Gli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, hanno annunciato oggi, 20 luglio 2026, un embargo marittimo contro l’Arabia Saudita, mentre la tregua tra Stati Uniti e Iran è saltata e il blocco navale americano nel Golfo Persico sta già pesando sulle rotte del petrolio: la mossa, spiegano fonti citate da Reuters, nasce come risposta agli ultimi attacchi nello Yemen e rischia di spostare la crisi dal Golfo al Mar Rosso, dove passa una parte rilevante del commercio mondiale.
Bab el-Mandeb, il passaggio che preoccupa i mercati
Per capire perché l’annuncio di una milizia yemenita possa agitare governi e operatori energetici bisogna guardare alla carta geografica, più che ai comunicati. Lo stretto di Bab el-Mandeb, tra Yemen, Gibuti ed Eritrea, collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano: un corridoio stretto, trafficato, difficile da proteggere in caso di escalation.
Con lo Stretto di Hormuz già compromesso dal conflitto tra Washington e Teheran, Bab el-Mandeb è diventato uno degli snodi più sensibili per le esportazioni saudite. Da Hormuz, quando il traffico è regolare, passa circa il 20% del greggio globale; se anche Bab el-Mandeb venisse colpito o reso insicuro, la pressione sulle forniture via mare crescerebbe in modo rapido. Non solo petrolio. Da quel tratto passa anche una quota stimata intorno al 10% del commercio globale, compresi container diretti dall’Asia all’Europa.
Il petrolio saudita e la rotta obbligata del Mar Rosso
Dopo l’avvio della guerra tra Stati Uniti e Iran lo scorso febbraio, Riyadh ha progressivamente spostato milioni di barili al giorno verso il terminale di Yanbu, sul Mar Rosso, per ridurre la dipendenza dalle rotte attraverso Hormuz. In base alle ricostruzioni disponibili, l’Arabia Saudita ha portato l’oleodotto Est-Ovest, noto anche come Petroline, vicino alla piena capacità, pari a circa 7 milioni di barili al giorno.
Il punto, però, è semplice e scomodo: quel greggio, una volta arrivato a Yanbu, deve comunque uscire dal Mar Rosso se deve raggiungere i mercati asiatici. E la porta verso sud resta Bab el-Mandeb. Una minaccia credibile in quell’area, anche senza un blocco navale formale, può bastare a rallentare le navi, aumentare i costi assicurativi e spingere alcune compagnie a valutare rotte più lunghe attorno all’Africa.
Per ora la reazione dei mercati è rimasta cauta. Secondo CNBC, i prezzi del greggio non hanno registrato movimenti marcati subito dopo l’annuncio degli Houthi. Un operatore del settore, citato dai media internazionali, ha riassunto così il clima: “Tutti guardano al Mar Rosso, ma nessuno vuole muoversi prima di capire se alle parole seguiranno i missili”.
L’annuncio degli Houthi e il nodo dell’embargo
Il portavoce militare degli Houthi, in una dichiarazione riportata da Reuters, ha annunciato l’avvio di un “embargo marittimo contro il criminale nemico saudita”, definendolo una risposta “occhio per occhio” e precisando che la misura avrebbe effetto immediato dalla pubblicazione del comunicato. Parole dure, calibrate per essere ascoltate a Riyadh, a Washington e sulle scrivanie dei trader energetici.
Resta da capire che cosa significhi, nei fatti, embargo marittimo. Gli Houthi non dispongono della forza necessaria per imporre un vero blocco navale contro l’Arabia Saudita, ma negli ultimi anni hanno dimostrato di poter colpire navi commerciali e infrastrutture con missili e droni, soprattutto nelle acque vicine alla costa yemenita. È questo il margine di rischio: non la chiusura totale di uno stretto, almeno per ora, ma una campagna di attacchi selettivi capace di rendere instabile una rotta.
L’annuncio arriva dopo l’attacco del 13 luglio contro l’aeroporto di Sanaa, capitale yemenita controllata dagli Houthi. Secondo l’Ufficio politico del gruppo, l’operazione avrebbe avuto l’obiettivo di impedire l’atterraggio di un aereo passeggeri della Mahan Air, compagnia iraniana legata ai Pasdaran, che avrebbe trasportato una delegazione Houthi di ritorno da Teheran. L’attacco non è stato rivendicato direttamente da Riyadh, ma dal governo yemenita sostenuto dall’Arabia Saudita.
La tregua del 2022 sotto pressione
La risposta Houthi è arrivata con un attacco contro l’aeroporto di Abha, nel sud dell’Arabia Saudita. È un passaggio pesante: per la prima volta dopo quattro anni, il gruppo yemenita e Riyadh hanno incrinato in modo visibile la fragile tregua raggiunta nel 2022, che aveva congelato buona parte del conflitto iniziato nel 2014 con la guerra civile yemenita.
Da una parte gli Houthi, sostenuti dall’Iran; dall’altra una coalizione guidata dai sauditi, a sostegno del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale. La tregua del 2022 non aveva chiuso il conflitto, ma aveva ridotto gli attacchi su larga scala e stabilizzato le linee del fronte. Scontri locali, tensioni e accuse reciproche non erano mai spariti. Ora, però, il contesto regionale è cambiato.
Secondo l’ISPI, gli obiettivi degli Houthi e quelli dell’Iran appaiono oggi più convergenti: aumentare il costo regionale della guerra, mettere pressione sull’Arabia Saudita e spingere indirettamente gli Stati Uniti a rivedere la propria postura militare. Gli analisti invitano comunque alla prudenza. Una nuova guerra aperta tra Houthi e sauditi non è data per imminente, ma l’equilibrio che reggeva dal 2022 si è fatto più fragile. E nel Mar Rosso, ormai, basta poco per trasformare una minaccia in un problema globale.
