Economia 

Madri costrette a lasciare il lavoro: il Veneto indaga sulle dimissioni delle lavoratrici

Madre al tavolo della cucina con laptop e documenti, mentre una bambina disegna accanto a lei Una madre lavora da casa tra laptop, carte e giochi, mentre accudisce la figlia: il tema della conciliazione lavoro-famiglia.

Il Veneto ha acceso un faro, con il nuovo report dell’Osservatorio regionale Mercato del Lavoro di Veneto Lavoro, sulle dimissioni volontarie delle lavoratrici madri nei primi tre anni di vita dei figli, per capire quanto pesino ancora nel 2025 cura familiare, organizzazione aziendale e servizi sul rapporto tra maternità e lavoro. Il documento, diffuso da Veneto Lavoro, mette in fila numeri e letture di contesto su un fenomeno che non riguarda soltanto le scelte individuali, ma entra nel cuore dell’organizzazione sociale. Dentro ci sono aziende, famiglie, padri, nonni, asili nido. E, spesso, una decisione presa quando le alternative si restringono.

Dimissioni delle madri in Veneto, cosa dice il report

Il nuovo rapporto dell’Osservatorio regionale Mercato del Lavoro parte da un dato preciso: nel 2025, in Veneto, le convalide delle dimissioni e delle risoluzioni consensuali nel periodo tutelato sono state 8.500. Si tratta dei provvedimenti con cui l’Ispettorato verifica che la scelta di lasciare il lavoro sia davvero volontaria quando riguarda lavoratrici madri e lavoratori padri entro i primi tre anni di vita del figlio.

Quel numero, da solo, racconta una quota rilevante del quadro nazionale: le 8.500 convalide venete rappresentano infatti il 14% del totale italiano. Nel 60% dei casi, secondo il report, riguardano madri lavoratrici. Una prevalenza che conferma quanto il peso della cura, nei primi anni di vita dei bambini, continui a ricadere in misura maggiore sulle donne. Non sempre per scelta libera, non sempre per un’unica ragione. Più spesso per un intreccio di orari, costi, assenze e soluzioni che non arrivano in tempo.

Maternità, lavoro e cura: il nodo che resta aperto

La lettura proposta da Veneto Lavoro è netta, ma non riduce il fenomeno a una questione privata. Le dimissioni volontarie delle lavoratrici madri, si legge nell’analisi, rendono visibili le tensioni ancora presenti nel rapporto tra maternità, occupazione e organizzazione della cura. Non è solo un problema di famiglia, insomma. È anche un problema di tempi, turni, servizi e cultura del lavoro.

«Non solo una questione individuale o familiare, ma un tema che chiama in causa l’organizzazione del lavoro, la disponibilità di servizi, il ruolo dei padri, le reti familiari e gli strumenti di sostegno pubblico», è la valutazione contenuta nel report. Una frase che sposta il baricentro: dalla singola lavoratrice al sistema che la circonda. Perché una madre che lascia il posto nei primi anni del figlio, spesso, non sta soltanto rinunciando a uno stipendio. Sta prendendo atto di un equilibrio che non regge.

Il periodo tutelato e il ruolo dell’Ispettorato

Il meccanismo delle convalide serve proprio a evitare che le dimissioni nel cosiddetto periodo tutelato siano frutto di pressioni, forzature o condizioni non dichiarate. La verifica riguarda le madri e i padri nei primi tre anni di vita del bambino, una fase in cui la normativa prevede una tutela rafforzata. Solo dopo il controllo dell’Ispettorato, la procedura può dirsi conclusa.

Dietro la formula amministrativa, però, ci sono situazioni molto diverse. Una lavoratrice può lasciare perché non riesce a conciliare l’orario con il nido, perché il part-time non viene concesso, perché i turni cambiano all’ultimo momento. Oppure perché il rientro dopo la maternità avviene in un contesto complicato, magari con mansioni diverse o con una distanza casa-lavoro diventata ingestibile. Il report non attribuisce a una sola causa l’aumento o la tenuta del fenomeno, ma indica un campo di tensione preciso: quello tra lavoro retribuito e lavoro di cura.

Le aziende e le buone pratiche organizzative

Nel quadro tracciato da Veneto Lavoro non mancano, tuttavia, segnali diversi. Il report richiama anche l’esistenza di buone pratiche organizzative nelle imprese, cioè soluzioni capaci di rendere meno fragile il rientro dopo la nascita di un figlio. Flessibilità degli orari, maggiore prevedibilità dei turni, ascolto nelle fasi di rientro e strumenti di conciliazione possono incidere, quando sono reali e non soltanto dichiarati.

Il punto, secondo l’impostazione dell’Osservatorio, è che le dimissioni delle lavoratrici madri non possono essere lette come un fatto marginale del mercato del lavoro. Interrogano la tenuta dell’occupazione femminile, la distribuzione dei carichi familiari e la capacità del territorio di offrire risposte concrete. Il Veneto, con le sue 8.500 convalide nel 2025, porta dentro il dibattito nazionale un dato pesante. E una domanda semplice, ancora aperta: quanto lavoro si perde quando la cura resta un problema quasi solo delle madri?

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