Gli Stati Uniti hanno lanciato martedì 15 luglio una nuova ondata di raid contro l’Iran, colpendo l’isola di Greater Tunb nello Stretto di Hormuz e la città di Bushehr, nel pieno dell’escalation militare con Teheran e mentre a Roma si chiudeva il sesto ciclo di colloqui diretti tra Libano e Israele sul ritiro dalle aree contese.
Raid Usa sull’Iran, colpita Greater Tunb nello Stretto di Hormuz
Il Comando centrale degli Stati Uniti ha comunicato su X di aver “completato una serie di attacchi mattutini contro l’Iran alle 7.30”, le 13.30 in Italia. L’operazione, secondo il Centcom, è durata circa 90 minuti e ha preso di mira “sistemi di difesa costiera” e siti di “stoccaggio e lancio di missili da crociera” sull’isola di Greater Tunb, punto strategico nello Stretto di Hormuz.
L’isola, occupata dall’Iran nel 1971 e rivendicata dagli Emirati Arabi Uniti, si trova lungo una delle rotte più sensibili per il traffico energetico mondiale. Washington sostiene che i bombardamenti abbiano ridotto la capacità iraniana di minacciare le navi commerciali. Teheran, al contrario, parla di aggressione. “Gli Usa sono l’aggressore, non la vittima”, ha scritto l’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir Saeid Iravani, in una lettera al segretario generale Antonio Guterres, secondo l’agenzia Irna.
La tensione resta alta anche nel Golfo. Il Bahrein ha riferito di aver intercettato e distrutto “diversi attacchi aerei iraniani” nelle prime ore del mattino, dopo che i Guardiani della Rivoluzione avevano rivendicato colpi contro installazioni della Quinta flotta Usa nel regno. Dalla Giordania, le forze armate di Amman hanno fatto sapere, secondo Reuters, di aver intercettato tre missili balistici lanciati dall’Iran.
Bushehr sotto attacco, Teheran mostra il murale contro Trump
Nel corso della stessa giornata nuovi raid americani hanno colpito anche Bushehr, città portuale del sud-ovest iraniano che ospita l’unica centrale nucleare del Paese. L’agenzia statale Irna, citando il governatore Mohammad Mozafari, ha riferito che “il nemico americano ha attaccato tre località” nell’area, senza segnalare vittime. Il dato, per ora, non è stato confermato da fonti indipendenti.
La portavoce del governo iraniano, Fatemeh Mohajerani, ha dichiarato che i bombardamenti statunitensi avrebbero provocato più di 30 morti “negli ultimi giorni”, senza precisare l’arco temporale esatto. Media iraniani hanno inoltre riferito di sette militari uccisi nel sud-est del Paese, a Bampur, mentre a Bassora, nel sud dell’Iraq, un drone non identificato è precipitato nel cantiere del porto di Grand Faw, esplodendo in un’area aperta. Non risultano feriti.
A Teheran, intanto, la propaganda di Stato ha scelto ancora una volta la piazza. In Piazza Enghelab è comparso un murale che raffigura Donald Trump in una bara avvolta nella bandiera americana, con la scritta “Uccideremo Trump”. Le immagini, mostrate da Iran International, si inseriscono nel clima di vendetta seguito all’uccisione dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei. Un messaggio duro, esposto nel cuore della capitale. E non casuale.
Trump minaccia nuove operazioni e prepara l’incontro con Netanyahu
Il presidente americano Donald Trump, in un’intervista a Fox News, ha avvertito che gli attacchi Usa contro l’Iran proseguiranno se Teheran non tornerà al tavolo dei negoziati. “Li colpiremo molto duramente stasera, domani sera e anche la notte successiva”, ha detto, aggiungendo che la settimana successiva potrebbero essere presi di mira “centrali elettriche” e “ponti”. Parole che a Washington hanno riportato l’attenzione sul rischio di un allargamento del conflitto.
Alla domanda su una possibile campagna di terra sull’isola di Kharg, Trump non ha chiuso la porta: “Non direi di no se lo ritenessi appropriato”. Ha poi sostenuto che l’Iran “non ha altra scelta” se non raggiungere un accordo con gli Stati Uniti, spiegando che contatti con funzionari iraniani sarebbero avvenuti appena un’ora prima dell’intervista. “Fareste meglio a raggiungere un accordo. Non vi resterà più nessuno”, ha aggiunto.
Secondo i media israeliani, Trump dovrebbe ricevere Benjamin Netanyahu lunedì 20 luglio alla Casa Bianca. Nel frattempo, Israele ha revocato la restrizione all’atterraggio degli aerei militari statunitensi per il rifornimento in volo all’aeroporto Ben Gurion, come riferito dalla tv pubblica Kan. La misura consente agli aerei cisterna Usa di restare in prontezza nello scalo di Tel Aviv, nonostante i timori legati al traffico commerciale estivo.
A Roma chiusi i colloqui tra Libano e Israele sulle aree pilota
Mentre il fronte iraniano si allarga, a Roma si è conclusa la seconda giornata dei negoziati diretti tra Libano e Israele, ospitati all’ambasciata degli Stati Uniti. Le delegazioni hanno lasciato la sede diplomatica nel pomeriggio, secondo quanto riferito da fonti vicine al dossier ad Agenzia Nova. Non è stato chiarito se l’uscita segni la chiusura definitiva del ciclo negoziale.
I colloqui, il sesto round dopo i cinque incontri svolti a Washington, si sono concentrati sulle due “aree pilota” previste dall’accordo quadro già firmato dalle parti. Il testo prevede un ritiro graduale israeliano dal territorio libanese occupato, a partire proprio da quelle zone, ma non indica una tempistica. Tutto dipende, viene spiegato, dall’assunzione della piena responsabilità della sicurezza da parte dell’esercito libanese.
Il nodo resta il disarmo dei gruppi armati non statali, in primo luogo Hezbollah, formazione sciita vicina all’Iran. Anadolu, citando l’agenzia nazionale libanese Nna, ha confermato il focus sulle due aree senza fornire dettagli sull’esito della sessione. A Roma, lontano dalle telecamere e con i telefoni spesso spenti, il negoziato procede tra dossier militari, mappe e garanzie di sicurezza. Ma il clima regionale, ora, pesa più di prima.
