L’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, ha detto domenica al quotidiano tedesco Bild am Sonntag di voler evitare la chiusura degli stabilimenti in Germania, mentre il gruppo di Wolfsburg porta avanti il piano di risanamento dei conti e prepara una nuova riduzione dei costi per rendere più redditizia la produzione.
Volkswagen, Blume frena sulle chiusure degli stabilimenti
«Esistono soluzioni più intelligenti della chiusura degli stabilimenti», ha affermato Oliver Blume, cercando di riportare la discussione su un terreno meno traumatico per lavoratori, sindacati e territori coinvolti. Il manager, alla guida del gruppo tedesco in una fase delicata per l’industria dell’auto europea, ha spiegato che il programma di riduzione dei costi avviato in Germania sta già producendo risultati concreti. Non tutto, insomma, passerebbe da tagli agli impianti.
Secondo Blume, solo nel 2025 Volkswagen è riuscita a migliorare in media del 20% i costi di produzione in Germania, un dato che l’amministratore delegato ha definito un «notevole progresso». Il punto, però, resta aperto: le auto del marchio continuano a vendere e a essere riconosciute dal mercato, ma i margini non bastano. «I nostri prodotti sono molto popolari, ma guadagniamo semplicemente troppo poco con essi», ha ammesso il ceo, indicando la necessità di intervenire «in tutti i tipi di costi».
Il riassetto a Wolfsburg e il nodo della redditività
La presa di posizione arriva pochi giorni dopo l’annuncio, da parte della casa madre di Wolfsburg, dell’ingresso in una nuova fase del suo riassetto fondamentale, percorso avviato negli ultimi tre anni per semplificare strutture, processi e offerta commerciale. La parola d’ordine, ora, è razionalizzare. Meno complessità industriale, meno varianti, meno dispersione di risorse.
Nel piano comunicato dal gruppo rientra anche l’obiettivo di ridurre la gamma dei modelli Volkswagen fino alla metà, una scelta che punta a concentrare investimenti e produzione sui veicoli più redditizi o strategici. È una decisione che riflette le pressioni comuni a molti costruttori europei: domanda incerta, transizione verso l’elettrico, concorrenza cinese e costi elevati negli stabilimenti nazionali. E in Germania, dove il marchio ha una forte impronta sociale oltre che industriale, ogni intervento pesa di più.
Le indiscrezioni sugli impianti tedeschi tra 2031 e 2034
A rendere più teso il confronto sono state le indiscrezioni circolate sui media tedeschi, secondo cui Volkswagen starebbe valutando la chiusura di quattro stabilimenti in Germania tra il 2031 e il 2034. L’azienda, in base a quanto riportato, non avrebbe ancora formalizzato una decisione definitiva su questo scenario. Ma la prospettiva è bastata a riaccendere il dibattito politico e sindacale.
Il tema, del resto, tocca il cuore del modello industriale tedesco. Gli stabilimenti Volkswagen non sono solo luoghi di produzione: attorno a essi vivono filiere, fornitori, servizi e intere comunità locali. Per questo Blume ha scelto toni prudenti, quasi a voler separare la discussione sui costi da quella sulle chiusure. «Dobbiamo continuare a ridurre i nostri costi», ha spiegato, ma la via indicata dal ceo sembra passare prima da efficienza, semplificazione e maggiore disciplina industriale.
Auto europea sotto pressione, tra elettrico e concorrenza globale
Il caso Volkswagen si inserisce in una fase complicata per l’industria automobilistica europea, alle prese con investimenti elevati nell’elettrico e ritorni economici non sempre in linea con le attese. I costruttori tradizionali devono finanziare nuove piattaforme, software, batterie e catene di fornitura, mentre continuano a sostenere i costi della produzione convenzionale. Due mondi nello stesso bilancio. E non sempre convivono senza attriti.
Per il gruppo tedesco, il margine operativo resta una variabile decisiva. Ridurre la gamma significa anche alleggerire progettazione, logistica e manutenzione delle linee, ma comporta scelte industriali nette e possibili ricadute sull’occupazione. Da qui il messaggio di Blume: prima cercare le alternative, poi discutere eventuali misure più dure. Una linea che, almeno per ora, punta a guadagnare tempo e consenso mentre Volkswagen prova a difendere competitività e presenza produttiva in Germania.
