L’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, ha denunciato ieri sera in piazza Marina, durante il 402esimo Festino di Santa Rosalia, il ritorno del racket e della pressione mafiosa sulla città, chiedendo alle istituzioni, alla Chiesa e ai cittadini una reazione netta davanti a quelle che ha definito “ferite mortali” per il corpo sociale.
Palermo, l’allarme di Lorefice al Festino di Santa Rosalia
“La peste è tornata a Palermo”. Corrado Lorefice ha scelto parole dure, senza giri larghi, nel tradizionale Discorso alla città pronunciato davanti ai fedeli riuniti per l’omaggio alla Santuzza. Non una formula rituale, ha lasciato intendere l’arcivescovo, ma un avvertimento rivolto a chi amministra, educa, protegge, predica. “Ogni anno, durante questo appuntamento, abbiamo riflettuto sui problemi della nostra città. Ma permettetemi di dire che stasera è diverso”, ha detto dal palco allestito in piazza Marina, mentre la folla seguiva in silenzio. Il riferimento, esplicito, è alle vecchie ferite di Palermo che riaffiorano insieme a quelle nuove: estorsioni, intimidazioni, violenza di strada, paura. “Chiunque abbia una responsabilità — io per primo — non può girarsi dall’altra parte”, ha aggiunto Lorefice, presidente della Fondazione Migrantes.
Racket e intimidazioni, le ferite indicate dall’arcivescovo
Nel passaggio più netto del suo intervento, l’arcivescovo ha parlato del “ritorno prepotente e asfissiante del racket”, della “trafila di intimidazioni che vogliono distogliere dal bene le brave persone” e di una “violenza diffusa e senza scrupoli”. Parole che arrivano in una fase in cui, secondo le ricostruzioni investigative degli ultimi mesi, la pressione delle cosche su commercianti, imprenditori e quartieri popolari è tornata a mostrarsi con segnali riconoscibili: richieste di denaro, minacce, danneggiamenti, messaggi lasciati per essere capiti. Lorefice non ha citato singoli episodi, ma il quadro è apparso chiaro. “Il nostro omaggio alla Santuzza sarebbe vuoto e insulso se davanti a lei, stasera, non ci impegnassimo tutti per una svolta”, ha spiegato, legando la devozione popolare alla responsabilità civile. In quel momento il discorso religioso è diventato discorso pubblico, quasi una chiamata collettiva.
La mafia “stupida e meschina” e il ruolo delle forze dell’ordine
Lorefice ha definito la nuova spinta mafiosa una “recrudescenza isterica e giovanilistica della mafia”, aggiungendo che proprio “nella sua stupidità” risiede una parte della sua pericolosità. Una frase ruvida, non consueta nel linguaggio ecclesiale, che ha colpito molti dei presenti. “Già, la mafia è stupida e meschina, a cominciare dai suoi sedicenti vertici”, ha detto l’arcivescovo, richiamando le recenti operazioni condotte dai carabinieri e dalle altre forze di polizia contro le reti criminali del territorio. Il riferimento è al lavoro investigativo che, nelle ultime settimane e nei mesi scorsi, ha portato a fermi, arresti e sequestri in diversi mandamenti cittadini, secondo quanto comunicato dalle autorità giudiziarie. Per Lorefice, però, la risposta repressiva da sola non basta. Serve, ha lasciato intendere, una tenuta quotidiana: negozianti che denunciano, famiglie che non cedono alla rassegnazione, scuole che nominano la paura senza lasciarla crescere nell’ombra.
Un appello alla città: “Non girarsi dall’altra parte”
Il Festino di Santa Rosalia, che ogni luglio raccoglie migliaia di palermitani lungo le strade del centro, è da sempre un momento in cui fede, identità cittadina e memoria si sovrappongono. Quest’anno, però, il tono è stato meno celebrativo e più severo. Lorefice ha parlato di “ferite mortali per il corpo sociale della città”, richiamando ciascuno alla propria parte: istituzioni, comunità ecclesiale, associazioni, cittadini. Non ha indicato scorciatoie. Ha chiesto una “svolta”, parola semplice ma impegnativa, perché a Palermo il contrasto alla mafia non si misura solo nelle aule dei tribunali o nei comunicati dopo un’operazione. Si misura anche nei bar che non pagano, nei vicini che non fanno finta di nulla, nelle piazze che restano abitate. La Santuzza, ha detto in sostanza l’arcivescovo, non può essere invocata come protezione se la città rinuncia a proteggere se stessa. E la frase iniziale — “la peste è tornata” — è rimasta lì, a chiudere la serata più di ogni applauso.
