I carabinieri del comando provinciale di Palermo hanno eseguito nelle prime ore di oggi, lunedì 13 luglio 2026, ventidue provvedimenti di fermo nel capoluogo siciliano per bloccare, secondo la Direzione distrettuale antimafia, la rete ritenuta responsabile dell’ultima escalation di attentati, intimidazioni e traffici armati nell’area di Tommaso Natale, San Lorenzo e Zen 2, maturata negli ultimi mesi per il controllo del territorio e delle attività illecite.
Palermo, ventidue fermi contro la banda dei kalashnikov
Il blitz è scattato all’alba, quando le pattuglie dell’Arma hanno raggiunto abitazioni, luoghi di ritrovo e istituti penitenziari dove si trovavano già alcuni degli indagati. In tutto, sette persone sono finite in carcere, mentre altri provvedimenti sono stati notificati a soggetti già detenuti. L’operazione, coordinata dalla Dda di Palermo guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, punta a ricostruire mandanti, esecutori e fiancheggiatori delle azioni criminali che, dal novembre 2025 fino a pochi giorni fa, hanno agitato una parte della città.
Al centro dell’inchiesta c’è quella che gli investigatori definiscono una escalation criminale nel mandamento mafioso di Tommaso Natale-San Lorenzo. Non solo minacce, secondo l’accusa, ma anche attentati, danneggiamenti e pressioni su commercianti e privati. Una sequenza di episodi che aveva fatto crescere l’allarme nei quartieri interessati, tra serrande abbassate in fretta, telefonate anonime e — in alcuni casi — il silenzio impaurito di chi aveva capito di essere finito nel mirino.
Estorsioni, armi da guerra e aggravante mafiosa
A nove indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di estorsione, tentata estorsione e detenzione illegale di armi da guerra, con l’aggravante del metodo mafioso. Secondo le prime ricostruzioni, il gruppo avrebbe avuto la disponibilità di un arsenale, nel quale sarebbero rientrate anche armi lunghe da guerra, tra cui i kalashnikov che hanno dato il nome all’operazione nelle cronache giudiziarie di queste ore. Armi non solo custodite, ma considerate dagli inquirenti strumenti di pressione, intimidazione e possibile offesa.
Gli investigatori stanno cercando di definire la catena di comando: chi ordinava, chi eseguiva, chi forniva supporto logistico. In quel perimetro, spiegano fonti investigative, si collocano gli attentati e le intimidazioni che hanno segnato gli ultimi mesi in zona San Lorenzo. Il quadro resta coperto dal riserbo, anche perché gli atti sono in una fase delicata e le contestazioni dovranno passare al vaglio dell’autorità giudiziaria. Ma per la Procura antimafia il rischio era concreto: una nuova saldatura tra vecchie logiche mafiose, giovani leve e disponibilità di armi pesanti.
Il filone droga tra San Lorenzo e Zen 2
Una parte dei provvedimenti riguarda anche sei persone accusate di far parte di un’organizzazione dedita al traffico di droga. Secondo l’accusa, il gruppo avrebbe gestito la vendita di cocaina, hashish e marijuana nei quartieri San Lorenzo e Zen 2, due aree che da tempo figurano nelle mappe investigative per la presenza di piazze di spaccio e reti di intermediazione criminale. Non un filone separato, ritengono gli inquirenti, ma un tassello dello stesso sistema di controllo economico e territoriale.
La droga, in base ai rilievi dei carabinieri, avrebbe garantito liquidità, contatti e fedeltà. Soldi immediati, utili a sostenere le famiglie degli affiliati, pagare vedette, acquistare armi o coprire spese legali. È uno schema già visto in altre inchieste palermitane, ma che qui — secondo la Dda — si sarebbe intrecciato con la disponibilità di un arsenale e con una stagione di intimidazioni. “Il territorio non era lasciato al caso”, avrebbe confidato un investigatore impegnato nell’indagine, descrivendo una rete fatta di ruoli, turni e comunicazioni caute.
Un’inchiesta collegata ai fermi di giugno
L’operazione di oggi si inserisce nella prosecuzione dell’indagine che a giugno aveva già portato la Direzione distrettuale antimafia a emettere altri otto provvedimenti di fermo per estorsione, danneggiamenti e tentato omicidio. Quel primo intervento aveva aperto una breccia, consentendo agli investigatori di collegare episodi apparentemente distinti e di seguire i movimenti di uomini ritenuti vicini agli ambienti mafiosi della zona nord di Palermo. Solo allora, ricostruiscono gli inquirenti, sarebbero emersi con maggiore chiarezza i rapporti tra intimidazioni, armi e traffici di stupefacenti.
Ai sette indagati già detenuti il nuovo fermo è stato notificato direttamente in carcere. Un passaggio tecnico, ma significativo per la Procura, perché conferma la volontà di stringere il cerchio su soggetti ritenuti ancora influenti anche dietro le sbarre. Nelle prossime ore sono attese le udienze di convalida, durante le quali le difese potranno contestare il quadro accusatorio. Per ora resta il dato investigativo: Palermo, ancora una volta, fa i conti con una criminalità capace di muoversi tra estorsioni, armi da guerra e droga, cercando spazio nei quartieri dove la presenza dello Stato, quando arriva, deve arrivare presto.
