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Nuova escalation tra Stati Uniti e Iran: ponti colpiti e droni su basi Usa in Bahrein

Motovedetta militare in primo piano e petroliera al largo all’alba, con colonne di fumo vicino a un porto industriale Nave militare e petroliera nello Stretto di Hormuz, con fumo all’orizzonte: immagine simbolo delle tensioni tra Usa e Iran.

Gli Stati Uniti hanno condotto nella notte tra giovedì 16 e venerdì 17 luglio una nuova serie di raid contro l’Iran, colpendo infrastrutture militari e logistiche nella provincia di Hormozgan, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità di Teheran di operare nello Stretto di Hormuz, mentre la Repubblica islamica ha risposto lanciando droni contro obiettivi militari Usa in Bahrein e segnalando azioni anche nell’area del Golfo.

Nuovi raid Usa sull’Iran, colpiti ponti e snodi a Bandar Abbas

Secondo il Comando centrale degli Stati Uniti, la notte appena trascorsa ha segnato la sesta serata consecutiva di attacchi contro obiettivi iraniani. Il Centcom ha spiegato che le forze americane, “su ordine del commander-in-chief”, stanno cercando di indebolire ulteriormente le capacità militari di Teheran: “Più di 50.000 soldati stanno operando in Medio Oriente e restano vigili, letali e pronti”, si legge nella nota diffusa nelle ultime ore.

Nel mirino, in base a quanto riferito da un funzionario americano al Wall Street Journal, sarebbero finiti diversi ponti in Iran utilizzati per i collegamenti verso una città portuale e una base navale nello Stretto di Hormuz. I media iraniani, tra cui Irib, indicano Bandar Abbas come uno dei punti colpiti: lì si trovano infrastrutture ritenute rilevanti per le attività del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. L’agenzia Fars ha parlato di un attacco al ponte di Bandar-e Khamir, nella provincia di Hormozgan, con un bilancio di sette morti e nove feriti; altre fonti iraniane, tra cui Irna e Mehr, riferiscono invece di vittime e feriti in numero diverso. I dati, al momento, restano non verificabili in modo indipendente.

La risposta di Teheran: droni su Bahrein, allarmi in Kuwait e Qatar

La replica iraniana è arrivata nel giro di poche ore. L’esercito di Teheran ha dichiarato di aver lanciato droni kamikaze Arash contro la base aerea di Al-Sakhir, in Bahrein, dove secondo fonti iraniane sarebbero presenti elicotteri militari statunitensi e velivoli da ricognizione P-8. L’agenzia Anadolu ha riportato la rivendicazione, mentre in Bahrein sono state attivate le sirene d’allarme e alla popolazione è stato chiesto di mettersi al riparo.

Il comandante aerospaziale dei pasdaran, Majid Mousavi, ha affermato che il “fuoco efficace e mirato, proveniente da tutto l’Iran, continuerà fino a quando la calma non tornerà sulla costa meridionale e nello Stretto di Hormuz”. Una formula dura, pronunciata mentre dal Kuwait arrivavano segnalazioni di difese attivate contro missili e droni, come riferito anche da Al Jazeera. In Qatar, secondo le autorità locali, un bambino sarebbe rimasto ferito da detriti di un missile dopo l’intercettazione di un attacco in arrivo. Anche qui, la ricostruzione è ancora frammentaria: radar, sirene, comunicati militari, e poco spazio per conferme sul terreno.

Stretto di Hormuz sotto pressione, la disputa sul controllo delle rotte

Il confronto si concentra sempre più sullo Stretto di Hormuz, passaggio chiave per il traffico energetico internazionale e punto sensibile della crisi. Il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, in un messaggio pubblicato su X, ha scritto che “l’Iran non controlla lo Stretto di Hormuz”, accompagnando il post con immagini di militari impegnati nell’abbordaggio di una nave nel Golfo dell’Oman. Washington sostiene di aver già costretto tre navi commerciali a cambiare rotta per impedire la violazione del blocco navale.

Il Centcom ha inoltre reso noto che militari dell’11ª Unità di spedizione dei Marines hanno abbordato la petroliera M/T Wen Yao, inserita nel 2024 nella lista delle sanzioni statunitensi con l’accusa di trasportare greggio iraniano e di sostenere la Compagnia petrolifera nazionale iraniana. Teheran ha respinto la posizione americana attraverso il portavoce delle Forze armate, Ebrahim Zolfaghari, che ha accusato gli Stati Uniti di destabilizzare la sicurezza dell’area e ha invitato i Paesi del Golfo a non concedere il proprio territorio per attacchi contro l’Iran. “La situazione nello Stretto di Hormuz non tornerà mai a quella precedente alla guerra di 40 giorni”, ha detto, secondo i media iraniani. Parole pensate per pesare, anche sul piano diplomatico.

Diplomazia fragile e timori economici per la guerra nel Golfo

Nonostante l’escalation militare, la Casa Bianca sostiene che i contatti con Teheran non si siano interrotti. La portavoce Karoline Leavitt ha spiegato che le autorità iraniane avrebbero ribadito la volontà di raggiungere un’intesa con Washington, pur nel mezzo di raid, rappresaglie e blocchi navali. È una linea sottile, quasi contraddittoria: trattare mentre si combatte, o almeno mentre si cerca di non allargare ancora di più il conflitto.

Le tensioni nel Medio Oriente hanno già ricadute sull’economia internazionale. La Banca d’Italia, nelle sue valutazioni più recenti, ha avvertito che la guerra ha peggiorato le prospettive per crescita e inflazione, mentre l’economia mondiale “prosegue, ma resta esposta a significativi fattori di rischio”. Il timore, nelle cancellerie europee come nei mercati, riguarda soprattutto l’energia: ogni scossa nello Stretto di Hormuz può riflettersi sui prezzi del petrolio, sui noli marittimi e sulle catene di approvvigionamento. Per ora, però, la priorità resta militare. E nella notte del Golfo, tra Bandar Abbas, Manama e Kuwait City, la soglia del rischio si è alzata ancora.

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