Economia 

Liquid Planet, le microalghe che aiutano le città a respirare meglio

Installazione con tubi di vetro pieni di microalghe verdi sul marciapiede, con traffico e palazzi sullo sfondo Un impianto urbano a microalghe lungo una strada trafficata, simbolo di tecnologie per migliorare la qualità dell’aria in città.

A Milano, nel 2026, l’imprenditore Giuliano Regonesi presenta con il libro “Liquid Planet – Biologia come infrastruttura dell’aria e della finanza climatica” un progetto basato su microalghe e biotecnologie per contrastare l’inquinamento urbano, trasformando anidride carbonica e sostanze nocive in ossigeno attraverso sistemi ispirati alla fotosintesi. L’idea, raccontata nel volume, guarda alle città come a organismi capaci di respirare meglio: non solo ridurre le emissioni, dunque, ma intervenire sull’aria già compromessa, con strumenti misurabili e integrabili nello spazio urbano.

Liquid Planet, la fotosintesi come infrastruttura urbana

Il cuore del progetto Liquid Planet è una visione semplice da spiegare, più complessa da realizzare: usare la fotosintesi ingegnerizzata per catturare CO2, particolato e gas inquinanti, restituendo ossigeno all’ambiente. Regonesi la definisce, nel sottotitolo del libro, una possibile base per un “nuovo sistema economico globale”, dove la biologia non resta confinata ai laboratori ma diventa parte delle infrastrutture cittadine.

Nel volume, l’autore insiste su un passaggio: la lotta alla crisi climatica non può esaurirsi nel taglio delle emissioni, che resta centrale, ma deve affiancare strumenti capaci di agire anche sull’aria che le persone respirano ogni giorno. È qui che entrano in gioco le microalghe, organismi già noti per la loro capacità di assorbire carbonio e produrre ossigeno. Applicate in sistemi controllati, spiega Regonesi, potrebbero diventare una tecnologia urbana al servizio della qualità dell’aria.

La premessa è chiara. Nelle città, tra traffico, riscaldamenti, densità abitativa e consumi energetici, respirare aria pulita è diventato un bene non sempre garantito. E non allo stesso modo per tutti.

Tre piattaforme integrate contro l’inquinamento urbano

Il sistema descritto in Liquid Planet si fonda su tre piattaforme integrate, pensate per lavorare insieme e non come soluzioni isolate. La prima riguarda la cattura biologica degli inquinanti attraverso colture di microalghe; la seconda punta al monitoraggio dei flussi ambientali e dei risultati ottenuti; la terza apre alla dimensione economica, collegando la rigenerazione dell’aria alla cosiddetta finanza climatica.

Non si tratta, nelle intenzioni dell’autore, di un dispositivo da installare una tantum. Il modello guarda piuttosto a una rete di sistemi collocabili in contesti diversi: edifici pubblici, aree ad alta concentrazione di traffico, spazi produttivi, quartieri esposti a livelli maggiori di inquinamento atmosferico. Una sorta di infrastruttura diffusa, capace di misurare ciò che assorbe e ciò che restituisce.

Regonesi lega questa impostazione anche al tema delle disuguaglianze. Chi vive vicino a grandi arterie stradali, poli industriali o zone urbane congestionate subisce infatti un’esposizione più alta a polveri sottili e gas nocivi. In questo senso, la rigenerazione dell’aria diventa anche una questione sociale, non solo ambientale. Un punto che nel libro torna più volte, con un lessico da imprenditore ma anche con un taglio politico, nel senso più concreto del termine: come si vive, dove si vive, che aria si respira.

La prefazione di Pichetto Fratin e il nodo delle città

A dare cornice istituzionale al volume è la prefazione del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che individua nel progetto una convergenza tra biotecnologia avanzata, salute pubblica e visione urbana. Il ministro, nel testo, richiama le grandi sfide che si incrociano nelle aree metropolitane: crisi climatica, sostenibilità economica, competitività del sistema produttivo e tutela della salute.

Il punto, scrive in sostanza Pichetto Fratin, è che le città non possono essere considerate solo luoghi in cui si concentrano i problemi. Possono diventare anche laboratori di adattamento, se la tecnologia viene messa al servizio di obiettivi verificabili. E qui il libro prova a collocare Liquid Planet: non come alternativa alle politiche di riduzione delle emissioni, ma come complemento, un tassello in più.

La questione, però, resta quella della scala. Molte soluzioni ambientali funzionano nei prototipi, meno quando devono entrare nella vita ordinaria di un quartiere, di un condominio, di una strada trafficata alle otto del mattino. Regonesi ne è consapevole e insiste sulla necessità di rendere i processi misurabili, replicabili, economicamente sostenibili. Senza questo passaggio, la transizione ecologica rischia di restare un discorso alto, distante dai marciapiedi e dalle finestre delle case.

Aria pulita, salute e sostenibilità economica

Il libro parte da un dato di esperienza comune: l’aria pulita è diventata, in molte aree urbane, un bene percepito come scarso. Non è più solo un tema da convegni sul clima, ma una questione quotidiana che riguarda bambini, anziani, lavoratori esposti al traffico, persone con fragilità respiratorie. La qualità dell’aria incide sulla salute, sui costi sanitari, sulla produttività e sul valore stesso degli spazi urbani.

In questa prospettiva, Liquid Planet prova a tenere insieme ambiente ed economia. La “finanza climatica” evocata nel titolo non è presentata come formula astratta, ma come tentativo di attribuire valore a processi ambientali misurabili: carbonio catturato, ossigeno prodotto, riduzione degli inquinanti, benefici sanitari potenziali. Sono passaggi che richiederanno verifiche, dati indipendenti e applicazioni sul campo. Ma il libro, più che chiudere il discorso, lo apre.

Resta il messaggio di fondo: la città del futuro non dovrà solo consumare meno energia e inquinare meno, ma anche imparare a rigenerare ciò che ha compromesso. La biologia urbana, nelle pagine di Regonesi, diventa così una proposta di lavoro. Ambiziosa, certo. Ma concreta nel problema che mette al centro: respirare, oggi, non può essere un lusso.

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