Il Vaticano ha decretato oggi, 2 luglio 2026, a Roma, la scomunica dei vescovi e sacerdoti lefebvriani coinvolti nelle consacrazioni episcopali celebrate il 1° luglio a Écône, in Svizzera, perché il rito è stato compiuto senza mandato pontificio e contro l’appello del Papa a fermarsi. La decisione, attesa negli ambienti della Curia dopo il mancato passo indietro della Fraternità Sacerdotale San Pio X, è arrivata con un decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede, firmato dal cardinale Victor Manuel Fernández e controfirmato dai due segretari del Dicastero.
Il decreto del Vaticano e l’accusa di atto scismatico
Nel testo diffuso dal Dicastero per la Dottrina della Fede, la Santa Sede afferma che i protagonisti delle consacrazioni sono incorsi “ipso facto” nella scomunica, cioè per il fatto stesso di aver compiuto l’atto contestato. Il passaggio centrale del decreto parla di un “atto di natura scismatica”, formula pesante nel linguaggio canonico, perché indica una rottura concreta della comunione con il Papa e con la Chiesa cattolica.
La vicenda si è consumata ieri a Écône, località svizzera legata alla storia del movimento lefebvriano, dove la Fraternità San Pio X ha proceduto alla consacrazione di quattro nuovi vescovi. L’appello del Pontefice, arrivato nelle ore precedenti, chiedeva di non celebrare il rito. Non è bastato. In Curia, secondo quanto filtra da ambienti vaticani, il margine per un ripensamento era considerato ormai ridotto già nella serata del 30 giugno.
Chi sono i lefebvriani colpiti dalla scomunica
La scomunica riguarda innanzitutto i vescovi Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay, indicati nel decreto rispettivamente come consacrante principale e co-consacrante. A loro si aggiungono i quattro sacerdoti consacrati vescovi: Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier. Sei nomi, dunque, al centro di un provvedimento che segna un nuovo irrigidimento nei rapporti tra Roma e la galassia tradizionalista.
Il punto contestato, nel diritto della Chiesa, è la consacrazione episcopale senza mandato pontificio. Un vescovo, per essere consacrato legittimamente, deve ricevere il via libera del Papa; procedere contro la sua volontà viene considerato un gesto di disobbedienza grave. Nel decreto, la formula è netta: le consacrazioni sono avvenute “senza mandato pontificio e contro la volontà del Sommo Pontefice”. Poche parole, ma decisive.
Il nodo della Fraternità San Pio X e il rapporto con Roma
La Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata nel solco dell’eredità di monsignor Marcel Lefebvre, mantiene da decenni un rapporto difficile con la Santa Sede, soprattutto sui temi del Concilio Vaticano II, della liturgia e del dialogo ecumenico. Negli anni non sono mancati contatti, colloqui riservati, tentativi di riavvicinamento. Eppure, ogni volta, la questione dell’obbedienza al Papa è tornata al centro.
La scelta di procedere alle consacrazioni di Écône riapre una ferita mai del tutto rimarginata. Da parte vaticana, l’atto viene letto non come una semplice divergenza disciplinare, ma come un passaggio capace di incidere sulla comunione ecclesiale. “La successione apostolica non può essere gestita fuori dall’unità con il Pontefice”, spiegano fonti canonistiche vicine alla Santa Sede, usando una formula prudente ma chiara. Tradotto: non è solo una questione interna alla Fraternità.
Le conseguenze canoniche e il segnale della Santa Sede
Con la scomunica, i sei interessati vengono esclusi dalla piena comunione sacramentale con la Chiesa cattolica: non possono celebrare o ricevere i sacramenti in modo legittimo, né esercitare ministeri ecclesiali riconosciuti da Roma. La sanzione, secondo il decreto, è scattata automaticamente al momento della consacrazione, e il provvedimento del Dicastero ne prende atto in forma ufficiale. Un passaggio formale, certo. Ma anche un segnale pubblico.
Resta ora da capire se la Fraternità San Pio X tenterà una risposta istituzionale o sceglierà la linea del silenzio. Nel frattempo, in Vaticano prevale la lettura di una decisione obbligata dopo il rifiuto dell’appello papale. La porta del dialogo, come spesso accade nei dossier più delicati, non viene dichiarata chiusa. Ma dopo Écône, e dopo il decreto firmato dal cardinale Victor Manuel Fernández, il percorso si presenta più stretto. E molto più in salita.
