Donald Trump ha alzato ieri la pressione sull’Iran, tra Washington, Teheran e lo Stretto di Hormuz, dopo quasi due settimane di raid e attacchi navali, mentre fonti citate dal New York Times descrivono il presidente americano “in modalità vendetta” e Israele avverte del rischio di una escalation imprevista.
Trump e l’Iran, la tensione sale tra Casa Bianca e Teheran
Il confronto tra Stati Uniti e Iran è entrato in una fase più dura dopo il nuovo messaggio pubblicato da Donald Trump sui social, nel quale il presidente americano ha annunciato che “qualsiasi danno arrecato a navi, carichi o beni a essi correlati” sarà risarcito usando fondi iraniani detenuti o controllati dagli Stati Uniti. Una formula pesante, lasciata cadere nel pieno della crisi, senza indicare — almeno per ora — quale base giuridica Washington intenda utilizzare per procedere.
Secondo il New York Times, che cita fonti informate sulle valutazioni interne all’amministrazione, Trump starebbe “perdendo la pazienza” con Teheran. Non solo. Il quotidiano americano parla di un presidente entrato in una fase di ritorsione politica e militare, dopo gli attacchi iraniani contro il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz e contro obiettivi statunitensi in Medio Oriente. “L’Iran non è pronto a un accordo”, ha detto Trump, sostenendo che i leader iraniani avrebbero “intenzioni malvagie”.
Da Teheran è arrivata una risposta altrettanto dura. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in un post su X, ha definito la possibile confisca dei beni iraniani “un precedente esplosivo”, avvertendo che una simile scelta aprirebbe una fase di caos nei rapporti internazionali. “Una volta che i governi normalizzano la confisca, i beni di nessuno sono al sicuro”, ha scritto. Parole calibrate, ma il messaggio è chiaro.
Raid Usa nella notte e minacce iraniane contro i militari americani
Il Comando centrale degli Stati Uniti, il Centcom, ha riferito di aver avviato alle 18.45 di Washington — le 00.45 in Italia — una nuova serie di attacchi contro obiettivi militari iraniani. Si tratta, secondo quanto comunicato su X, della tredicesima notte consecutiva di raid, condotti con l’obiettivo dichiarato di “chiamare l’Iran alle proprie responsabilità” e ridurre le minacce delle Guardie della Rivoluzione al traffico marittimo commerciale.
In parallelo, Teheran ha fatto filtrare un avvertimento diretto all’esercito americano: “Uccideremo un soldato statunitense per ogni iraniano morto nei raid”. Una minaccia che, se confermata nei canali ufficiali, segnerebbe un ulteriore salto di qualità nello scontro. In queste ore, fonti militari occidentali seguono con attenzione i movimenti nell’area del Golfo, dove la presenza navale statunitense è stata rafforzata dopo il ripristino del blocco navale.
La situazione resta fluida. Secondo le prime ricostruzioni rilanciate dai media americani, le forze Usa avrebbero anche aperto il fuoco contro una nave mercantile, in un episodio ancora da chiarire nei dettagli. Non sono stati diffusi, al momento, elementi certi sulla bandiera dell’imbarcazione, sull’eventuale carico o su possibili feriti. Ed è proprio questa zona grigia, fatta di allarmi e comunicati parziali, ad alimentare il rischio di un errore di calcolo.
Israele teme una escalation, il nodo dello Stretto di Hormuz
Anche Israele osserva con crescente preoccupazione l’evoluzione della crisi. Fonti diplomatiche citate dai media internazionali parlano di una possibile “escalation imprevista”, formula che a Gerusalemme viene usata quando il rischio non riguarda solo gli attori principali, ma anche milizie, basi, rotte commerciali e alleati regionali. In altre parole: un incidente locale potrebbe diventare altro. E in fretta.
Il cuore della contesa resta lo Stretto di Hormuz, passaggio decisivo per il traffico energetico globale. Teheran, secondo il New York Times, avrebbe respinto una proposta di cessate il fuoco trasmessa dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, arrivato nella capitale iraniana dopo un incontro alla Casa Bianca con Trump. I dettagli della proposta non sono stati resi pubblici, ma fonti iraniane e irachene sostengono che l’Iran non sarebbe interessato a una tregua temporanea se il controllo sullo stretto restasse irrisolto.
Araghchi, parlando alla televisione di Stato iraniana Irib, aveva già raffreddato le aspettative su una mediazione irachena. Il premier di Baghdad, ha spiegato, poteva “trasmettere messaggi e punti di vista” del presidente americano, ma Teheran non starebbe cercando una nuova trattativa con Washington. “L’ostacolo principale è l’approccio irrazionale, eccessivo ed egemonico degli Stati Uniti”, ha detto il ministro. Una frase che, nelle cancellerie regionali, è stata letta come una porta quasi chiusa.
Intelligence Usa e il profilo di Mojtaba Khamenei
Sul tavolo pesa anche la valutazione degli 007 statunitensi sul vertice politico-religioso iraniano. Secondo informazioni riportate dai media americani, l’attuale Guida suprema Mojtaba Khamenei sarebbe ritenuto dagli apparati Usa “molto più interessato all’arma nucleare” rispetto al padre, Ali Khamenei. Un giudizio sensibile, che contribuisce a irrigidire il confronto e a orientare le scelte dell’amministrazione americana.
Non sono stati diffusi documenti pubblici a sostegno di questa valutazione, e resta quindi necessario trattarla come un’indicazione di intelligence, non come un dato acquisito. Tuttavia, nel clima di queste ore, ogni segnale sul dossier nucleare iraniano viene letto a Washington come parte di un quadro più ampio: raid, minacce alle navi, blocco navale, pressioni economiche e messaggi affidati a intermediari regionali.
Per ora non c’è una data per nuovi colloqui. A Baghdad, secondo fonti diplomatiche, si continua a lavorare su canali discreti, ma senza annunci. A Washington prevale la linea della pressione. A Teheran, invece, la parola d’ordine resta resistenza. Nel mezzo, lo Stretto di Hormuz continua a essere il punto più fragile della crisi: poche miglia di mare, navi in transito, radar accesi. E una scintilla che nessuno, davvero, sembra in grado di escludere.
