Il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica ha colpito nelle ultime ore una nave mercantile battente bandiera cipriota che tentava di attraversare lo Stretto di Hormuz, nel Golfo, mentre cresce la tensione tra Iran e Stati Uniti per il controllo di una delle rotte energetiche più delicate al mondo. A riferirlo è Axios, che cita fonti americane: l’unità sarebbe stata centrata da un missile lanciato dai Pasdaran e avrebbe riportato gravi danni, senza che al momento siano stati diffusi dati ufficiali su eventuali feriti o vittime.
Missile contro una nave cipriota nello Stretto di Hormuz
Secondo le fonti americane citate da Axios, il missile sarebbe stato lanciato da reparti del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica contro una nave mercantile cipriota in transito nello Stretto di Hormuz, passaggio marittimo largo poche decine di chilometri tra Iran e Oman. La dinamica resta in parte da chiarire: non è noto, al momento, se l’imbarcazione trasportasse greggio, merci generiche o altro carico commerciale.
La nave, sempre secondo la ricostruzione rilanciata dal sito statunitense, sarebbe stata colpita in modo diretto e avrebbe subito danni gravi. Le autorità cipriote non hanno diffuso una nota dettagliata nelle ore immediatamente successive, mentre dalle compagnie di navigazione che operano nell’area filtra prudenza. “Stiamo verificando posizione e condizioni dell’equipaggio”, ha confidato una fonte del settore marittimo citata da media internazionali, senza fornire ulteriori elementi.
Lo Stretto di Hormuz è uno snodo centrale per il traffico energetico mondiale: da qui transita una quota rilevante del petrolio diretto verso Asia, Europa e Stati Uniti. Per questo ogni incidente nell’area produce effetti immediati sulle rotte commerciali, sulle assicurazioni marittime e sui costi di trasporto. Anche un singolo attacco, in quel tratto di mare, cambia il calcolo del rischio.
I Pasdaran annunciano la chiusura dello Stretto
Poco dopo l’attacco, la Marina dei Pasdaran ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz fino a nuovo avviso, una mossa che alza il livello dello scontro e apre un fronte diretto sulla libertà di navigazione. La comunicazione è arrivata mentre diverse unità commerciali risultavano in attesa o in deviazione, secondo i tracciamenti marittimi consultati dagli operatori del settore.
A rivendicare la linea dura è stato anche Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la politica estera e la sicurezza nazionale del Parlamento iraniano. In un post pubblicato su X, Rezaei ha scritto: “Abbiamo preso il controllo dello Stretto con la forza e lo conserveremo con la forza”. Una frase netta, destinata a pesare nel confronto diplomatico delle prossime ore.
Teheran non ha fornito, almeno finora, dettagli tecnici sull’operazione né sulla catena di comando che ha autorizzato il lancio. Il messaggio politico, però, è chiaro. L’Iran intende presentare la propria presenza militare nel Golfo come una leva di pressione, non solo come difesa costiera. E questo, per Washington e per le capitali europee, resta il nodo più sensibile.
La risposta degli Stati Uniti: nuovi raid nell’area
In risposta all’attacco e alla dichiarazione di chiusura dello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti hanno condotto nuovi raid nell’area, la terza serie di attacchi nel corso della settimana. Fonti americane, citate dai media statunitensi, parlano di operazioni mirate contro infrastrutture e asset riconducibili ai Pasdaran, ma il Pentagono non ha ancora fornito un bilancio completo.
Dopo i raid, Washington ha annunciato che “lo Stretto è aperto”. La formula, secca, indica la volontà americana di non riconoscere il blocco proclamato da Teheran e di mantenere il principio della libera circolazione nel Golfo. Un funzionario Usa ha spiegato, secondo la stampa americana, che “nessuna potenza regionale può decidere da sola chi passa e chi no” in una rotta considerata essenziale per il commercio globale.
La situazione resta però instabile. Le unità militari statunitensi presenti nella regione sono state poste in stato di allerta, mentre diverse compagnie di navigazione stanno valutando ritardi, scorte o percorsi alternativi. Scelte costose. E non sempre possibili, perché aggirare l’area significa allungare tempi e tratte, con ricadute immediate sui contratti e sulle forniture.
Rotta energetica sotto pressione e rischio escalation
L’attacco alla nave cipriota e la successiva chiusura annunciata dai Pasdaran arrivano in un momento di forte tensione tra Iran e Stati Uniti, con il Golfo già segnato da movimenti militari, allarmi diplomatici e ripetuti avvertimenti sulla sicurezza delle rotte. Gli alleati occidentali seguono la vicenda con attenzione, perché un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz avrebbe effetti sui prezzi dell’energia e sulle catene di approvvigionamento.
Secondo gli analisti di sicurezza marittima, la variabile più delicata riguarda ora la durata della crisi. Un attacco isolato può essere assorbito dai mercati e dalla diplomazia; una campagna di interdizione, invece, potrebbe spingere altre marine militari a intervenire più direttamente. “Il rischio è la somma di piccoli incidenti”, ha spiegato un esperto di sicurezza navale sentito da emittenti internazionali. Una motovedetta troppo vicina, un radar agganciato, un ordine interpretato male.
Sul piano diplomatico, nelle prossime ore peseranno le reazioni di Unione europea, Paesi del Golfo e Nazioni Unite. Per ora, le informazioni disponibili restano legate soprattutto alle fonti americane e alle comunicazioni iraniane. Non ci sono conferme indipendenti complete sui danni alla nave né sul numero delle unità coinvolte nei raid Usa. Ma il messaggio arrivato dal Golfo è già sufficiente: lo Stretto di Hormuz è tornato al centro dello scontro, e la linea tra pressione militare e crisi aperta si è fatta più sottile.
