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Trump apre alla produzione dei Patriot in Ucraina mentre Kiev piange nuove vittime dei raid russi

Leader e funzionari in una sala di vertice, con bandierine sul tavolo e un lanciatore missilistico sullo schermo Un bilaterale in un vertice internazionale, con sullo sfondo un sistema di difesa aerea mostrato su un grande schermo.

Il presidente Donald Trump ha annunciato oggi, 8 luglio 2026, al summit Nato di Ankara, durante un bilaterale con Volodymyr Zelensky, l’intenzione di concedere all’Ucraina la licenza per produrre i sistemi di difesa aerea Patriot, mentre nuovi raid russi su Kiev e nel sud del Paese hanno causato almeno cinque morti e diversi feriti, secondo le prime informazioni diffuse dalle autorità ucraine.

Trump apre alla produzione dei Patriot in Ucraina

La frase è arrivata davanti alle telecamere, con Zelensky seduto accanto e i consiglieri alle spalle, in una sala del vertice blindata dalle misure di sicurezza. “Un uccellino mi ha detto che parleremo di concedere all’Ucraina il diritto di produrre i Patriot. Mostreremo come si fanno, così non potrete lamentarvi che non ve ne diamo abbastanza”, ha detto Trump, usando il tono diretto che spesso accompagna le sue uscite pubbliche. Poi la conferma, netta: “Vi concederemo la licenza per produrre il Patriot”.

Per Kiev, se l’intesa sarà tradotta in accordi tecnici e industriali, si tratterebbe di un passaggio rilevante nella difesa dalle offensive russe. I Patriot statunitensi sono sistemi antiaerei impiegati per intercettare missili balistici tattici, missili da crociera e velivoli, armi che Mosca utilizza da mesi contro infrastrutture energetiche e centri urbani ucraini. Non sono stati indicati, al momento, tempi di produzione, siti coinvolti né modalità di trasferimento della tecnologia: dettagli che, in casi di questo tipo, restano spesso affidati a negoziati riservati tra governi, aziende e comandi militari.

Nel bilaterale, il presidente americano ha anche commentato gli attacchi ucraini in territorio russo. Secondo Trump, le operazioni di Kiev contro obiettivi in Russia rappresentano “un’escalation”, ma potrebbero anche “contribuire a mettere fine alla guerra”. Una formula prudente, eppure politica. Perché riconosce il rischio di allargamento del conflitto, ma non chiude alla pressione militare su Mosca.

La telefonata con Putin e l’ipotesi di un incontro a Mosca

Prima del faccia a faccia con Zelensky, Trump ha riferito di aver parlato con Vladimir Putin. Il leader russo, secondo quanto raccontato dal presidente americano, avrebbe ribadito la disponibilità a incontrare il presidente ucraino a Mosca. “Gli ho detto che è difficile”, ha spiegato Trump, ricostruendo lo scambio con il Cremlino.

Poi, quasi a voler trasformare la diplomazia in una conversazione da tavolo, si è voltato verso Zelensky e gli ha chiesto: “Andresti a Mosca?”. La risposta del presidente ucraino è stata rapida, con una battuta amara: “È difficile. Ci sono molti droni ucraini lì, è pericoloso”. Nella sala, raccontano fonti presenti al vertice, il passaggio ha strappato qualche sorriso trattenuto. Ma il tema resta serio: un incontro diretto tra Putin e Zelensky non si tiene dall’inizio della guerra su larga scala e ogni possibile sede è, di fatto, parte del negoziato.

Trump ha aggiunto di sperare in un confronto “presto” tra i due presidenti. Ha anche detto che andrebbe “molto volentieri” a Kiev, ma solo “a guerra finita”. È una promessa simbolica, più che un impegno operativo. Il messaggio, però, appare chiaro: la Casa Bianca vuole mostrarsi coinvolta nel dossier ucraino, cercando insieme deterrenza militare e spazio diplomatico.

Raid russi su Kiev e attacchi a Kherson: vittime civili

Mentre ad Ankara si discuteva di difesa aerea e possibili negoziati, l’Ucraina ha fatto i conti con nuovi attacchi russi. Secondo le autorità locali, i raid su Kiev hanno provocato almeno cinque morti. I soccorritori sono intervenuti in diverse zone della capitale dopo esplosioni avvertite nella notte e nelle prime ore del mattino, con danni ad abitazioni e infrastrutture civili ancora in fase di valutazione.

Nel sud, a Kherson, i droni russi hanno colpito un’auto e un minibus, provocando la morte di una donna e il ferimento di altre nove persone, in base alle prime ricostruzioni diffuse dalle amministrazioni locali. La città, affacciata sul Dnipro e liberata dalle forze ucraine nel 2022, resta esposta al fuoco russo dalle aree occupate sulla riva opposta del fiume. Gli attacchi arrivano spesso senza preavviso. Pochi secondi, un ronzio, poi l’impatto.

La richiesta ucraina di altri Patriot nasce anche da questo quadro. Kiev sostiene da tempo che la copertura antiaerea disponibile non basti a proteggere città, centrali elettriche, ospedali e linee ferroviarie. I sistemi occidentali hanno rafforzato la difesa, ma la quantità di missili intercettori e batterie resta un nodo aperto. E ogni nuova ondata russa riporta la questione al centro del tavolo politico.

Droni ucraini contro il Blue Stream, Gazprom: flusso non interrotto

Sul fronte opposto, la Russia ha denunciato un attacco ucraino con droni contro una stazione di compressione del gasdotto Blue Stream, nel territorio di Krasnodar, nel sud del Paese. Lo ha riferito Gazprom, citata dall’agenzia russa Tass, precisando che l’obiettivo sarebbe stato quello di interrompere il flusso di gas diretto verso la Turchia attraverso il Mar Nero.

Secondo la società russa, le misure adottate sul posto avrebbero impedito l’interruzione delle forniture. Non sono stati forniti dettagli indipendenti sull’entità dei danni, né immagini verificate dell’impianto colpito. Il Blue Stream è una delle infrastrutture energetiche che collegano Russia e Turchia, Paese membro della Nato ma anche interlocutore costante di Mosca su energia, Mar Nero e dossier ucraino.

L’episodio conferma quanto la guerra, ormai, si giochi anche lontano dalla linea del fronte. Droni, gasdotti, porti, centrali e depositi sono diventati parte di una pressione incrociata che coinvolge sicurezza militare ed energia. In questo scenario, la possibile produzione dei Patriot in Ucraina segna un cambio di passo politico e industriale. Ma sul terreno, da Kiev a Kherson, il prezzo resta quello pagato dai civili.

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