L’Italia parteciperà al vertice convocato a Washington dall’amministrazione Trump sul presunto terrorismo transnazionale di estrema sinistra, con un sottosegretario e non con un ministro, dopo una mediazione maturata lunedì a Palazzo Chigi per evitare una sedia vuota e, insieme, contenere l’esposizione politica del governo. La decisione, arrivata dopo un primo orientamento contrario filtrato dalla Farnesina, ha aperto uno scontro con le opposizioni, che accusano Giorgia Meloni di inseguire ancora una volta la linea della Casa Bianca.
La scelta di Palazzo Chigi e il profilo basso del governo
La soluzione individuata dal governo è quella di una presenza istituzionale, ma non al massimo livello: secondo fonti di maggioranza, il nome più accreditato per rappresentare l’Italia al vertice Usa è quello di Nicola Molteni, sottosegretario all’Interno della Lega. Una formula intermedia, spiegano ambienti dell’esecutivo, pensata per “non lasciare scoperto il tavolo” senza trasformare l’incontro in un passaggio politico di primo piano.
Il cambio di rotta, però, non è passato inosservato. In un primo momento, dalla Farnesina era filtrata cautela, se non contrarietà, anche per la natura dell’iniziativa e per i tempi stretti dell’invito. Solo dopo un confronto interno, e su impulso di Giorgia Meloni, Palazzo Chigi avrebbe scelto di garantire comunque una partecipazione italiana. Una scelta misurata, nelle intenzioni. Ma politicamente pesante.
Il vertice, promosso dal segretario di Stato Marco Rubio, ha al centro la presunta “rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra”. Una definizione che negli Stati Uniti richiama direttamente il lessico usato da Donald Trump contro gli Antifa, indicati dalla sua amministrazione come minaccia interna. In Europa, però, quella categoria non ha un equivalente giuridico analogo.
Le opposizioni attaccano: “Missione indecorosa”
Le opposizioni hanno letto la decisione come un segnale politico netto. Per Enzo Amendola, ex ministro dem agli Affari europei, si tratta di una missione “indecorosa”, perché l’Italia avrebbe dovuto mantenere una distanza più chiara da un’impostazione considerata ideologica. Il giudizio, nelle chat parlamentari del centrosinistra, è circolato già nella tarda mattinata: non una semplice questione di protocollo, ma di collocazione internazionale.
Ancora più duro il Movimento 5 Stelle. La senatrice Alessandra Maiorino ha parlato di un “tentativo disperato” della premier di rientrare nelle grazie del presidente americano, anche “a costo di sposare il modello fascistoide”. Parole forti, volutamente. Nel M5s la linea è quella di presentare il vertice come un cedimento culturale, prima ancora che diplomatico.
Anche +Europa chiede al governo di tornare sui suoi passi. Il segretario Riccardo Magi ha invitato l’esecutivo a spiegare, semmai, a Rubio che il vero rischio per le democrazie liberali è “l’involuzione illiberale degli Stati Uniti di Trump”. Una provocazione, certo, ma utile a fissare il punto politico delle opposizioni: per loro Meloni, quando deve scegliere tra l’asse europeo e il rapporto con Washington, continua a privilegiare il secondo.
Il nodo Antifa e la distanza con l’Europa
Il tema più delicato resta quello degli Antifa, sigla ampia e non strutturata che negli Stati Uniti viene spesso usata per indicare collettivi, movimenti radicali, gruppi di protesta e realtà molto diverse tra loro. Durante il suo primo mandato, Trump li aveva già individuati come avversario simbolico nel pieno delle mobilitazioni di Black Lives Matter. Poi, con un ordine esecutivo, li ha definiti “organizzazione terroristica interna”.
La classificazione americana, tuttavia, non trova corrispondenza nel quadro europeo. Nell’Unione europea, le liste sul terrorismo seguono criteri giuridici diversi e richiedono procedure formali, prove, atti specifici. Non basta una sigla politica o un’etichetta mediatica. Ed è proprio questa distanza a rendere sensibile la partecipazione italiana al vertice di Washington.
Secondo ricostruzioni del Washington Post, l’invito sarebbe stato recapitato a oltre sessanta Paesi con poco preavviso e con contorni non del tutto chiari. Molti governi, proprio per questo, avrebbero scelto una linea prudente, limitandosi a una rappresentanza diplomatica. L’Italia, invece, si muove un passo oltre. Non un ministro, appunto. Ma neppure un semplice funzionario d’ambasciata.
Avs annuncia un’interrogazione sulle richieste Usa
A chiedere chiarimenti formali sono anche Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi e Sinistra. I due parlano di una “caccia alle streghe ideologica” e annunciano un’interrogazione parlamentare per fare luce sulle presunte richieste arrivate a giugno dall’amministrazione americana riguardo a gruppi e associazioni della sinistra italiana. Un passaggio che, se confermato, aprirebbe un fronte ulteriore.
Il governo, per ora, non ha fornito dettagli pubblici sul contenuto del vertice né sul livello esatto della partecipazione italiana. Da Palazzo Chigi filtra l’idea di una presenza tecnica e istituzionale, senza adesioni preventive a categorie o definizioni elaborate a Washington. Una linea sottile, difficile da sostenere nel pieno dello scontro politico.
La polemica, intanto, si allarga. Per la maggioranza, la partecipazione serve a mantenere aperto un canale con un alleato centrale come gli Stati Uniti. Per le opposizioni, invece, l’Italia avrebbe dovuto prendere le distanze da un’iniziativa percepita come interna alla battaglia politica di Trump. In mezzo resta una scelta diplomatica che doveva abbassare il profilo. E che, almeno per ora, ha ottenuto l’effetto contrario.
