Marie Curie e Pierre Curie, pionieri degli studi sulla radioattività, furono trasferiti il 20 aprile 1995 dal cimitero di Sceaux al Panthéon di Parigi per decisione della Francia, dopo controlli radiologici disposti per verificare se le loro spoglie potessero rappresentare un rischio per tecnici e visitatori. La risposta degli esperti dell’OPRI, l’ente francese per la protezione dalle radiazioni ionizzanti, fu chiara: tracce c’erano, sì, ma non tali da impedire la traslazione.
Marie Curie, la scienziata che diede un nome alla radioattività
Nata a Varsavia nel 1867 come Maria Skłodowska, Marie Curie arrivò a Parigi nel 1891 per studiare alla Sorbona, dove si laureò in fisica e matematica. Insieme al marito Pierre Curie, conosciuto negli ambienti universitari francesi, dedicò anni di lavoro ai fenomeni radioattivi, fino alla scoperta nel 1898 di due elementi destinati a cambiare la storia della scienza: il polonio, chiamato così in omaggio alla Polonia, e il radio. Fu lei, in quegli anni, a coniare il termine “radioattività”.
Il laboratorio dei Curie, a Parigi, era lontano dagli standard di sicurezza di oggi. I campioni venivano maneggiati senza schermature adeguate, talvolta portati nelle tasche dei camici, osservati da vicino nelle lunghe giornate di ricerca. All’epoca gli effetti delle radiazioni ionizzanti sul corpo umano erano poco conosciuti. Solo più tardi, e con amarezza, arrivarono i segnali: ustioni alle mani, problemi alla vista, stanchezza crescente. Marie Curie morì nel 1934, a 66 anni, per una grave aplasia midollare, una compromissione del midollo osseo che gli studiosi collegano alla prolungata esposizione alle radiazioni.
I Nobel, il radio e l’eredità nella medicina
Il lavoro dei Curie ebbe un riconoscimento raro già in vita. Nel 1903 Marie Curie ricevette il Premio Nobel per la Fisica insieme a Pierre Curie e ad Henri Becquerel, per gli studi sui fenomeni di radiazione. Otto anni dopo, nel 1911, ottenne anche il Nobel per la Chimica per l’isolamento del radio e l’approfondimento delle sue proprietà. Ancora oggi resta l’unica persona ad aver ricevuto due Nobel in due discipline scientifiche diverse.
Quella ricerca, condotta con mezzi rudimentali e rischi allora poco compresi, aprì la strada a sviluppi medici di grande peso. Gli studi sul radio e sulle sostanze radioattive permisero infatti, negli anni successivi, di comprendere meglio l’uso terapeutico delle radiazioni contro alcuni tumori. I Curie non videro fino in fondo questa applicazione. Ma il loro lavoro, nato fra banchi di laboratorio, provette e materiali instabili, contribuì alla nascita della radioterapia moderna.
La riesumazione del 1995 e la bara tripla di Marie Curie
Dopo la morte, Marie Curie fu sepolta accanto a Pierre nel cimitero di Sceaux, a una decina di chilometri da Parigi. Pierre era morto molto prima, nel 1906, a 46 anni: attraversando Rue Dauphine sotto la pioggia, scivolò e finì sotto una carrozza trainata da cavalli che trasportava equipaggiamento militare. La ruota gli provocò una frattura cranica fatale. Quasi novant’anni dopo, il presidente François Mitterrand decise di trasferire entrambi al Panthéon, il mausoleo laico dei grandi di Francia.
Prima della traslazione, i tecnici dell’OPRI chiesero verifiche precise. Le bare originali non erano compatibili con le nicchie del Panthéon e dovevano essere aperte, una fase delicata, anche per il timore di polveri contaminate. Gli operatori seguirono quindi un protocollo di radioprotezione, con misurazioni dell’aria nella cripta e nei pressi dei feretri. La bara di Marie Curie risultò composta da tre strati: legno esterno, piombo spesso circa 2,5 millimetri, e un’ulteriore cassa in legno a contatto con le spoglie. Una scelta prudente, già negli anni Trenta, per contenere possibili contaminazioni.
Perché Pierre Curie risultò più radioattivo della moglie
Quando gli esperti aprirono la sepoltura, il corpo di Marie Curie apparve ben conservato, anche grazie all’isolamento dal piombo, dall’umidità e dagli organismi presenti nella cripta. Le misurazioni mostrarono una radioattività superiore al fondo naturale, ma bassa. Secondo quanto comunicato dall’OPRI, il livello rilevato vicino alle sue spoglie non costituiva un pericolo per il personale impegnato nella riesumazione. Un dato colpì gli addetti: in alcune condizioni risultava persino inferiore alla radioattività naturale associata al granito delle lapidi, che può contenere tracce di uranio naturale.
Diverso il caso di Pierre Curie. La sua bara non aveva rivestimento in piombo e, dopo decenni, l’umidità aveva compromesso gran parte dei resti. Eppure le misurazioni indicarono valori più alti rispetto a quelli della moglie. Gli esperti avanzarono più spiegazioni: Pierre morì nel pieno dell’attività di laboratorio, quando non esistevano precauzioni contro il radio; Marie, sopravvissuta altri 28 anni, ebbe più tempo per eliminare parte delle sostanze accumulate e negli ultimi decenni lavorò con maggiore cautela. Inoltre, i due corpi non furono misurati nello stesso modo, rendendo il confronto solo parziale. Il punto, però, resta: le tombe dei Curie al Panthéon di Parigi non rappresentano un rischio per chi le visita.



