La stella marina girasole (Pycnopodia helianthoides) sta tornando nel Pacifico settentrionale, lungo le coste della California, dopo il crollo iniziato nel 2013 a causa della Sea Star Wasting Syndrome, l’epidemia marina che secondo la NOAA ha ucciso miliardi di esemplari e alterato l’equilibrio delle foreste di kelp. I segnali più recenti arrivano dal Greater Farallones National Marine Sanctuary, al largo di San Francisco, e dai laboratori dell’agenzia statunitense per oceani e atmosfera: pochi numeri, certo, ma sufficienti a riaccendere l’attenzione dei biologi marini. Nell’agosto 2025, durante una missione chiamata “Pycnopalooza”, i sub ne hanno individuate 18 in una sola spedizione. A giugno 2026, poi, il nuovo monitoraggio con DNA ambientale ha rilevato la specie in sei siti tra Mendocino, Sonoma e San Mateo.
La stella marina girasole torna nelle acque della California
Per i ricercatori della NOAA, vedere di nuovo la stella marina girasole nei fondali della California ha avuto il sapore di una scoperta rara, quasi fuori tempo. Tyler Mears, sub dell’agenzia che ha partecipato alle immersioni nel Greater Farallones National Marine Sanctuary, ha raccontato quella sensazione con un’immagine semplice: «È stato come essere un paleontologo che vede un dinosauro». Una frase detta a caldo, ma efficace.
La specie era considerata di fatto scomparsa da molti tratti della costa californiana, travolta da una malattia che ha colpito oltre venti specie di stelle marine. Il ritrovamento di 18 esemplari in un’unica uscita, nell’agosto 2025, non significa che la popolazione sia al sicuro. Indica però che qualcosa resiste, nascosto tra rocce, alghe e fondali freddi.
Che cos’è la Pycnopodia helianthoides, la più grande stella marina del mondo
La Pycnopodia helianthoides è considerata la stella marina più grande del pianeta: può superare i 90 centimetri di diametro e possiede tra 16 e 24 braccia, disposte a raggiera come i petali del girasole da cui prende il nome comune. Per un echinoderma, gruppo che comprende anche ricci e cetrioli di mare, è pure rapida: riesce a muoversi a circa un metro al minuto, abbastanza per inseguire ricci, vongole e altri piccoli invertebrati.
Il suo areale naturale si estende lungo la costa nord-orientale del Pacifico, dalle Isole Aleutine, in Alaska, fino alla Bassa California messicana. Vive nelle zone intertidali e nei fondali subtidali, anche a profondità che possono arrivare a 435 metri. Individua le prede grazie a chemocettori, una sorta di fiuto chimico subacqueo. Grande, mobile, vorace: per questo il suo ruolo ecologico è così rilevante.
Perché la sua scomparsa ha colpito le foreste di kelp
La stella marina girasole è una specie chiave per le foreste di kelp del Pacifico, gli habitat formati dalle grandi alghe brune, in particolare Macrocystis pyrifera. Queste foreste marine ospitano centinaia di specie, proteggono la biodiversità costiera e sostengono anche una parte delle attività di pesca locali. Quando un predatore come la Pycnopodia viene meno, l’effetto si propaga in fretta.
Il punto sono i ricci di mare viola (Strongylocentrotus purpuratus), grandi consumatori di kelp. In condizioni di equilibrio vengono controllati da predatori come le lontre di mare e, appunto, la stella marina girasole. Con il crollo della specie, i ricci hanno proliferato e in molti tratti hanno trasformato le foreste in deserti subacquei. Secondo il California Ocean Protection Council, lungo la costa settentrionale dello Stato si è persa circa il 96% della copertura di kelp. Un dato che spiega perché i biologi seguano ogni nuovo avvistamento con tanta cautela, e con una certa urgenza.
DNA ambientale e batterio Vibrio: la nuova fase della ricerca NOAA
La novità più concreta arriva dal DNA ambientale, o eDNA. Ogni animale rilascia nell’acqua minuscoli frammenti del proprio materiale genetico; raccogliendo campioni marini e analizzandoli in laboratorio, i ricercatori del Pacific Marine Environmental Laboratory della NOAA riescono ora a rilevare la presenza della stella marina girasole anche senza osservarla direttamente. «Analizzando le minuscole quantità di materiale genetico che rilasciano in acqua, ora possiamo identificare queste stelle marine, grandi ma molto rare, senza mai vederle», ha spiegato Zachary Gold, responsabile del programma di Ecologia Molecolare Oceanica del PMEL.
Il metodo permette controlli più rapidi e meno costosi rispetto alle sole immersioni, e può raggiungere aree troppo profonde o difficili per i sub. La conferma è arrivata quando, dopo un segnale positivo di eDNA nella California settentrionale, i sommozzatori sono scesi in acqua e hanno trovato un giovane esemplare. Solo allora il dato di laboratorio è diventato presenza viva, misurabile, fotografabile.
Resta però la causa del disastro. Dal 2013 la Sea Star Wasting Syndrome ha provocato la decomposizione rapida dei tessuti delle stelle marine, portando la popolazione globale di Pycnopodia a un crollo stimato del 90% in quattro anni, con circa sei miliardi di esemplari perduti. Uno studio pubblicato nell’estate 2025 su Nature Ecology & Evolution ha indicato nel batterio Vibrio pectenicida l’agente responsabile. In quegli anni l’anomalia termica oceanica nota come “The Blob” aveva alzato la temperatura dell’acqua fino a 3 gradi sopra la media, indebolendo gli animali e favorendo la proliferazione del batterio.
Ora l’identificazione del patogeno può aiutare i programmi di allevamento in cattività a selezionare individui più resistenti. Non è una soluzione rapida, ammettono gli scienziati, né garantisce da sola il recupero degli ecosistemi. Ma tra nuovi strumenti genetici, immersioni mirate e primi ritrovamenti, il ritorno della stella marina girasole non è più soltanto un’ipotesi da laboratorio. È iniziato, lentamente, sul fondo del Pacifico.






