Nel 2025, a vent’anni dall’introduzione sperimentale nella Finanziaria 2006, il 5xmille ha raggiunto in Italia il suo livello più alto: 18.460.316 contribuenti hanno scelto di destinare una quota della propria Irpef a enti del Terzo Settore, ricerca, Comuni e altri beneficiari, facendo salire il riparto a 602.470.220 euro per 95.980 enti ammessi, secondo i dati pubblicati dall’Agenzia delle Entrate. Mezzo milione di firme in più rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la forza dello strumento, ma che lascia aperta una questione: la distribuzione dei fondi resta concentrata nelle mani di pochi grandi soggetti.
5xmille 2025, vent’anni di firme e un record da 602 milioni
Il 5xmille nasce nel 2006 come misura sperimentale e, già al debutto, convince circa 16 milioni di italiani a indicare nella dichiarazione dei redditi un destinatario per una piccola quota della propria imposta. Da allora il meccanismo non si è più fermato: si firma nel modello 730, nella Certificazione Unica o nel modello Redditi Persone Fisiche, scegliendo una categoria e, se si vuole, inserendo il codice fiscale dell’ente. Non è una donazione aggiuntiva, non cambia quanto si paga al fisco: è lo 0,5% dell’Irpef già dovuta che viene indirizzato dal contribuente.
I destinatari previsti dalla legge sono sette: enti del Terzo Settore iscritti al Runts, ricerca scientifica e università, ricerca sanitaria, associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni, attività sociali del proprio Comune, tutela dei beni culturali e paesaggistici, gestione delle aree naturali protette. Una sola preferenza, però, dentro il 5xmille. La firma può comunque convivere con quelle per 8xmille e 2xmille, perché le tre scelte non si escludono e non comportano versamenti in più. Il punto meno noto, e spesso decisivo, è un altro: se il contribuente non firma, quella quota non viene assegnata agli enti, ma resta allo Stato.
Sul 2025 pesa anche il tema del tetto di spesa. La Legge di Bilancio ha fissato il limite a 610 milioni di euro e, secondo la campagna “5 per mille, ma per davvero” promossa da Vita.it con 67 organizzazioni del Terzo Settore, il plafond è stato di fatto raggiunto considerando importi assegnati e somme accantonate per eventuali ricorsi. La conseguenza, segnalano i promotori, è una riduzione proporzionale rispetto alle preferenze effettive espresse dai contribuenti. Soldi scelti dai cittadini, ma non sempre trasferiti per intero.
A chi vanno i fondi: pochi grandi enti raccolgono quasi metà della torta
L’elenco pubblicato dall’Agenzia delle Entrate mostra una fotografia netta: i primi 100 enti su 95.980, cioè circa lo 0,1% dei beneficiari, raccolgono il 49,6% dei fondi. Quasi metà dell’intero 5xmille. In testa c’è la Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, con 82,7 milioni di euro, pari al 13,7% del totale nazionale: da sola intercetta quasi un euro e mezzo ogni dieci distribuiti. I primi cinque enti arrivano al 21,9%, i primi dieci al 28,8%, i primi cinquecento al 60,6%. Numeri asciutti, ma pesanti.
La classifica, del resto, cambia poco di anno in anno. Dopo Airc compaiono la Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, con 14,3 milioni, Emergency, con 13,4 milioni, la Fondazione Lega del Filo d’Oro, con 11,3 milioni, e l’Ail, impegnata contro leucemie, linfomi e mieloma, con 10,2 milioni. Seguono l’Istituto Europeo di Oncologia, Medici Senza Frontiere, la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, Save the Children e l’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze. Sono nomi noti, presenti nelle campagne televisive, nelle piazze, nelle email aziendali. E si vede.
Dall’altra parte c’è una lunga fila di associazioni locali, cooperative e piccole realtà di volontariato che non riescono a intercettare firme. Quasi un ente su cinque, 19.340 organizzazioni, ha ricevuto zero euro. Altre 972 sono rimaste sotto i 100 euro, soglia minima sotto la quale la legge non prevede neppure l’erogazione. La mediana del sistema è di appena 707 euro: significa che metà degli enti che ricevono qualcosa incassa meno di quella cifra in un anno. Anche la distribuzione per settore conferma lo squilibrio: ricerca scientifica e sanitaria raccolgono insieme 223 milioni di euro, il 37% del totale, pur rappresentando solo 3.229 enti, cioè il 3,4% degli ammessi.
Il mercato delle firme e il vantaggio dei grandi
Dietro il successo dei principali beneficiari non c’è solo la fiducia dei contribuenti verso la ricerca oncologica o l’aiuto umanitario. C’è anche una macchina di comunicazione e fundraising che si attiva ogni anno tra aprile e settembre, quando milioni di persone compilano il 730. Airc, il caso più visibile, nel 2024 ha sostenuto 2,94 milioni di euro di spese in comunicazione, secondo i calcoli dell’Osservatorio Cpi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; il bilancio della Fondazione indica inoltre costi complessivi di raccolta fondi superiori a 27 milioni di euro, con oltre 5 milioni destinati al personale dedicato. La Fondazione ha spiegato al Sole 24 Ore di mantenere costi tra il 17 e il 18% rispetto alle erogazioni. Un rapporto sostenibile per una grande organizzazione. Non per una piccola associazione di provincia.
Le campagne, infatti, viaggiano su molti canali. Airc promuove il proprio codice fiscale con Radio Italia, organizza iniziative nelle città durante il periodo dichiarativo e, con i Giorni della Ricerca, attiva una collaborazione con la Rai su tv, radio, testate, web e social. Sul versante delle imprese propone materiali digitali da inviare ai dipendenti, un accesso diretto a migliaia di potenziali firme. Medici Senza Frontiere, invece, ha costruito negli anni un ecosistema online fatto di guide aggiornate per ogni modello fiscale e per ogni scadenza. Chi cerca “come donare il 5xmille”, spesso finisce lì. Normale, per chi ha risorse e competenze.
La normativa, però, segna un confine preciso. Il Dpcm del luglio 2020 vieta agli enti di usare i fondi del 5xmille per finanziare campagne sul 5xmille stesso, prevedendo la restituzione delle somme in caso di violazione. Le grandi organizzazioni, dunque, non usano quei fondi per farsi pubblicità: impiegano budget ordinari alimentati da donazioni, lasciti, sponsorizzazioni e raccolta fondi. È corretto sul piano formale. Ma produce un effetto evidente: chi è già strutturato può investire per crescere ancora, chi non lo è resta fermo. L’Osservatorio Assif, dell’Associazione italiana fundraiser, segnala che oltre 13.000 enti non ricevono nemmeno una firma e che aumentano del 21% quelli sotto i cento euro. La richiesta del settore è di aprire a politiche pubbliche di sostegno al fundraising, anche consentendo di destinare una quota delle somme ricevute alla promozione futura.
5xmille, 8xmille e 2xmille: cosa cambia davvero
La confusione, nella dichiarazione dei redditi, è frequente. 5xmille, 8xmille e 2xmille compaiono insieme, ma funzionano in modo diverso. Il punto comune è semplice: si possono firmare tutti e tre e non si paga nulla in più, perché si tratta sempre di quote dell’Irpef già dovuta. Cambiano però destinatari, regole e destino delle somme non scelte.
L’8xmille nasce nel 1985, dopo gli Accordi di Villa Madama tra Stato italiano e Santa Sede, e vale lo 0,8% dell’Irpef complessiva. Può essere destinato allo Stato, per finalità sociali e umanitarie, oppure a una delle confessioni religiose con intesa, tra cui Chiesa cattolica, Chiese valdesi, Comunità ebraiche, Unione buddista e altre. Qui la differenza è sostanziale: non c’è un tetto di spesa e la quota di chi non firma viene redistribuita proporzionalmente tra i beneficiari scelti dagli altri contribuenti. Non firmare l’8xmille, nei fatti, significa delegare.
Il 2xmille, introdotto nel 2014, vale lo 0,2% dell’Irpef e può andare ai partiti politici iscritti nel registro previsto o, dal 2021, ad associazioni culturali riconosciute. Lo utilizza una quota ridotta di contribuenti, indicata attorno al 3,3%. A differenza dell’8xmille, se non si firma la somma non viene redistribuita: resta allo Stato, come avviene per il 5xmille. Ed è qui il nodo più pratico, quello che molti Caf ripetono al banco, davanti al modulo: non scegliere non fa risparmiare nulla. Decide solo qualcun altro, oppure lo Stato trattiene la quota.
