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Nomofobia: quella paura che rischia di colpire ognuno di noi

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Avete mai sentito parlare della nomofobia? E’ un termine di recente introduzione e con il quale, purtroppo, saremo presto costretti a familiarizzare. Come lascia facilmente intuire la parola, si tratta di una paura o meglio di una dipendenza, detta anche sindrome da disconnessione, che genera il timore di rimanere sconnessi. «Il soggetto che presenta questa sindrome cerca il contatto continuo ed esasperato con l’apparecchio tecnologico (come lo smartphone), che gli consente di avere la sensazione di tenere sotto controllo la situazione costantemente», spiega l’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche. «I motivi possono essere i più disparati, dal senso di sicurezza fornito dall’essere rintracciabili in ogni momento alle esigenze lavorative di chi deve essere reperibile praticamente 24 ore su 24. Tra i rischi di chi soffre di nomofobia c’è quello di innescare un meccanismo di dipendenza patologica nella quale non si riesce più a fare a meno di una connessione internet e di un cellulare. La paura di essere disconnessi può portare ad esperire vissuti di ansia e depressione e anche la sola idea di essere senza smartphone genera malessere, irrequietezza e aggressività».

Si tratta di un problema che coinvolge soprattutto i ragazzi tra i 18 e i 25 anni e al quale il Movimento 5 Stelle ha deciso di dichiarare guerra attraverso una proposta di legge di questi giorni, in cui si chiede al Governo di intervenire per “prevenire e curare” un fenomeno in aumento esponenziale anche in Italia. L’obiettivo è quello di puntare in primo luogo “all’educazione all’uso consapevole della rete Internet e dei social network” nelle scuole, attraverso corsi di formazione tenuti da esperti in materia di prevenzione e di cura delle dipendenze e a programmi specifici diretti ai genitori degli studenti, “volti a consentire l’individuazione dei comportamenti a rischio dei loro figli”. Ma il M5S chiede anche la collaborazione della Polizia postale, del Ministero dell’Istruzione, del Dicastero della Salute, dell’Agcom, dell’Autorità per l’infanzia e l’adolescenza, del Garante per la privacy, delle associazioni di studenti e dei genitori.

Certo, quando si parla di disturbi psicologici e comportamentali bisogna sempre andarci con i piedi di piombo. So benissimo che un conto è parlare di malsana abitudine e un conto è trovarsi di fronte a una vera e propria dipendenza. Ma proprio per questo ho deciso personalmente di capirne di più. E l’ho fatto affidandomi sempre al sito dipendenze.com dell’associazione menzionata in apertura, dove ho avuto modo di capire quali siano le «caratteristiche psicologiche e comportamentali che distinguono la dipendenza, da una ponderata e controllata attività di utilizzo dello smartphone».

Vediamole insieme:

  • L’uso regolare del telefono cellulare e il trascorrere molto tempo su di esso;
  • l’avere sempre con sé uno o più dispositivi e il caricabatterie, per evitare di restare senza batteria;
  • il mantenere sempre il credito;
  • l’esperire vissuti di ansia e nervosismo al solo pensiero di perdere il proprio portatile o quando il telefono cellulare non è disponibile o non utilizzabile;
  • il monitoraggio costante dello schermo del telefono, per vedere se sono stati ricevuti messaggi o chiamate, o della batteria, per controllare se il telefono è scarico;
  • il mantenere il telefono cellulare acceso sempre (24 ore al giorno);
  • l’andare a dormire con cellulare o tablet a letto;
  • l’uso dello smartphone in posti poco pertinenti.

Sono certa che in questo momento molti di voi saranno sorpresi quanto me nel constatare che tanti di questi atteggiamenti – se non tutti – sono compiuti ogni giorno da noi stessi, dai nostri familiari o dai nostri amici. Pensate che stia esagerando? Allora provate a tornare un attimo indietro con la memoria di poche settimane. Era il 3 luglio quando i principali social network e l’applicazione più famosa per la messaggistica istantanea hanno smesso di funzionare improvvisamente, in gran parte del mondo, per diverse ore.

Sicuramente in molti non lo avranno notato, tanti altri avranno aspettato senza troppa apprensione il ripristino delle funzionalità, ma sono certa che gran parte della popolazione italiana – con particolare riferimento agli under 40 – ha provato almeno uno di questi sentimenti: frustrazione, rabbia, impazienza, senso di impotenza, irritazione, nervosismo o vero e proprio panico.

Dal messaggio per darsi un appuntamento alla foto da pubblicare sui social, passando per il file di lavoro da scaricare. Tutto fermo, bloccato, cristallizzato. Niente spunte, nessuna notifica, nessun riscontro esterno. E poco importava in quelle ore se per darsi un appuntamento sarebbe bastata una telefonata (che funzionava) o per inviare un file sarebbe bastata una email (che funzionava). Il senso di impotenza in molti di noi ha prevalso al punto di sentirsi completamente isolati dal mondo.

E’ inutile nasconderlo, infatti. Gli smartphone sono diventati un’appendice del nostro corpo e non possiamo più farne a meno neanche per mezz’ora. O meglio, forse noi possiamo farne a meno se vogliamo, ma quando decidiamo noi e non quando lo decidono “loro”. Ecco allora che si gettano le basi per la nomofobia che deriva proprio da “no mobile phone phobia”. Il telefono non può abbandonarci, non può scollegarci dal mondo esterno, anche se magari quel mondo ce lo abbiamo proprio davanti agli occhi, oscurato dallo schermo del cellulare.

E smettiamola di giustificarci con frasi tipo “lo uso per lavoro”, “ho dei bambini”, “sto aspettando una risposta importante”. Perché sappiamo bene che non riusciamo a separarcene neanche quando siamo in ferie, quando i nostri figli sono al nostro fianco o quando non aspettiamo proprio nessuna risposta importante.

Il suono della notifica è un richiamo troppo forte al quale – fortunatamente non tutti – non riusciamo proprio a resistere. O ancora peggio, a volte, ci sforziamo di resistere ottenendo l’effetto contrario: una distrazione che dura fino a quando non andiamo finalmente a saziare la nostra curiosità.

Il problema vero è che non parliamo di una, due, tre notifiche al giorno. In alcuni casi il bip dei social e dei messaggi può arrivare anche centinaia di volte nell’arco di una mattinata, tra chat di gruppo, messaggi privati, commenti alle foto di Facebook o reazioni alle storie di Instagram, distraendoci centinaia di volte dalle nostre attività.

Siamo tutti dipendenti, quindi? Siamo tutti da curare?

No, non credo. Ma sono certa che con un minimo di sforzo personale e di forza di volontà ognuno di noi potrebbe iniziare a ricrearsi dei piccoli spazi “no phone”, in cui per qualche ora o anche solo per poche decine di minuti, provare a disintossicarsi e riscoprire la gioia di non essere dipendenti da un oggetto e dal mondo virtuale ad esso collegato. Apprezzare un tramonto senza la smania di fotografarlo, andare a prendere il caffè con un amico lasciando il telefono a casa, provare un’emozione senza l’esigenza di condividerla, fare un tuffo nel passato, insomma, quando tutto questo era possibile.

Se siete arrivati alla fine di questo articolo – forse un po’ troppo lungo – provate a farlo. Ma soprattutto, se ci riuscite, per favore spiegatemi come si fa.

 

Il direttore (troppo connesso)

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