L’Iran ha chiesto agli Houthi dello Yemen di prepararsi a bloccare il Mar Rosso se gli Stati Uniti dovessero colpire le infrastrutture energetiche iraniane, mentre nella notte tra mercoledì e giovedì nuovi raid americani hanno raggiunto obiettivi militari a Teheran, Bandar Abbas e in altre località del Paese, alimentando il rischio di un allargamento del conflitto in Medio Oriente.
Iran e Houthi, la minaccia sul Mar Rosso
Secondo quanto riferito da Reuters, che cita tre fonti a conoscenza del dossier, Teheran avrebbe chiesto agli Houthi yemeniti di tenersi pronti a chiudere la rotta del Mar Rosso attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb nel caso di attacchi americani contro impianti energetici iraniani. Una mossa del genere, se messa in pratica, colpirebbe una delle arterie del commercio mondiale, già sotto pressione da mesi per gli attacchi contro navi mercantili e petroliere nell’area.
Il punto, nelle cancellerie occidentali, è semplice e insieme delicato: un blocco del Mar Rosso, sommato alla crisi nello Stretto di Hormuz, rischierebbe di restringere nello stesso momento due passaggi chiave per l’export di petrolio dal Medio Oriente. Non ci sono al momento conferme operative su movimenti degli Houthi, ma la richiesta attribuita all’Iran viene letta come un segnale politico e militare. “È una pressione preventiva”, ha spiegato una fonte diplomatica regionale citata dai media internazionali. Una pressione, appunto, prima ancora dei missili.
Raid Usa su Teheran e Bandar Abbas
Nella notte, a Teheran, sono stati uditi rumori di esplosioni e il sistema di difesa aerea iraniano è stato attivato, secondo le prime ricostruzioni diffuse dai media locali. Alcune deflagrazioni sarebbero state segnalate nella zona di Pakdasht, a sud-est della capitale, mentre poco dopo il Comando centrale americano ha scritto su X che “le forze statunitensi hanno colpito centri di comando iraniani”.
Nel comunicato, il Centcom ha spiegato di aver preso di mira siti di difesa aerea, sistemi missilistici e di droni, oltre a strutture di sorveglianza costiera, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità dell’Iran di minacciare le navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz. Tra le località citate figura Bandar Abbas, porto strategico sul Golfo Persico. Gli attacchi, secondo la nota americana, si sarebbero conclusi alle 21 ora degli Stati Uniti. Più tardi, fonti regionali hanno riferito di un nuovo raid contro il territorio iraniano, senza però fornire un bilancio indipendente di vittime o danni.
Nello stesso quadro, il presidente Donald Trump ha annunciato su Truth la liberazione di una cittadina americana detenuta in Iran dal dicembre 2024. “Ora si trova al sicuro fuori dall’Iran e in buone condizioni”, ha scritto il presidente, definendo il rilascio “un gesto di buona volontà”. Una frase che suona quasi fuori tempo, mentre la regione resta in allarme.
La risposta iraniana: Giordania, Kuwait e Bahrein nel mirino
La replica di Teheran è arrivata con rivendicazioni in più direzioni. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato di aver colpito una base aerea statunitense in Giordania, sostenendo che le forze americane avessero utilizzato basi giordane per lanciare attacchi contro l’Iran, anche nei pressi di un ospedale oncologico pediatrico. L’accusa, riportata dai canali ufficiali dei pasdaran, non è stata verificata in modo indipendente.
L’esercito giordano ha poi annunciato di aver intercettato otto missili iraniani diretti verso il proprio territorio, senza registrare vittime né danni. In precedenza, la televisione di Stato iraniana aveva parlato di attacchi con droni contro radar, sistemi di comunicazione e depositi di carburante presso la base aerea di Al-Azraq. In quel momento, ad Amman, il livello di allerta era già stato alzato.
L’Iran ha inoltre rivendicato nuovi attacchi contro installazioni militari statunitensi in Kuwait e Bahrein, nell’ambito della decima fase dell’operazione di rappresaglia chiamata “Lightning”. Secondo Al Jazeera, che cita comunicati dei media di Stato iraniani, sarebbero stati colpiti nella base di Ali Al Salem sistemi radar, batterie Patriot e depositi di carburante. In Bahrein, invece, Teheran afferma di aver impiegato droni contro la base di Sheikh Isa, prendendo di mira sistemi di comunicazione e radar. Anche qui, mancano conferme indipendenti sui danni.
Israele, Libano e le esplosioni segnalate negli Emirati
Sul fronte israeliano, il ministro della Difesa Israel Katz ha detto al segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth che Israele intende mantenere le proprie forze nelle “zone di sicurezza” a Gaza, in Libano e in Siria, per proteggere confini e comunità vicine dalle minacce dei gruppi jihadisti. Lo riferisce il Jerusalem Post, citando il colloquio notturno tra i due. Una posizione che, se confermata sul terreno, complica ogni ipotesi di de-escalation.
Nel frattempo, secondo indiscrezioni circolate sui media regionali, nei colloqui tra Libano e Israele sarebbe stata avanzata l’idea di un monitoraggio affidato anche all’Italia, nel quadro di un possibile meccanismo di verifica lungo il confine. Non risultano, al momento, annunci ufficiali da Roma. Sul tavolo, però, resta il ruolo italiano nella missione Unifil, già presente nel sud del Libano.
A rendere più tesa la giornata sono arrivate anche segnalazioni di esplosioni a Dubai e Abu Dhabi, rilanciate da alcuni media ma non accompagnate, nelle prime ore, da conferme istituzionali dettagliate. In parallelo, il vicepresidente americano JD Vance ha accusato Israele di finanziare campagne volte a sabotare i negoziati con l’Iran. Una dichiarazione pesante, destinata a pesare nei rapporti tra Washington e Tel Aviv. E, almeno per ora, un altro fronte aperto in una crisi che corre più veloce della diplomazia.
