Le carceri italiane, oggi segnate da sovraffollamento e difficoltà strutturali, trovano nel penitenziario di Bollate, a Milano, uno degli esempi più citati di rieducazione attraverso il lavoro, mentre istituti come Nisida e Gorgona mostrano che il reinserimento dei detenuti può passare da formazione, responsabilità e contatto con la società esterna.
Bollate, il carcere “a celle aperte” che punta sul reinserimento
Nel dibattito sulle carceri italiane, il nome di Bollate ricorre spesso. Non solo per la presenza di detenuti noti alle cronache giudiziarie, ma per un modello organizzativo che, da anni, prova a dare concretezza all’articolo 27 della Costituzione: la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. In un sistema che, secondo l’ultimo rapporto di Antigone, registra un tasso reale di affollamento superiore al 139%, l’istituto milanese viene indicato come una delle esperienze più avanzate.
Il carcere, alle porte di Milano, ospita oltre 1.600 detenuti, tra cui circa 200 donne. La vita interna si basa sul regime delle celle aperte, con la possibilità per i reclusi di trascorrere molte ore fuori dalla stanza detentiva e di muoversi, entro regole precise, tra i reparti. Un dettaglio non secondario, spiegano spesso operatori e volontari: “La giornata non può essere solo attesa”, è una frase che torna nei corridoi dell’istituto.
Gli spazi raccontano questa impostazione. Ci sono aree sportive, una biblioteca, aule studio, un teatro utilizzato per laboratori e rappresentazioni, oltre a un asilo nido pensato per accogliere i figli piccoli delle detenute. Non cancella le difficoltà del carcere, certo. Ma cambia il modo in cui la pena viene vissuta, almeno per una parte della popolazione detenuta.
Da Mario Roggero ai casi di cronaca: perché Bollate è così richiesto
La reputazione di Bollate è tornata al centro dell’attenzione dopo la costituzione di Mario Roggero, il gioielliere condannato per l’omicidio di due rapinatori. “Mi è stato consigliato, è un buon carcere, probabilmente la scelta migliore”, aveva detto prima dell’ingresso nell’istituto. Parole semplici, finite però nel flusso delle cronache perché confermano una percezione diffusa: quel penitenziario è considerato, da molti detenuti e avvocati, una sede con più opportunità trattamentali.
Negli anni, a Bollate sono passati o sono stati reclusi diversi nomi legati a vicende giudiziarie molto seguite. Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, era entrato nell’istituto nel 2015 e lo ha lasciato dopo aver ottenuto un periodo di affidamento in prova. Nello stesso carcere si trovano anche Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’uccisione di Yara Gambirasio, Rosa Bazzi, condannata per la strage di Erba, Giacomo Bozzoli, condannato per l’omicidio dello zio Mario, e Fabio Savi, ex componente della banda della Uno bianca.
La presenza di detenuti conosciuti, però, non è il cuore del modello. Anzi, rischia di oscurarlo. A fare la differenza, secondo chi lavora nel penitenziario, è il percorso quotidiano: studio, responsabilità, colloqui, lavoro. Piccole regole ripetute, ogni giorno. E controlli, naturalmente.
InGalera e il lavoro: una seconda possibilità dietro le sbarre
Il simbolo più noto di Bollate è probabilmente InGalera, il ristorante aperto all’interno del carcere e segnalato anche da importanti guide gastronomiche. Qui alcuni detenuti lavorano come camerieri o in cucina, affiancati da professionisti del settore. Non è una simulazione, né un laboratorio chiuso: i clienti entrano, si siedono, ordinano. In quel momento, per chi serve ai tavoli o prepara i piatti, il rapporto con l’esterno torna a essere reale.
Il lavoro è il punto decisivo. A Bollate oltre 200 detenuti hanno un’autorizzazione per uscire dall’istituto e svolgere attività lavorative o percorsi di studio. Altri, circa 180, sono impiegati all’interno del carcere da aziende private. Numeri che non risolvono il problema nazionale, ma indicano una strada: dare competenze spendibili, non soltanto occupare il tempo.
Chi sostiene questo modello insiste su un concetto: la recidiva si combatte anche così, costruendo abitudini e relazioni fuori dalla logica della detenzione pura. “Quando una persona impara un mestiere, cambia anche il modo in cui si guarda”, ha spiegato in più occasioni chi segue i progetti trattamentali. È una frase che può sembrare semplice. Dentro un carcere, pesa.
Nisida e Gorgona, altri modelli tra formazione e territorio
L’esperienza di Bollate non è isolata. Nell’istituto penale minorile di Nisida, nell’area flegrea di Napoli, i ragazzi detenuti partecipano a percorsi di formazione legati alla ristorazione, alla ceramica e al giardinaggio. Laboratori, tirocini, attività pratiche: strumenti pensati per offrire competenze a giovani che, spesso, arrivano da storie familiari e sociali complesse. Qui il tempo della pena diventa anche tempo educativo, con tutti i limiti e le fatiche del caso.
Un’altra esperienza citata spesso è quella della Gorgona, isola-carcere nel territorio di Livorno. L’istituto ha sviluppato percorsi di reinserimento legati al mondo agricolo, gastronomico ed enologico, anche attraverso la collaborazione tra un’azienda vinicola e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. La produzione di vino, in quel contesto, non è solo attività economica: è disciplina, cura, apprendimento di un ciclo lungo.
Resta, sullo sfondo, la questione nazionale. Le carceri sovraffollate, le pene più lunghe e l’età media dei detenuti in aumento rendono il sistema fragile. Bollate, Nisida e Gorgona non bastano a correggere le criticità di tutti gli istituti italiani. Ma mostrano una possibilità concreta: quando il carcere lavora sulla riabilitazione e non solo sulla custodia, la pena può diventare anche un passaggio verso il ritorno nella società.
