Davide Cesaroni e Chiara Pesaresi, coniugi marchigiani di 41 e 38 anni, sono stati ritrovati vivi martedì mattina nelle Dolomiti friulane, a circa 1.700 metri di quota vicino ai ruderi di Casera Col Cadorin, dopo cinque notti trascorse nel bosco senza cibo e senza rete telefonica: a salvarli, secondo quanto raccontato ai soccorritori, sono stati l’acqua di un ruscello, poche erbe spontanee e la decisione di restare fermi in attesa dei soccorsi.
Cinque notti nel bosco sulle Dolomiti friulane
“Non abbiamo mangiato nulla per giorni. Siamo vivi grazie alla natura”, hanno detto Davide Cesaroni e Chiara Pesaresi ai soccorritori, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera. La coppia, partita dal Rifugio Pordenone per un’escursione impegnativa, ha trascorso circa 120 ore all’addiaccio, senza riuscire a comunicare con i familiari e senza possibilità di orientarsi in modo sicuro.
I due sono stati trovati nella zona di Col Cadorin, nel territorio delle Dolomiti friulane, non lontano da un piccolo corso d’acqua. Erano provati, infreddoliti e senza forze. Ma vivi. “Erano stremati dopo cinque notti, non riuscivano più a muoversi, ma tutto sommato in buone condizioni grazie al fisico allenato”, ha spiegato Giacomo Giordani, del Soccorso alpino, ricostruendo i primi momenti dopo il ritrovamento.
Acqua del ruscello, foglie e rami: così hanno resistito
Per sopravvivere, Davide e Chiara hanno riempito le borracce con l’acqua di un torrente vicino al punto in cui si erano fermati. Hanno mangiato qualche erba spontanea, trovata nel bosco, e hanno cercato di proteggersi come potevano durante la notte: un giaciglio di foglie, una copertura improvvisata con rami, poco altro. Pochissimo, ma in quelle condizioni abbastanza per restare lucidi.
La scelta decisiva, secondo i soccorritori, è stata non continuare a muoversi. Dopo essersi disorientati, proseguire avrebbe potuto esporli a rischi maggiori tra canaloni, ghiaioni e tratti instabili. Tornare indietro, in quel momento, non sembrava più possibile. Così hanno scelto di restare vicino ai ruderi della casera, dove almeno c’era acqua. “Non avevano attrezzature adatte per sopravvivere a notti all’addiaccio, ma il meteo li ha aiutati. Avevano borracce da riempire e hanno avuto lucidità”, ha ammesso Giordani.
Cesaroni, allenatore dell’Unione Rugbistica Anconetana, e Pesaresi, ingegnera edile e architetta, sono sposati da due anni e condividono la passione per lo sport. Una preparazione fisica che, secondo chi li ha soccorsi, ha inciso sulla loro tenuta. Anche se, dopo cinque notti nel bosco, il margine si stava assottigliando.
Il ritrovamento dall’elicottero e il recupero
La svolta è arrivata all’alba, durante uno dei sorvoli sulla zona. “Dall’elicottero si sono viste due sagome ferme nel bosco. Erano loro”, ha raccontato Giacomo Giordani. In pochi minuti tre tecnici si sono calati dall’alto; uno di loro ha raggiunto la coppia e ha potuto parlare con i due escursionisti. Solo allora, dal campo base, è arrivata la notizia attesa: “Sono vivi”.
Il recupero non è stato semplice. La boscaglia fitta e il terreno impervio hanno rallentato le operazioni, obbligando le squadre a muoversi con cautela. Davide e Chiara sono stati poi trasferiti in elicottero al Rifugio Pordenone, a Cimolais, lo stesso punto da cui erano partiti cinque giorni prima e dove era rimasta parcheggiata la loro auto.
A valle sono stati presi in carico dalle squadre del Soccorso alpino e sottoposti agli accertamenti sanitari. Non sono stati riscontrati traumi fisici, solo un forte sfinimento. Dopo le verifiche, per loro è iniziato il rientro verso Osimo, nelle Marche. “Siamo esausti ma estremamente sollevati. Abbiamo creduto in noi stessi e in chi ci ha aiutato, sperando che arrivassero i soccorsi”, hanno confidato poco dopo il salvataggio.
L’escursione, l’allarme e la macchina dei soccorsi
La coppia si trovava nell’area di Col Cadorin dal 2 luglio ed era partita giovedì all’alba dal Rifugio Pordenone. L’itinerario previsto passava per i sentieri Cai 352 e 353, in direzione del Rifugio Padova, attraverso la Val d’Arade: un percorso di circa sette ore, con tratti esposti e terreno complesso. Dopo la Val Montanaia e l’imbocco del tracciato da Forcella Spe, il fondo franoso avrebbe contribuito al disorientamento.
L’ultimo contatto con i familiari risaliva alle 22.30 di mercoledì. Poi il silenzio. L’allarme è scattato lunedì, quando i due non sono rientrati e i telefoni risultavano irraggiungibili. I carabinieri hanno trovato l’auto al Rifugio Pordenone, mentre al Rifugio Padova nessuno li aveva visti arrivare. Da lì è partita la ricerca.
Il campo base è stato allestito a Pian Pinedo di Claut. Alle operazioni hanno partecipato il Soccorso alpino della Valcellina, squadre del Cadore e del Veneto, vigili del fuoco, Guardia di finanza, Protezione civile, carabinieri, droni e quattro elicotteri. Prima i sorvoli, poi le battute a terra lungo canaloni, ghiaioni e vecchi sentieri. “Il giorno prima avevano sentito gli elicotteri, ma dal bosco non erano riusciti a farsi vedere”, ha spiegato Giordani.
Alla fine, la scelta di fermarsi e la presenza dell’acqua hanno fatto la differenza. “L’Italia deve essere così, bisogna aiutarsi”, hanno detto Davide Cesaroni e Chiara Pesaresi, ringraziando chi ha partecipato alle ricerche e al loro salvataggio. Una frase semplice, detta quando la paura era appena passata.
