Settore, politiche familiari. Mantenerlo e migliorarlo richiede che queste forze continuino ad agire in modo coordinato, con risorse adeguate e attenzione costante a chi rischia di restare indietro. Il traguardo europeo è stato raggiunto, ma la qualità di un sistema educativo si misura anche — e soprattutto — da quanto riesce a essere equo per tutti.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell’AI e sottoposto a revisione editoriale.

