La corte d’assise di Palermo ha condannato oggi all’ergastolo Giovanni Barreca, muratore di Altavilla Milicia, e i due coimputati Sabrina Fina e Massimo Carandente per la strage dell’11 febbraio 2024 in cui furono uccisi la moglie di Barreca, Antonella Salamone, e i figli Kevin, 16 anni, ed Emanuel, 5, al termine di un presunto rito di “purificazione” dal demonio nella villetta di famiglia.
Ergastolo per Barreca, Fina e Carandente: la decisione dopo oltre dieci ore
I giudici sono rimasti in camera di consiglio per più di dieci ore prima di leggere il verdetto nell’aula bunker del carcere Pagliarelli, a Palermo. La sentenza ha accolto l’impianto accusatorio sulla responsabilità dei tre imputati, ritenuti colpevoli della strage di Altavilla Milicia, ma è andata oltre la richiesta formulata dalla procura per Giovanni Barreca: il pm aveva chiesto 30 anni, sostenendo la semi infermità mentale dell’uomo.
Per Sabrina Fina e Massimo Carandente, invece, l’accusa aveva invocato l’ergastolo, poi disposto dalla corte anche per Barreca. Una scelta che, nella sostanza, indica come i giudici abbiano ritenuto tutti e tre capaci di intendere e di volere al momento dei fatti. Per gli imputati è scattata anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
La corte ha disposto inoltre il risarcimento ai familiari delle vittime, quantificato in diverse centinaia di migliaia di euro. In aula, alla lettura del dispositivo, il clima è rimasto teso e composto. I parenti di Antonella Salamone e dei due bambini hanno ascoltato in silenzio, dopo mesi di udienze segnate da ricostruzioni pesanti, perizie e testimonianze.
La telefonata ai carabinieri e la scoperta nella villetta
La vicenda emerse la mattina dell’11 febbraio 2024, quando Giovanni Barreca chiamò i carabinieri dicendo di avere ucciso la sua famiglia. “Mi chiamo Giovanni Barreca. Ho ucciso tutta la mia famiglia, venite a prendermi”, avrebbe detto al militare che rispose al telefono. Poi aggiunse di trovarsi a Casteldaccia, poco distante da Altavilla Milicia: “Vi aspetto lì”.
I carabinieri lo raggiunsero e, dopo averlo preso in consegna, andarono nella villetta di famiglia. Dentro trovarono i corpi di Kevin ed Emanuel, i due figli maschi della coppia. La scena, secondo le prime ricostruzioni investigative, apparve subito compatibile con una violenza prolungata, non con un gesto improvviso.
La figlia maggiore, Miriam, allora diciassettenne, era in una stanza, seduta sul letto e in stato di choc. La ragazza venne poi coinvolta nell’inchiesta e processata separatamente davanti al tribunale per i minorenni: condannata in primo grado a 12 anni e 8 mesi, è stata assolta in appello perché dichiarata incapace di intendere e volere. Un passaggio giudiziario distinto, ma rimasto centrale nella ricostruzione dei fatti.
Il corpo di Antonella Salamone, 41 anni, fu trovato solo dopo ore. Resti carbonizzati erano stati sepolti poco distante dall’abitazione, sotto un cumulo di terra. Secondo l’accusa, la donna sarebbe stata uccisa per prima, poi il suo cadavere sarebbe stato bruciato e occultato.
Il presunto rito di purificazione e l’ossessione per il demonio
Durante gli interrogatori, Barreca parlò della presenza del demonio in casa. “C’era il demonio”, avrebbe ripetuto ai militari e agli investigatori. Da quella frase partirono approfondimenti sul contesto familiare e religioso in cui sarebbe maturata la violenza: il muratore, secondo l’inchiesta, aveva frequentato ambienti evangelici per poi allontanarsene, sviluppando una fissazione per possessioni e riti di liberazione.
È in quel percorso che avrebbe conosciuto Sabrina Fina e Massimo Carandente. I tre, secondo la procura, erano convinti che Antonella Salamone e il piccolo Emanuel fossero posseduti. Da qui la decisione di rinchiudersi per giorni nella villetta di Altavilla Milicia, alternando preghiere, imposizioni e violenze.
A raccontare molti dettagli fu proprio Miriam, ascoltata dagli inquirenti nei giorni successivi alla scoperta dei corpi. La ragazza descrisse una sequenza di sevizie, collocando la madre in cucina, a terra, con gli altri presenti attorno a lei. “La torturavano a turno”, aveva riferito, parlando di colpi, bruciature e oggetti usati contro la donna.
Secondo il suo racconto, Antonella sarebbe morta il 9 febbraio, dopo una giornata di violenze. “Sabrina e Massimo mi hanno detto che ha avuto un infarto”, aveva spiegato la ragazza agli investigatori. Una versione che fu poi vagliata dai consulenti e confrontata con i rilievi della medicina legale.
Le perizie e la ricostruzione degli omicidi di Antonella, Kevin ed Emanuel
Le autopsie e gli accertamenti dell’istituto di medicina legale del Policlinico di Palermo hanno fornito riscontri alla ricostruzione degli inquirenti. I periti hanno documentato segni di violenza sui corpi delle vittime, confermando un quadro di sevizie protratte. Non un solo momento, dunque, ma una catena di azioni ripetute.
Dopo la morte di Antonella Salamone, secondo l’accusa, sarebbe toccato al piccolo Emanuel e poi a Kevin. I due fratelli furono strangolati con delle catene, in un contesto che gli investigatori hanno definito legato al presunto rito di “liberazione” dal male. Dettagli duri, emersi in aula con il linguaggio asciutto delle perizie e delle testimonianze.
Il processo ha ruotato anche sulla capacità mentale degli imputati. Per Barreca, la procura aveva riconosciuto una condizione di semi infermità, chiedendo per questo una pena inferiore all’ergastolo. La corte, però, ha dato una lettura diversa, ritenendo che il muratore e i due complici fossero pienamente responsabili delle proprie azioni.
Con la sentenza di primo grado si chiude una fase giudiziaria della strage di Altavilla Milicia, ma non il percorso processuale, perché le difese potranno ricorrere in appello. Restano, intanto, le tre condanne al carcere a vita e il nome delle vittime: Antonella, Kevin ed Emanuel, uccisi nella loro casa, in una domenica di febbraio che ha lasciato un segno profondo nella comunità.
