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La Turchia ha attaccato il nord della Siria

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Lunedì 7 ottobre il presidente americano Donald Trump, con una telefonata al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, ha annunciato il ritiro delle truppe americane dalla Siria e, senza attendere oltre, la Turchia il 9 ottobre ha lanciato un’offensiva militare nel nord della Siria stessa, con l’obiettivo di occupare la zona che, ora, è controllata dalle milizie curde delle Unità di protezione del popolo (Ypg).

Come pretesto il governo turco ha affermato di essere contrario al posizionamento di territori autonomi soprattutto se controllati da autorità curde, da sempre considerate organizzazioni terroristiche secondo Ankara.

Va però sottolineato che, dal momento che l’apporto militare dei curdi nella guerra contro l’Isis in Siria è stato determinante, gli Stati Uniti li hanno sempre considerati come alleati.

Non così il presidente turco Erdogan che ha annunciato, attraverso twitter, che le forze armate turche – insieme all’esercito nazionale siriano (milizie filo-turche) – avevano lanciato un’operazione chiamata #OperationPeaceSpring contro i terroristi curdi del PKK/YPG nella Siria Settentrionale.

Un’ora dopo, secondo quanto riportato da agenzie di stampa internazionali, è stata udita una forte esplosione nella regione di Ras al-Ain vicino al confine, mentre l’Osservatorio siriano dei diritti dell’Uomo e l’agenzia stampa Npa hanno riferito di migliaia di persone in fuga. Inoltre un portavoce delle milizie curde, Mustafa Bali, ha riferito che aerei da guerra turchi avevano iniziato a bombardare zone abitate da civili, seminando il panico.

Quasi subito si è espressa l’Unione europea attraverso Jean-Claude Junker che ha chiesto alla Turchia di cessare l’operazione in corso.

Il presidente del parlamento europeo David Sassoli ha scritto immediatamente su twitter: «Chiedo, con forza, alla #Turchia di interrompere immediatamente ogni azione militare in #Siria. La popolazione civile, in prevalenza #curda, ha già sofferto duramente. Basta sofferenze! Si fermi questo intervento, non sarà mai la soluzione ai problemi che abbiamo!».

Sono intervenuti anche l’Onu e la Germania: il primo, attraverso l’ambasciatore sudafricano, ha chiesto ad Ankara di risparmiare i civili e la seconda, oltre a condannare fermamente la decisione turca, ha ammonito che «non solo essa rischia di destabilizzare ulteriormente la regione», ma addirittura potrebbe «far risorgere lo Stato Islamico».

Secondo Amnesty International, l’intervento della Turchia è stato accompagnato da un’altra stretta sui mezzi d’informazione. Ha spiegato infatti Marie Struthers, direttrice dell’Associazione per l’Europa, che è in corso «una durissima repressione del dissenso e della censura nei confronti dei media turchi. Sono stati eseguiti arresti e sono state aperte indagini, ai sensi delle leggi contro il terrorismo, nei confronti di chi ha criticato l’operazione militare. Stroncare le critiche e minacciare di arresti e processi i giornalisti e gli utenti dei social media è inaccettabile, costituisce una violazione del diritto internazionale dei diritti umani e non farà sparire per magia la brutale realtà dell’offensiva militare in corso».

Purtroppo, un paio di giorni fa è stata uccisa una delle più note attiviste per i diritti delle donne in Siria Hevrin Khalaf che da tempo era nel mirino degli integralisti islamici per il suo tentativo di pacificazione nella regione fra curdi, cristiano-siriaci e arabi. La giovane donna è stata brutalmente trucidata da uomini armati mentre percorreva un’autostrada: l’auto su cui si trovava è stata fatta fermare ed è stata crivellata di colpi, poi l’attivista – tra l’altro segretaria del Partito Futuro siriano – sarebbe stata fatta scendere dalla vettura e crudelmente finita in strada. Parrebbe che la sua uccisione, insieme a quella di diversi uomini curdi della sicurezza, sia da addebitare a milizie integraliste filo-turche. Esistono molti video della terribile scena, pubblicati sul web, in cui si odono gli insulti degli assassini mentre sparano sui civili.

Forte, anche se non ancora unanime, il cordoglio di molti Paesi europei che hanno già annunciato l’immediato blocco alla vendita di armi alla Turchia.

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