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Amy Winehouse, l’anima ribelle rivive su Sky a 15 anni dalla morte

Scatola d’archivio con vestiti, foto e appunti su un tavolo, mentre mani adulte tengono una cornice in deposito Una scatola di ricordi in un deposito richiama il tono intimo del documentario su Amy Winehouse e la memoria familiare.

Il 22 luglio alle 21:15, su Sky Arte, arriva in prima visione Amy Winehouse – Anima Ribelle, documentario BBC disponibile anche in streaming su Now e on demand, realizzato a quindici anni dalla morte della cantante britannica per raccontare, attraverso la voce della famiglia e degli amici più vicini, una storia più intima e meno filtrata dal mito pubblico.

Amy Winehouse, il documentario BBC su Sky Arte

A quindici anni dalla scomparsa di Amy Winehouse, morta a Londra il 23 luglio 2011 a 27 anni, il film prova a spostare lo sguardo dalla cronaca del talento bruciato alla persona che c’era prima e oltre i titoli dei giornali. Amy Winehouse – Anima Ribelle raccoglie testimonianze di familiari e amici che le sono stati accanto fino agli ultimi giorni, con l’obiettivo dichiarato di restituire complessità a una figura spesso ridotta alla voce, ai successi e alle fragilità. Il documentario, prodotto dalla BBC, ripercorre la vita dell’artista di Back to Black e Rehab, ma lo fa partendo da casa, dai ricordi conservati, dai silenzi rimasti per anni chiusi in un deposito. Non una celebrazione levigata, piuttosto un racconto familiare, con passaggi dolorosi e qualche conto ancora aperto con la narrazione pubblica costruita attorno alla cantante.

Janis Winehouse e i ricordi della figlia

Al centro del documentario c’è Janis Winehouse, la madre di Amy, che per la prima volta affronta in modo ampio e diretto il racconto della figlia. Janis convive con la sclerosi multipla, una malattia che può intaccare memoria e ricordi: anche per questo, spiega il film, sente l’urgenza di fissare immagini, parole, episodi, prima che il tempo li renda più difficili da trattenere. Con lei compaiono persone rimaste finora lontane dalle interviste pubbliche, tra cui le amiche Naomi, Chantelle, Catriona e Michael, chiamate a ricostruire aspetti meno noti di Amy. “Voglio che venga ricordata per ciò che era”, è il senso del percorso di Janis: una donna fragile e forte insieme, ironica, tagliente, capace di portare leggerezza in una stanza anche nei momenti complicati. In una delle sequenze più intime, la madre riapre per la prima volta il deposito in cui, dopo la morte, erano stati riposti molti effetti personali della cantante. Vestiti, oggetti, tracce di vita quotidiana. Poco rumore, molto peso.

Il padre Mitch, le critiche e la dipendenza

Nel film prende la parola anche Mitch Winehouse, ex marito di Janis e padre di Amy, figura spesso discussa per il ruolo avuto durante la carriera della figlia. Mitch parla delle critiche ricevute negli anni e del sostegno che, secondo la sua versione, famiglia e amici cercarono di offrire ad Amy durante la lotta contro la dipendenza. Il documentario non si limita al racconto del successo, ma torna sull’esposizione mediatica che accompagnò l’ascesa della cantante, dai primi riconoscimenti alla pressione dei fotografi, dai concerti ai momenti di crisi finiti sulle prime pagine. In quel clima, la vita privata diventò materiale pubblico, spesso senza distanza e senza cura. La perdita della nonna, figura molto importante per Amy, viene indicata come uno dei traumi personali che segnarono la sua traiettoria. Eppure il film mette in discussione una lettura troppo semplice: l’idea che tutto derivi da un’infanzia infelice o dal divorzio dei genitori viene affrontata e, almeno in parte, respinta dalle testimonianze raccolte.

Una nuova lettura dell’eredità di Amy Winehouse

Amy Winehouse – Anima Ribelle insiste su un punto: dietro la narrazione della star tormentata c’era una giovane donna alle prese con difficoltà più ampie, comprese questioni di salute mentale che, secondo il documentario, sarebbero state comprese solo in parte mentre era in vita. Il film torna così sul rapporto tra fama, dipendenza e vulnerabilità, senza cancellare le responsabilità del contesto che la circondava: l’industria musicale, i media, il pubblico, il bisogno continuo di immagini. La voce di Amy resta il centro, ma attorno a quella voce il documentario prova a ricostruire una presenza più intera, fatta di amicizie, famiglia, sarcasmo, paura e desiderio di normalità. Per Sky Arte, la messa in onda del 22 luglio diventa anche un modo per riaprire una conversazione su come vengono ricordati gli artisti morti giovani, spesso trasformati in simboli prima ancora di essere compresi come persone. A distanza di quindici anni, Janis Winehouse chiede questo: meno leggenda, più Amy.

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