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Trump sull’Iran: il cessate il fuoco è finito, se mi uccidono ho lasciato istruzioni precise

Bandiere da tavolo di Stati Uniti, Iran e Qatar durante una riunione diplomatica in sala conferenze con skyline sullo sfondo Riunione riservata con le bandiere di Stati Uniti, Iran e Qatar, simbolo dei negoziati e della mediazione sulla tregua.

Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è tornato in bilico venerdì, tra Washington, Teheran e Doha, dopo che Donald Trump ha dichiarato chiusa la tregua e ha confermato di aver lasciato “istruzioni precise” in caso di un attentato contro di lui, mentre il Qatar tenta una mediazione per evitare una nuova escalation militare in Medio Oriente.

Trump: “La tregua è finita”, nuovi timori per un piano iraniano

La frase è arrivata nel pomeriggio, affidata prima a Truth Social e poi ribadita nei colloqui con la stampa americana: “L’Iran ci ha chiesto di proseguire i colloqui. Abbiamo accettato, ma abbiamo chiarito che il cessate il fuoco è terminato”. Parole nette, in una fase già segnata dagli attacchi incrociati dei giorni scorsi e da una diplomazia che procede, quando procede, attraverso canali indiretti.

Secondo il Wall Street Journal, Israele avrebbe condiviso con gli Stati Uniti nuove informazioni di intelligence su un presunto piano di Teheran per uccidere Trump. Il presidente americano, parlando con il New York Post, ha ammesso di sentirsi da tempo nel mirino: “Sono nella loro lista da molto tempo”, ha detto, con il tono a metà tra sfida e fatalismo. Poi la frase destinata a pesare: “Se dovesse succedere qualcosa, ho lasciato istruzioni: dovranno bombardarli con una potenza mai vista”. Una battuta, infine, quasi gelida: “Spero di mancarvi”.

A Washington, intanto, il Secret Service starebbe valutando nuove misure di sicurezza attorno alla Casa Bianca, secondo quanto riferito dal Washington Post. Sul tavolo ci sarebbero barriere metalliche più robuste lungo Pennsylvania Avenue e, se necessario, limitazioni al passaggio pedonale davanti alla residenza presidenziale. Non una decisione semplice: da anni le amministrazioni cercano un equilibrio tra sicurezza e accesso pubblico, soprattutto nell’area frequentata ogni giorno da turisti e manifestanti.

Doha prova la mediazione, Teheran smentisce nuovi colloqui

Il canale più attivo, in queste ore, resta quello del Qatar. Secondo la Cbs, il vicepresidente americano JD Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner sono in contatto telefonico con i negoziatori qatarioti, che fanno da intermediari tra Stati Uniti e Iran. Gli emissari di Doha, sempre secondo l’emittente americana, si sarebbero recati a Mashhad, città santa iraniana, per incontrare funzionari di Teheran e verificare le condizioni di una possibile de-escalation.

Da parte iraniana, però, è arrivata una frenata. L’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, ha citato una fonte informata del team negoziale di Teheran per smentire le notizie su un nuovo round di colloqui la prossima settimana, forse a Islamabad. “Queste notizie sono false e prive di fondamento”, avrebbe spiegato la fonte, aggiungendo che eventuali aggiornamenti saranno diffusi solo dai canali ufficiali della Repubblica Islamica dell’Iran.

Il capo negoziatore iraniano e presidente del Parlamento, Mohammad Ghalibaf, ha usato toni duri, riportati da Al Jazeera. “Se gli americani dovessero tradire l’accordo in qualsiasi momento, siamo pronti a difenderci su vasta scala”, ha dichiarato, sostenendo che la fine della guerra resta una priorità ma “non arriverà mai con la resa dell’Iran”. Un messaggio rivolto a Washington, ma anche agli alleati regionali.

Khamenei sepolto a Mashhad, assente il successore Mojtaba

Nelle prime ore di venerdì, secondo le immagini diffuse dall’emittente statale Irib, l’ayatollah Ali Khamenei è stato sepolto a Mashhad, sua città natale, a quattro mesi dalla sua uccisione nei bombardamenti condotti da Stati Uniti e Israele all’inizio del conflitto, il 28 febbraio. La cerimonia, riservata e controllata, si sarebbe svolta senza la presenza visibile di Mojtaba Khamenei, figlio e successore del leader scomparso.

Proprio quell’assenza ha alimentato discussioni e ipotesi sui social iraniani. La Cnn ha riferito di un uomo con il volto coperto, berretto nero e maschera ampia, comparso in posizione di rilievo durante una preghiera funebre privata guidata da Mostafa Khamenei, un altro figlio dell’ex Guida Suprema. In molti hanno confrontato corporatura, occhiali e altezza con quelli di Mojtaba. Nessuna conferma, però. Solo immagini, ingrandite e rilanciate per ore.

I media statali iraniani hanno parlato di una partecipazione enorme ai funerali di Khamenei, stimando tra 41 e 43 milioni le presenze complessive durante sei giorni di celebrazioni. Press Tv ha definito la processione funebre “la più grande mai vista”, mentre a Teheran sono arrivate delegazioni da oltre cento Paesi e rappresentanti di gruppi alleati, tra cui Hamas, Jihad islamica, Hezbollah e Houthi.

Gaza, Hormuz e Volkswagen: la crisi si allarga oltre l’Iran

La tensione non resta confinata al dossier nucleare o alla sicurezza di Trump. Le Forze di difesa israeliane hanno annunciato la demolizione di altri cinque tunnel di Hamas nel nord della Striscia di Gaza, per una lunghezza complessiva di circa due chilometri, sul lato israeliano della linea del cessate il fuoco. Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che l’esercito avrebbe distrutto l’83% dei tunnel nell’area di Gaza controllata da Israele.

Nel sud dell’Iran, intanto, l’agenzia Tasnim ha riferito che trenta pescherecci sono stati distrutti nell’attacco statunitense al molo di Panjpeleh, nella città portuale di Bandar Abbas. Secondo la cooperativa locale, ogni imbarcazione aveva un valore stimato di circa due miliardi di toman, pari a poco più di 11 mila dollari. Un danno economico pesante per i pescatori della zona, già colpiti dal blocco e dall’instabilità dei traffici.

Nonostante gli scontri, almeno cinque navi cisterna per il gas naturale liquefatto avrebbero attraversato lo Stretto di Hormuz, secondo i dati di tracciamento citati da Al Jazeera e raccolti da Kpler e Lseg. Tra queste figurano la GasLog Shanghai e quattro unità collegate a QatarEnergy: Al Samriya, Al Dafna, Al Gattara e Al Rayyan. Segno che, per ora, la rotta energetica più sensibile del Golfo resta aperta.

Sul fronte industriale europeo, la tedesca Bild ha riferito che il fondo sovrano del Qatar, terzo azionista di Volkswagen, avrebbe bloccato la riconversione dello stabilimento di Osnabrueck per produrre componenti destinati al sistema israeliano Iron Dome. Doha, forte del 17% dei diritti di voto nel gruppo, avrebbe sollevato obiezioni legate alle relazioni tese con Israele. Anche qui, la crisi mediorientale entra in fabbrica.

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